Il testamento di Ann Lee: quando il cinema ci prova

Il film con protagonista Amanda Seyfried, ambientato nel XXVIII secolo è estremamente particolare, per fortuna
12 Marzo 2026

Il testamento di Ann Lee è il terzo film di Mona Fastvold. Ad una prima visione può sembrare solamente un prodotto molto strano, un connubio di generi. Il film è infatti un musical storico, con tracce di horror. Ann Lee, la protagonista della storia, fu una delle figure principali, probabilmente anche la più importante della chiesa degli Shakers, un sottogruppo dei quaccheri. Le peculiarità di questa chiesa sono due, calcate anche nel film: il celibato universale, quindi imposto a tutti i membri della chiesa, dovuto alla concezione della fornicazione come peccato peggiore; il credere che la Parusia, la seconda incarnazione di Dio in essere umano, avverrà sottoforma di donna. Da questo connubio dogmatico prende vita la figura di Madre Ann Lee, una donna allergica ai rapporti carnali sin da quando era un’infante.

Il film è diviso in tre canti, il primo ambientato in Inghilterra, mentre gli altri due in quel paese che diventerà gli Stati Uniti, che però al momento dell’approdo della nave con cui viaggia Ann Lee, non lo è.

I due punti di forza del film sono il montaggio e l’attrice protagonista Amanda Seyfried, che interpreta quindi Ann Lee.

Il montaggio rende le transizioni fra coreografie cantate e sequenze recitate gradevoli, non vediamo un netto distacco fra le due parti e il musical quindi scorre molto bene. Quello del montaggio è un punto da non sottovalutare perché la durata del film è di due ore e diciassette minuti, ma che non pesano poi così tanto sullo spettatore.

Amanda Seyfried è invece una protagonista perfetta. Se da un lato rende al meglio l’enigmaticità di una figura al confine fra fanatica religiosa che è riuscita a dar vita ad una setta e manipolatrice, dall’altra non sovrasta un cast che comunque rende bene, ma a cui aggiunge quel pizzico di perfezione.

Il film è molto interessante nella messa in scena magistrale: la fotografia, le coreografie, i campi lunghissimi, creano dei quadri che hanno come protagonisti però delle figure poco conosciute, almeno qui in Italia, gli stessi shakers.

Le piccole pecche del film sono tre. La prima è una durata forse troppo dilatata, due ore sarebbero state probabilmente perfette. La seconda è proprio questo dipingere di Madre Ann Lee come figura al confine, effettivamente non sappiamo mai se fu solo una fanatica o anche una manipolatrice, che riuscì a portare a sé migliaia di fedeli.  La pellicola non si sbilancia mai; ma ciò può essere anche un pregio se il film vuole essere esclusivamente una testimonianza.

L’ultima piccola pecca è la netta divisione del film tra Inghilterra e Stati Uniti. Se nella parte inglese della pellicola il ritmo è serrato, le coreografie seguono il montaggio e alcune sequenze potrebbero veramente stare tra le migliori del 2026; nella parte statunitense il ritmo si affievolisce, sia perché la chiesa (alla fine della proiezione forse potrete anche chiamarla setta) si stabilizza e viene perseguitata meno, sia perché il film non avrebbe potuto e voluto tenere quell’andamento per l’intera durata della pellicola.

Il testamento di Ann Lee è un film strano, originale sin dalla copertina: un musical storico che tratta di una piccolissima ramificazione di quelli che sono i quaccheri. Alla visione, questa peculiarità resta guardando la pellicola: alcuni picchi registici fanno da controaltare ad altre scelte non proprio canoniche di un film con protagonista una star hollywoodiana.

Un film che divide, che ci prova, che stimola lo spettatore; il giudizio perciò non potrà essere mai totalmente negativo.

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