Possiamo confessarlo senza remore? Gennaio è un mese infinito, terribile. I suoi 31 giorni durano quanto un anno intero e sembrano così vuoti, seppur (spesso) pieni di attività. Da un punto di vista musicale, siamo quasi già tutti proiettati sul Festival di Sanremo, oramai sempre più vicino perché manca poco meno di un mese, ignorando ciò che di bello ci offrono le nuove uscite.
In queste settimane un po’ di torpore un po’ di altalenante entusiasmo, c’è un album che si è fatto spazio nelle mie orecchie. È difficile dire cosa mi abbia davvero attirato di questa artista: dopo averne ascoltato i brani la primissima volta, mi ha avvolto un’inattesa sensazione di tristezza e di malinconia. Come se davanti agli occhi si fosse steso un velo di seta nera leggero, allontanando il mio sguardo da tutto quello che mi circondava per portarmi in un altro posto. Un posto lontano, buio, umido, forse anche spigoloso come le rocce di una scogliera; un posto desolato e impervio, difficile da raggiungere ma che riesce ad attirare l’attenzione con il suo richiamo.
Qualcosa di profondo e lontano quindi, un paragone che non si distacca poi così tanto dall’idea che si nasconde dietro a Ricondito, l’album d’esordio di Tabascomeno, un nuovo interessante nome della musica indipendente italiana prodotto da Dumba Dischi. Dalle scogliere della Sila ai portici bolognesi, dal mare fino all’umidità della pianura, Tabascomeno racchiude nelle nove tracce di questo suo album un racconto profondamente intimo e personale; «una raccolta di sé stessa, un modo antico di preservare ciò che ancora non riusciva a esprimere. Ogni brano ha scelto il proprio talismano sonoro» (comunicato stampa). Tracce che non seguono un fil rouge ma sono tanti piccoli tasselli che uniti formano un intricato puzzle che può essere compreso solo se guardato da lontano.

Già, la lontananza.
Sradicarsi, vagare e provare a mettere radici in luoghi sempre nuovi, in Tabascomeno si traduce con un interessante connubio di musica e parole, di ritmi che hanno un sapore antico e di parole aspre e dure che però portano dentro una storia. È così che in alcuni brani di questa giovane cantautrice calabrese di stanza a Bologna, la sua produzione sembra sfociare una musica folklorica con ritmi marcati e ancestrali e parole in dialetto calabrese: ne è un esempio 17 maggio descritta dall’artista come un brano sui pesanti «vestiti nuziali di pizzo che “pisanu nu quintali”, impossibili da trasportare su pelle vulnerabile». Ma andando più a fondo, sembra che la canzone non voglia limitarsi solo a raccontare un peso da indossare ma che avvolge l’anima: quegli abiti nuziali infatti, seppur di cospicuo peso per il tessuto, diventano metafora di una vita obbligata scelta da altri, e dalla quale non potersi sottrarre; dei destini già scritti per conto di mani di altri e che recludono ogni possibile via di fuga. Un matrimonio forzato, un esilio eterno, un canto di denuncia verso chi non ha una voce ed una scelta, non ha una possibilità. Un brano cupo appunto, forse anche mesto nelle sue parole, che sa trasportare in una terra così lontana ma che sa essere più vicina di quello che si pensa. Le radici e il passato tornano in un’altra bella canzone, Tavolo tondo, cantata insieme all’amica e collega Acqua Distillata: il risultato è sicuramente un brano molto intimo e carico di nostalgia, in cui le parole della canzone ricordano la vita di una nonna, nei suoi gesti e nella sua quotidianità.

Sarebbe ipocrito dire che in Ricondito si alternano momenti di luce e di ombra perché, come già detto, c’è un velo cupo che attraversa tutte le canzoni, ma si può sicuramente dire che ci sono due diversi filoni musicali che si susseguono: uno più ritmato e marcato ed un altro antico, quasi sospeso nel tempo. Infatti il passato si intreccia armoniosamente con il presente attraverso l’utilizzo di racconti, personaggi e miti, come avviene nella prima traccia Intro CLXXI che si ispira a La Chanson de Roland «un limen – afferma l’artista – una soglia, come un punto di trapasso. È un inizio che passa dalla fine». O in Icaro personificazione del coraggio e del desiderio di superare i propri limiti, o ancora Eco e Tiresia protagonisti di un mito che ha ispirato la scrittura del brano Echo. È proprio l’alternarsi di queste melodie ancestrali che sembrano creare tanti capitoli di un’antica filastrocca, a suoni più contemporanei (il pop cupo incontra i suoni di un’ocarina, un organo e dei beat up tempo) che trasformano Ricondito in un lavoro sicuramente unico e interessante, intriso di fascino antico e misticismo.
Dal risveglio emotivo di Brughiera ai dubbi e le domande esistenziali di Tre punti interrogativi, per arrivare poi al viaggio interiore di un eroe stremato dopo una battaglia di Tempo e il luogo aperto e mistico senza ripari cantato in Brandire, Ricondito si conferma un album da assimilare con lentezza per coglierne ogni sfumatura, che richiede tempo per scavare nel profondo. D’altronde il suo stesso titolo descrive il vero tema di questo lavoro: ricondito– dalla parola latina “recòndere” ovvero qualcosa di nascosto, di profondo, occultato alla vista – è un invito a scavare oltre la superficie e scendere nella profondità. «Il recondito è dunque ciò che si trova dove pochi arrivano: in un angolo remoto del bosco, nei meandri più profondi del pensiero, nelle pieghe segrete della coscienza. È l’arcano, il celato, ciò che richiede uno sforzo per essere raggiunto.» (comunicato stampa)
E allora scaviamo alla ricerca di questo arcando, con calma e lentezza, osservando attentamente ogni piccolo dettaglio.
