Al Macerata Opera Festival 2025, il Macbeth di Emma Dante ha acceso lo Sferisterio con un allestimento potente e simbolico, capace di coniugare teatro, sacralità e tragedia umana. Il pubblico ha assistito a una messinscena che non si limita a rileggere Shakespeare e Verdi, ma li trasfigura attraverso una lente spirituale e visionaria, in cui il gesto del tradimento diventa il vero cuore pulsante del dramma. Dante affonda la sua regia nella carne viva della colpa, evocando echi biblici: Macbeth, come Giuda, tradisce chi riponeva in lui fiducia assoluta. Duncan, re giusto e ospite benevolo, viene assassinato nel sonno dal suo generale e protetto, proprio come Gesù fu venduto da uno dei suoi discepoli più vicini. Un tradimento che non si esaurisce nell’atto, ma che diventa frattura morale, perdita di sé, condanna dell’anima.
Lo spettacolo si muove in un impianto scenografico essenziale ma denso di suggestioni. I cancelli appuntiti evocano prigioni interiori, i fichi d’India che compongono la foresta di Birnam parlano di un Mediterraneo mitico, aspro e arcaico. La Scozia di Verdi si piega all’immaginario siciliano e meridionale della regista, trasformando la tragedia shakespeariana in una parabola spirituale. Le streghe, qui reinterpretate come madri sterili e dolenti, ricordano sibille inascoltate, strumenti di un destino che gli uomini scelgono liberamente di abbracciare. Macbeth, interpretato con intensità da Leon Kim (che si alterna a Franco Vassallo), è figura spezzata sin dall’inizio: l’ambizione che lo spinge al delitto è già accompagnata dal peso del rimorso. Lady Macbeth, nella lettura vocale e scenica di Marta Torbidoni (talentuosissimo soprano marchigiano diplomatasi al Conservatorio Pergolesi di Pesaro), è la vera forza propulsiva del male: animale notturno, sacerdotessa della colpa, è lei a trasformare il dubbio in azione, la tentazione in peccato.
Il parallelismo con Giuda si riflette anche nel modo in cui il male si diffonde e corrompe: così come il tradimento dell’apostolo non si ferma a Gesù ma lacera tutta la comunità dei discepoli, il gesto di Macbeth si riverbera su Banquo, sull’intero regno, sulla moglie stessa. Uccide non solo Duncan, ma il futuro stesso – quello di Fleanzio, figlio di Banquo – e tradisce non solo l’amicizia, ma ogni principio d’ordine. La Scozia cade nel terrore, la follia dilaga, e Macbeth si ritrova solo, come Giuda, a contemplare le macerie della propria ambizione. La scena del sonnambulismo di Lady Macbeth, costruita con eleganza e dolore, è il momento in cui la colpa si fa carne. Il celebre “una macchia… ancora!” riecheggia quasi come un “ho peccato”: non c’è redenzione, solo rovina.
Musicalmente, la direzione di Fabrizio Maria Carminati tiene insieme dramma e lirismo con coerenza e tensione. Il Coro Bellini e la FORM accompagnano l’azione con colori scuri, echi cupi, impennate di disperazione. L’aria di Banquo, i duetti tra i coniugi Macbeth, i cori delle streghe, ogni momento sembra dilatare la distanza tra ciò che era giusto e ciò che è stato tradito. Proprio come nella narrazione evangelica, dove il bacio di Giuda apre le porte alla Passione, così l’assassinio di Duncan segna l’inizio di una discesa irreversibile. E anche se Macduff e Malcolm, con il loro ritorno, ristabiliscono l’ordine, il sapore resta quello della perdita irreparabile.
Il gesto finale, con la comparsa sul palco delle bandiere palestinesi tenute dal cast, ha caricato lo spettacolo di una forte componente politica e simbolica: come a dire che i tradimenti della storia si ripetono, che gli innocenti continuano a essere consegnati nelle mani del potere e che l’opera, in fondo, parla ancora a noi. In questa visione, Macbeth non è solo un tiranno, ma un Giuda contemporaneo: uomo che ha scelto di perdere se stesso per un’illusione di grandezza, e che ha consegnato il suo popolo, e la propria anima, al sangue e al silenzio.

Per il cast completo e ulteriori cenni sull’opera consultare: https://www.sferisterio.it/macerata-opera-festival/macbeth-2025
