C’è un’età in cui il mondo intero tende verso di noi, eppure ci sfugge di mano come sabbia asciutta. Un’età in cui ogni gesto pesa come una dichiarazione d’indipendenza, ogni parola detta o taciuta pare avere il potere di cambiare il corso della propria vita. C’è un’età in cui tutto è tragico: un rifiuto, una felpa sbagliata può rovinarti la vita, uno sguardo non ricambiato può annientarti l’autostima.
Un’età in cui la playlist di Spotify pesa più della Costituzione e togliere le spunte blu su WhatsApp può generare una crisi diplomatica. “Adolescence”, la serie cult di Netflix, racconta questo momentum e il suo disorientamento con una delicatezza rara, senza edulcorazioni né cinismi, ma con la consapevolezza che crescere può esser un atto naturale, misterioso e ahimè anche brutale.
Una famiglia, una scuola, un’accusa, una vittima, un crimine, un vuoto incolmabile. Tutto ruota intorno a Jamie Miller, un tredicenne come tanti, fino al giorno in cui non lo è più. Un’accusa pesantissima pende su di lui: l’omicidio della compagna di scuola Katie. Ma Adolescence non è un crime, non è un giallo con il colpo di scena finale: la serie non si interroga sul “chi”, ma sul “come” e soprattutto sul “perché”. I quattro episodi non raccontano il crimine, bensì le sue conseguenze. Non vediamo il momento dell’omicidio, se non attraverso una fredda telecamera di sorveglianza. Niente spettacolarizzazione, niente sangue, niente indulgenza nel morboso. Ma c’è un effetto collaterale: mentre la narrazione si concentra sulle reazioni dell’ambiente circostante – la famiglia di Jamie, la scuola, la polizia, la comunità, gli psicologi – la vittima scivola in secondo piano. Katie non è un personaggio, è un’assenza. Una scelta che rafforza il senso di smarrimento, ma che lascia anche un dubbio: non sarebbe stato giusto dare più spazio anche quel dolore? Se da un lato la serie evita la pornografia della violenza, dall’altro sembra quasi dimenticarsi della vittima. Non vediamo il dolore dei genitori di Katie, non assistiamo alla loro disperazione. Questo sbilanciamento è una scelta narrativa, ma è anche un rischio: concentrandosi solo sulle conseguenze dell’atto, Adolescence rischia di farci perdere di vista l’orrore di ciò che è accaduto. E un crimine senza orrore rischia di diventare solo un pretesto narrativo.
Una delle intuizioni più potenti della serie è la sua immersione nell’universo sotterraneo della manosfera, quel magma digitale di risentimento, misoginia e alienazione che scorre silenzioso sotto la superficie dei social network, insinuandosi nella mente di ragazzi fragili. Jamie non è un mostro, è un possibile prodotto del nostro tempo: cresce in un ecosistema di YouTube, Discord e forum anonimi, dove la frustrazione si trasforma in rancore, e il rancore diventa ideologia. La serie lascia intendere – senza mai dirlo apertamente – che il ragazzo sia stato influenzato da certe retoriche incel (involuntary celibate), quella sottocultura tossica di uomini che si considerano vittime di un mondo dominato dalle donne e dai cosiddetti Chad, i maschi alfa privilegiati.
Ma Adolescence non cerca risposte facili, non punta il dito contro internet, contro i videogiochi o contro i social media come capro espiatorio. Piuttosto, mostra un vuoto: quello di genitori, insegnanti e istituzioni, incapaci di vedere, di intervenire, di comprendere un codice comunicativo che cambia troppo velocemente.
Un piano sequenza che è un pugno nello stomaco. Girare un’intera serie senza stacchi non è solo un esercizio di stile, è una precisa dichiarazione d’intenti. Barantini utilizza il piano sequenza per eliminare ogni distanza tra spettatore e personaggi: siamo lì con loro, senza via di fuga. Ogni episodio è stato provato per settimane, con gli attori che hanno dovuto interiorizzare ogni minimo movimento come in un’opera teatrale. La seconda settimana è stata dedicata alla coreografia della macchina da presa, che diventa essa stessa un personaggio, un testimone silenzioso. La terza settimana ha visto il tentativo finale: fino a 16 riprese per trovare quella perfetta. Il risultato è un’esperienza ipnotica. La sequenza con il drone nell’episodio 2, che percorre 0,3 miglia dalla scuola alla scena del crimine, è un capolavoro di precisione tecnica.
L’impatto culturale della serie è stato immediato. Il Primo Ministro britannico, Keir Starmer, ha promosso la sua proiezione gratuita nelle scuole per aprire un dibattito su temi come il sessismo, la violenza giovanile e l’influenza dei social media. Per molti giovani spettatori, Adolescence è stato il primo vero sguardo su un fenomeno che vivono ogni giorno senza riconoscerlo come tale.
In un panorama televisivo saturo di prodotti che inseguono lo scandalo o l’effetto shock, questa miniserie sceglie la sottrazione, il non detto, la tensione costante. Ti lascia con più domande che risposte, ti costringe a riflettere su quello che non sai, su quello che non vuoi vedere. E soprattutto, ti ricorda che certi fenomeni non sono relegati agli angoli più bui di internet, ma sono già qui, tra noi, nelle scuole, nelle case, negli schermi dei telefoni che scrolliamo distrattamente. “Adolescence” è un’indagine sull’analfabetismo emotivo della contemporaneità. I protagonisti navigano in un tempo saturo di stimoli eppure poverissimo di veri legami. Ci sono serie che intrattengono, altre che insegnano, e poi ci sono quelle che ti costringono a guardare la realtà. Adolescence rientra senza dubbio nella terza categoria.
