Ci sono film che non ti lasciano il tempo di pensare: ti travolgono! Ti costringono a respirare al loro ritmo. Una battaglia dopo l’altra liberamente ispirato a Vineland di Thomas Pynchon appartiene a questa tipologia di film. Paul Thomas Anderson cura una regia poliedrica e geniale che sputa sangue mentre filma con un ritmo infernale e un beffardo sarcasmo.
Siamo in un’America distopica, ma neanche troppo. La milizia French 75 è composta da un manipolo di rivoluzionari e attivisti che pare uscito da un fumetto degli anni ’80. Perfidia Beverly Hills, interpretata da una Teyana Taylor magnetica e feroce, incarna la fiamma pura, la rivoluzionaria che non si concede esitazioni. Bob Ferguson (Leonardo DiCaprio) è un bombarolo vulnerabile che si muove accanto a lei come un riflesso stanco, destinato a pagare il prezzo della disillusione. Inseguono la libertà, liberano migranti, sfidano il potere costituito, eppure Anderson li guarda come figure già in bilico, come se la loro battaglia fosse destinata a farsi mito prima ancora di compiersi.
Sedici anni più tardi, Bob non è più l’eroe armato, ma un padre che vive tra le sequoie in una casa fatiscente, perso tra droghe, paranoie e alcool. Lo sguardo smarrito, il corpo appesantito dalle sconfitte, ma sempre accompagnato da una goffa e grottesca ironia. Perfidia è diventata leggenda, forse fantasma, forse infame. Qualcuno ha tradito. Alcuni membri del French 75 sono stati arrestai, altri sono fuggiti. Scomparsi. Al centro del racconto emerge Willa, la figlia giovane e rabbiosa di Perfidia, interpretata da Chase Infiniti con un’energia che buca lo schermo. È attraverso lei che il film trova il suo nuovo respiro, trasformandosi da epopea rivoluzionaria a racconto di eredità, di padri e figli, di come il fuoco delle lotte si trasmette anche quando tutto sembra spento.
Eppure Anderson non imbastisce un discorso morale. Segue tutti i personaggi e nessuno; alcuni li abbandona, altri li glorifica, altri ancora li schernisce. C’è il caos, c’è contraddizione. Il colonnello Lockjaw, interpretato da un Sean Penn mostruoso e in totale controllo del personaggio, è un villain oscuro, misogino, buffo e razzista, che torna a inseguire i protagonisti. Una figura che trasforma il trauma in ossessione e la sconfitta in persecuzione. Il suo volto è una maschera grottesca, che però custodisce una verità: la guerra non finisce mai, si reincarna, trova sempre nuovi corpi in cui abitare.
A tenere insieme questo magma ci pensa la regia di Anderson, che qui sembra abbandonare ogni residuo di linearità. Il film scorre come una partitura impazzita: sequenze che si aprono con un realismo quasi documentario e poi deragliano verso il visionario, inseguimenti slapstick e dialoghi degni della migliore commedia no-sense. La fotografia di Michael Bauman accentua questo carattere, la colonna sonora di Jonny Greenwood è un detonatore emotivo: non accompagna le immagini, ma diventa il battito cardiaco irregolare del film. Il montaggio di Andy Jurgensen è così preciso da comprimere il tempo filmico in modo eccezionale.
E in questo universo no-sense c’è di tutto. L’inseguimento in accappatoio sulle colline californiane è già cult: un momento che fonde grottesco e tragedia, comicità e pathos da tragedia greca. Anderson scolpisce un repertorio di visioni, creando un immaginario potente. Ma quali vertigini emotivo-visive abbiamo vissuto in quell’inseguimento a tre, sui saliscendi collinari di quelle strade californiane? In quel preciso momento la regia di Anderson raggiunge il genio e una densità palpabile: l’inquadratura si muove insieme ai veicoli e ai personaggi, come se respirasse con loro, tremasse con loro, e ci trascina in un vortice di tecnica che è già materia di studio di qualsiasi corso di regia e storia del cinema. E se a volte si ha la sensazione che questo vortice di immagini ed emozioni sia sul punto di implodere, Anderson trova una soluzione. I quel punto critico rilancia di continuo e trova la cifra del film in un pendolo di registri, tecnica e stili superbi.
Sotto lo spettacolo, il film racconta un’America riconoscibilissima: quella dei suprematisti bianchi travestiti da “Pionieri del Natale”, che incarnano il potere capace di mutare forma senza mai cambiare sostanza. Sono l’emblema di un paese che reinventa il proprio autoritarismo travestendolo da tradizione.
Gli attori rispondono a questa sfida con una dedizione rara. DiCaprio accetta di mostrarsi fragile, spaesato, ironico: il suo Bob è un antieroe moderno, che non riesce a sostenere il peso del mito, del proprio mito, e per questo diventa umano e fallibile. Chase Infiniti porta la freschezza di chi non ha paura di sporcarsi le mani: la sua Willa è rabbia e luce, disperazione e possibilità. Sean Penn incarna un villain titanico, capace di essere ridicolo e insieme terrificante, un colonnello Kurtz trasportato nell’America paranoica del XXI secolo. Benicio del Toro, enigmatico sensei, trasforma ogni silenzio in filosofia, regalando al film un respiro quasi orientale. Quando scompare dallo schermo, lo spettatore continua a percepirne la voce roca, come se si fosse trasformata in un’eco che non smette di vibrare.
Una battaglia dopo l’altra è un’opera che si impone, che pretende di essere attraversata come un’esperienza. Non rassicura, non chiude il cerchio: diverte ma nell’istante successivo il sorriso muta in un ghigno da tenere a denti stretti. È cinema che non teme l’eccesso e l’imperfezione, perché proprio lì, nel caos, trova la sua verità. Anderson costruisce la vita come un campo di battaglia e il cinema stesso diventa la sua arma, in una lotta che non finisce mai.
E così l’immagine di Perfidia che spara incinta, con un mitra tra le braccia e una vita nel ventre, assume tutto un altro significato: la maternità come vita, la vita come lotta.
