The Conjuring – Il rito finale (2025), diretto da Michael Chaves, segna la conclusione – stanca – della saga dei Warren e propone un capitolo che mescola elementi dell’horror tradizionale con una riflessione più intima e malinconica sul tempo che passa e sulle scelte familiari. E già qui… il ritorno dei coniugi Warren è stato un evento tanto atteso quanto deludente. L’hype attorno al film era palpabile: un’intera community di fan aveva creato aspettative alimentate da anni di silenzio e da meme che ne celebrano la retorica visiva sui social. Tuttavia, la pellicola che arriva nelle sale non è il gran finale tanto atteso, bensì un bignamino stanco di tutti i peggiori cliché del genere.
Il film si ispira al caso Smurl, un noto episodio di possessione demoniaca degli anni ’80, e segue Ed e Lorraine Warren (Patrick Wilson e Vera Farmiga) mentre affrontano una nuova – ma non troppo – minaccia oscura. Rispetto ai capitoli precedenti, il ritmo più lento e riflessivo si concentra sulle dinamiche familiari e sul legame tra i protagonisti e i loro figli, rendendo la narrazione più prevedibile e meno spaventosa. Direi, a tratti, noiosa. La regia, nel tentativo di emulare il successo viscerale dei primi film – che avevano indubbiamente quello sprint in più – finisce per abusare di stucchevoli cliché.
Le interpretazioni di Wilson e Farmiga restano, come sempre, di alto livello, conferendo autenticità e profondità ai loro ruoli; sono forse l’unico aspetto realmente salvabile del film. Per il resto, l’uso e abuso di effetti speciali e di jump scare è stucchevole, mentre i villain appaiono confusi e sovrapposti.
Il vero motivo per cui queste saghe continuano fino allo scoramento è ormai noto: sono miniere d’oro. Basta pensare che il film ha superato i 400 milioni di dollari a livello globale, diventando il film horror di maggiore incasso del 2025. Pensate che La saga sugli eventi paranormali ideata da James Wan è il franchise horror più redditizio della storia del cinema superando i 200 milioni di dollari. Da un lato, questo risultato evidenzia l’affetto del pubblico per la saga e l’ottimo lavoro svolto in capo al franchise; dall’altro, riduce la creatività a favore del business. Chi investirebbe su un ultimo capitolo di una saga ormai bollita? Nessuno. Così ci si limita a fare un compitino di regia, affidandosi al buon lavoro svolto nei film precedenti e al mestiere per chiudere in modo decoroso una saga da cui nasceranno altri Spin-off. La regia di Michael Chaves è decorosa e se dipinge una sequenza degna di nota nel camerino nuziale che si moltiplica in un labirinto di specchi, frana su tutto il resto. Tutto ciò che veramente funziona guarda al passato. Tutto ciò che risulta stanco è il presente. Drammatico.
Comprendo il tentativo di dare a The Conjuring – Il rito finale una chiusura emotiva e riflessiva all’arco narrativo dei Warren, ma trasformarlo in un family drama sulla depressione, la fede e l’unità familiare il cui ostacolo principale è il trasloco di uno specchio maledetto mi sembra eccessivo.
Se nella prima parte il film riesce a tenere tutto insieme, nella seconda la ripetitività narrativa è così ridondante che ogni colpo di scena è telegrafato, ogni salto sulla sedia un déjà-vu. La possessione, l’esorcismo, la corsa contro il tempo per salvare un’anima. La variante… la pillola contro l’infarto: tutto sembra provenire da un generatore di trame horror di livello base. Il fidanzato premuroso, l’antica possessione… a differenza del capostipite del 2013, che innovava con una tensione palpabile e un’umanità sorprendente, questo capitolo non aggiunge nulla, diventando un’eco debole dei predecessori. Anche il tema centrale risulta debole: se nel primo (ottimo) Conjuring ci si concentrava sul potere della fede e sulla famiglia, qui ci si perde in un dedalo di sottotrame confuse e poco sviluppate. Anche il tentativo di spostare la minaccia esterna in minaccia interna, ovvero la maledizione che aggredisce la famiglia protagonista, non funziona a pieno.
La contrapposizione tra il metodo “scientifico” dei giovani ricercatori e la fede cieca dei Warren viene accennata ma mai esplorata a fondo, relegata a mero espediente per far avanzare un climax piatto. Si preferisce la spettacolarizzazione del male alla sua indagine psicologica a botte di Jump scare. E lo si fa male. Una chiosa scontata che cerca di giustificare l’intera operazione come un “rito di passaggio” per i Warren: un’operazione commerciale che celebra l’eredità di un ciclo ormai esaurito.
