La rieducazione passa da una catena e la misura dell’amore che si dona dalla sua lunghezza. Questo è Good Boy.
Jan Komasa è uno dei registi europei più interessanti in circolazione, Con Good Boy firma un thriller disturbante e lucido sulla libertà come illusione morale, sulla rieducazione e sui rapporti familiari.
C’è un ragazzo violento, una catena, una casa isolata nella brughiera. E c’è una coppia di adulti che crede di potergli insegnare come si diventa “buoni”. Good Boy, il nuovo film di Jan Komasa, regista di Corpus Christi e The Hater, è una discesa lucida e velenosa nel cuore della correzione morale, un film che pulsa di violenza patinata e di domande impossibili.
Il protagonista è Tommy (Anson Boon premiato come migliore attore alla festa del cinema di Roma), diciannove anni e un destino già in frantumi. Un dannato. Eccessi, solitudini, rabbia, droga. Un ragazzo autodistruttivo. Una sera viene rapito da Chris (Stephen Graham-Adolescense-The Snatch-Gangs Of New York) e da sua moglie Kathryn (Andrea Riseborough), una coppia della classe media che decide di “rieducarlo”. Tommy viene incatenato, nutrito, osservato, rimodellato come una creatura domestica. “Non vogliamo farti del male”, gli dicono. “Vogliamo solo che tu diventi un bravo ragazzo”.
La trama è semplice e atroce: una parabola sul potere e sul controllo che si traveste da amore, sull’ordine che nasce dalla paura, sulla violenza che si maschera da pedagogia. Komasa costruisce un film claustrofobico dove la luce delle finestre brucia più del buio del seminterrato. La fotografia di Good Boy (firmata da Piotr Sobiecki) è una lama di vetro: tutto è terso, pulito, quasi pubblicitario, ma dietro quella patina si sente l’odore del ferro e della colpa.
C’è molto Kubrick in questo film. Il controllo geometrico, l’ironia glaciale, l’incubo che nasce dall’ordine, il riferimento chiaro ad Arancia meccanica, a Funny Games ma c’è anche qualcosa che rimanda alla generazione Saltburn. Komasa trasforma una casa borghese in un laboratorio, dove il controllo diventa tenerezza e la violenza si traveste da cura. “Ogni legame è una catena. Non la spezzi: la allunghi”, ha dichiarato il regista. È l’assioma che guida il film, e forse anche la società che rappresenta e la cruda verità su ogni tipo di rapporto interpersonale.
Stephen Graham è monumentale: un carceriere dal sorriso paterno, un uomo convinto di essere nel giusto, che infligge dolore con la tenerezza di un genitore. Ciò è agghiacciante. Andrea Riseborough, invece, è un’enigma. Madre, complice, vestale afflitta da depressione. Anson Boon, con la sua vulnerabilità nervosa, regge un ruolo fisicamente e psicologicamente estenuante dimostrando grande talento.
Al netto di simbolismi fin troppo ricercati e metafore così complesse da risultare artificiose. Il film gira bene ed è nel suo eccesso che trova potenza.
Komasa si pone sul confine ad osservare chi è più bestiale, tra il carceriere e il carcerato ed è abile a creare rovesci narrativi e controintuitive relazioni emotive tra gli abitanti della casa. Un’ironia nera pervade le scene e avvolge i protagonisti di questa torbida fiaba con una così lucida follia da poter sembrare reale e per questo ancor più spaventosa. Da vedere.
