Edgar Wright, seppur non sia un regista con una carriera così lunga alle spalle, ha già sfornato diversi bei film. Credo che il suo prodotto più riuscito sia Baby Driver, un film d’azione quasi perfetto nella regia e nel montaggio. Anche Scott Pilgrim vs the World credo possa entrare a far parte dei migliori cine-fumetti mai fatti.
Non ho apprezzato troppo il suoi ultimo film, del 2021, Ultima notte a Soho, pellicola che cerca di essere un horror ma non vi riesce completamente.
Il nuovo film del regista britannico si può catalogare nel genere d’azione e il titolo è The Running Man. La sceneggiatura dell’opera è tratta dal romanzo L’uomo in Fuga di Stephen King.
In un futuro non troppo lontano il divario fra classi sociali si è ampliato, i poveri vivono nei Bassifondi, mentre i ricchi possono risiedere nella parte urbana della nazione.
Glenn Powell (Ben Richards), padre di una figlia di qualche mese, è appena stato licenziato dal proprio capo perché ha denunciato dei problemi di sicurezza della propria azienda al sindacato.
Arrivare a fine mese in tre, con una figlia che sta anche male a livello fisico, non è facile e la madre della bimba e compagna di Ben è costretta a lavorare in una sorta di night club.
Il futuro a cui assistiamo è un futuro distopico, in cui la televisione e i media sono il perno su cui si fonda la società statunitense.
Uno dei programmi televisivi più importanti e famosi è The Running Man, reality show in cui una persona deve scappare da quattro Cacciatori, degli uomini addestrati per trovare il concorrente ed ucciderlo. Se il nostro protagonista, il nostro “uomo in fuga” riuscirà a rimanere in vita dopo trenta giorni dall’inizio della sfida vincerà tantissimi soldi. Il nostro Ben Richards inizierà a pensare a questo reality televisivo come opzione per fuggire dalla povertà.
I punti veramente riusciti di questo film sono due: la regia e il focus sociale del film.
La regia di Wright è magistrale nelle scene di azione e nelle sequenze in cui si descrive questo mondo distopico (eppure le sequenze alla guida di Baby Driver credo siano ancora superiori).
Il punto però ancora più riuscito di questo film d’azione è essersi ricordato della lotta di classe. L’enorme differenza che vediamo tra ricchi e poveri è rimarcata diverse volte nel film, sia attraverso delle battute, quindi verbalmente, sia con la regia e la fotografia, che ci mostra le differenze fra queste due classi. Purtroppo forse questo tema è ridondante, Wright ce lo vuole far capire a tutti i costi diventando troppo didascalico.
Nelle sequenza in cui Ben Richards incontra Elton Parrakis (Michael Cera, Scott Pilgrim vs the world) potrebbero esserci anche dei riferimenti a Pasolini, anche se questa ipotesi è possibile sia una semplice sovralettura.
Seppur l’azione sia uno dei punti di forza di Wright e della sua filmografia, alcune scene di quest’ultima opera mettono veramente in difficoltà lo spettatore, forzandolo a credere a delle sequenze molto probabilmente irrealistiche.
Wright è riuscito a girare un film d’azione che guarda a quella stessa azione statunitense degli anni ’80. Dallo stesso romanzo di King, infatti, era stato tratto un altro film d’azione con protagonista Schwarzenegger nel 1987, dal titolo L’Implacabile.
The Running Man è quindi un film ben riuscito: un film in cui i suoi pregi, il sottotesto sociale e l’azione a volte vengono gonfiati eccessivamente e diventano difetti, laddove il primo è troppo didascalico e il secondo inverosimile.
Il film rimane comunque adrenalinico, divertente e sociale, un film riuscitissimo, seppur non perfetto.
The Running Man, andare a vederlo in sala? Assolutamente sì; è infatti al cinema il luogo dove lo si potrà apprezzare al meglio.
