di Emiliano Metalli
Emma Dante torna a Basile – e al Teatro Argentina – con un libero adattamento tratto da Lo cunto de li cunti, la raccolta di fiabe che ha ispirato oltre alla nota Gatta Cenerentola di Roberto De Simone, in tutte le sue declinazioni possibili, persino un inaspettato film di Francesco Rosi con Sofia Loren, Omar Sharif e Marina Malfatti: C’era una volta… del 1967.
Come la narrazione di Basile si piegava alle sinuosità performative della protagonista e alla notorietà dell’illustre Zivago, complice la volontà di Ponti, così oggi con Re Chicchinella il racconto dell’illustre letterato napoletano diviene materia viva e lavica nelle mani di Emma Dante.
Più di quanto avveniva ne La Scortecata, dove la narrazione passava con maggiore autonomia attraverso i corpi dei due interpreti, in Re Chicchinella aleggia su tutta la scena – vuota, nera e buia come una scatola magica – la sua volontà demiurgica che plasma corpi, voci, parole, situazioni, gesti, luci, suoni, persino gli abiti, con l’intento di trasformare parte di una fiaba – di fatto un episodio all’interno di essa – in una critica alla voracità stupida e rapace della società.
Plausibilmente, la critica è diretta a una sua fetta ben precisa: la “buona” società, qui riflessa nell’ampia schiera di cortigiani e cortigiane untuosi, accondiscendenti ed egoisti, oltreché vagamente francofoni. Ma si sa bene che nel mondo napoletano, e in quello di Basile in particolare, anche il dato linguistico diviene pretesto identitario e procreatore della realtà in senso ampio. È la lingua, infatti, il motore principale di questa azione scenica: una lingua suono, a volte nobile altre puro dato fonico, all’interno di un’estetica iperbarocca e, al tempo stesso, ultracontemporanea.

La parola è quasi sempre monologica, anche quando si ha l’impressione del dialogo, come se fosse traghettata dalla narrazione alla scena senza perdere alcuni aspetti letterari. Ma ancora di più questo tratto simboleggia una sostanziale individualità, una terrificante singolarità – nel senso più intenso della solitudine dell’individuo – rispetto al “pollaio” della società.
Mentre la lingua è del singolo, il suono è del gruppo. Un suono che è animalesco e riecheggia i tratti della “chicchinella” del titolo come a significare da una parte la pochezza intellettuale di una certa condizione umana, dall’altra la scarsa importanza di ognuno, dal re al più umile dei suoi servi. Siamo tutti dunque un elemento trascurabile della catena economica, che siano uova reali – cibo e produttività – o uova d’oro della favola.
Su questo si innesta l’inconsistenza dei legami familiari, sottolineati da un rapporto di coppia (regale) per nulla corrisposto, da una dinamica genitoriale scevra di affetto e responsabilità.
Resta la solitudine del re – simbolo di potere? – del maschio – emblema del patriarcato? – dell’uomo – concentrato di tutta l’umanità? – che non ha altra strada oltre la morte.

Con questa trasformazione si fa strada l’idea di una lettura speculare che inquadri diversamente il gruppo di galline in preghiera dell’inizio: l’animale è la lente entro cui leggere e interpretare tutti i fatti. Eppure, più delle risposte, restano le domande.
Regia e drammaturgia, infatti, costruiscono una narrazione a blocchi episodici giustapposti che scivolano uno nell’altro attraverso la corporeità degli interpreti, per mezzo dell’uso sapiente e accorto di molte tecniche attoriali, per la sovrapposizione di piani emotivi ma più spesso ritmici – non v’è dubbio che il ritmo, la scansione musicale sia una delle caratteristiche principali di Emma Dante. Un argine entro cui lasciar scorrere – controllato e misurato – l’estro e la maestria degli interpreti.
Superfluo sottolineare tutti i topoi che vengono impiegati in questo dedalo drammatico, dalla cucina alla medicina, dalla morte alla rinascita, attraverso una caleidoscopica trasformazione di situazioni che culmina nella cerimonia del tè – una disposizione scenica che ricordava il finale dei suoi Dialogues des Carmélites. In chiave grottesca naturalmente, basandosi però su una ripetizione musicale più che linguistica che ha tutta l’aria di un canone in costante evoluzione.

A creare l’illusione barocca contribuiscono i suoi favolosi costumi – contrapposti a una nudità dall’aspetto a volte gratuito, ma forse volutamente filosofico, in termini di nichilismo, s’intende – e le luci di Cristian Zucaro che riescono a rendere la misura dello spazio in questo vuoto oscuro che è il palco.
Il cast è affiatato come non si potrebbe sperare di meglio, su tutti spicca Carmine Maringola per la superba prova performativa e, accanto a lui, Annamaria Palomba che tratteggia una regina crudele e arcigna, senza mai cadere nello stereotipo.
Interessantissimo l’utilizzo anche scenico della musica, non mero accompagnamento, ma colonna sonora che dalla Passacaglia della vita di Landi scivola in Battiato – parallelamente all’andamento della vicenda – e che impiega Monteverdi e, più in generale, l’opera in musica per ricondurre anche l’orecchio alla dimensione barocca. Una scelta artistica, ma anche di marketing per un repertorio che oggi è più in voga che mai.
E in fondo la citazione era d’obbligo: Basile era fratello di una assai nota cantante del tempo – Adriana Basile – amica di Monteverdi e Caccini che, in questo modo, sembra quasi affiorare dal fondo del palco per sorridere soddisfatta, insieme al fratello e al resto della famiglia artistica, sull’immortalità della loro Arte, assai più potente del Potere stesso.

Teatro Argentina
28 ottobre – 9 novembre 2025
Re Chicchinella
libero adattamento da Lo cunto de li cunti
di Giambattista Basile
scritto e diretto da Emma Dante
con Angelica Bifano, Viola Carinci, Davide Celona, Roberto Galbo, Enrico Lodovisi,
Yannick Lomboto, Carmine Maringola, Davide Mazzella, Simone Mazzella, Annamaria Palomba,
Samuel Salamone, Stephanie Taillandier, Marta Zollet
elementi scenici e costumi di Emma Dante
luci Cristian Zucaro
assistente ai costumi Sabrina Vicari
foto di Masiar Pasquali
coproduzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Atto Unico / Compagnia Sud Costa Occidentale, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale, Carnezzeria, Célestins Théâtre de Lyon, Châteauvallon-Liberté Scène Nationale, Cité du Théâtre – Domaine d’O – Montpellier / Printemps des Comédiens
