Pupi e pupari per un “Tancredi” à la manière de Emma Dante

28 Maggio 2026

di Emiliano Metalli

Dopo più di vent’anni torna in scena al Teatro dell’Opera di Roma il Tancredi di Gioacchino Rossini in una versione giocosa e radicalmente malinconica firmata da Emma Dante. Sul podio Michele Mariotti – che di Rossini è Gran Maestro – ne propone una lettura nitida e dettagliata da autentico fuoriclasse. 

L’idea della regia è molto interessante perché a dispetto di un allestimento dalle spiccate caratteristiche estetiche, merito delle mirabolanti scene di Carmine Maringola, che moltiplicano paesaggi e luoghi chiusi in fondali dai tratti decisi e dalla tavolozza mediterranea, e dei vivaci costumi di Chicca Ruocco e della stessa Dante, dall’aspetto artigianale nel senso migliore del termine, l’anima si manifesta profondamente e autenticamente teatrale. Il bello, dunque, si sposa con il buono in un ideale connubio che affonda le radici nell’epica più antica, di cui i cavalieri ariosteschi non sono che propaggini rinascimentali. 

Emma Dante riesce, poi, a entrare in dialogo con lo spartito rossiniano traendone un messaggio che non lo tradisce – come accade a volte con le regie operistiche – né lo forza o semplicemente lo accompagna nello sviluppo drammatico. Al contrario, la costruzione per episodi conclusi segue l’andamento dei numeri musicali e ne accentua l’elemento di coerenza narrativa, senza togliere il gusto dell’ascolto e dello sviluppo scenico in sé concluso. 

Eppure, in via più ampia, il parallelismo fra Pupi e Pupari, che all’inizio sembra persino sminuire gli interpreti principali in favore dei figuranti, acquisisce un senso maggiore man mano che la funzione di Puparo passa di mano. L’interprete allora diviene a sua volta Pupo e, quindi, parte del dramma. Un dramma vissuto con leggerezza proprio perché inserito volutamente in un contesto di finzione riconosciuta e accettata, salvo poi esplodere silenziosamente nel finale quando si palesa la dolorosa conclusione della vicenda. La scelta del finale tragico è perfetto!

I Pupi, allora, si umanizzano e ciò rende la morte dell’eroe non un semplice accadimento scenico, ma un rito di passaggio riconosciuto dalla comunità – il pubblico – come necessario a ristabilire l’ordine. Allo stesso tempo si innesca un meccanismo di commozione ancestrale che dà a questa scelta narrativa una forza di impatto ancora maggiore, nell’asciuttezza del gesto, prima barocco ora essenziale, minimizzato, tendente all’immobilità. 

Efficaci, in questa visione, anche i movimenti coreografici ideati da Manuela Lo Sicco e le luci di Luigi Biondi che si adoperano con aderenza ai dettami registici per dare vita alle illusioni del teatro dei pupi: la prima con una costante attenzione non solo ai gesti più plateali, ma anche ai piccoli dettagli – come l’uso del bastone o l’appoggio delle gambe -; l’altro con la realizzazione di un’illuminazione credibilmente “da artisti di strada” pur nelle grandi dimensioni del palco del Costanzi. 

Michele Mariotti tesse una rete sonora di estrema nitidezza, su cui la melodia aleggia dando la possibilità agli interpreti di esprimere ogni potenziale, mentre l’orchestrazione dall’incastro perfetto rende omogenei i numeri musicali incasellati dalle scelte registiche e ne sublima lo sviluppo come un unico flusso creativo e artistico. L’aderenza al clima scenico e il talento nel trovare il giusto equilibrio fra strumenti e voci ha reso questa sua lettura di Tancredi davvero unica, anche per la scelta non usuale di un protagonista come Carlo Vistoli. 

Il Tancredi di Carlo Vistoli era, infatti, fra le attese di questa stagione. Ripensando ai recuperi “filologici” del Novecento, alla ricerca della voce più idonea per ruoli spesso dimenticati come lo stesso Tancredi, fa sorridere l’idea che si possa storcere il naso per questa scelta, chiaramente di controtendenza. Vistoli “appartiene” al mondo del Barocco e sembra distante dalle versioni più eroiche di questo personaggio. Eroismo che si trasforma in volume sonoro o rapidità dei passaggi di coloratura, di solito. È evidente che quest’ultima non manca al bagaglio di questo artista. Si potrebbe ragionare sul rapporto volume-eroismo e sarebbe un ragionamento perdente in partenza. L’intelligenza dell’interprete è quella di dosare i piani per arrivare ai giusti effetti nei momenti salienti, senza forzare uno strumento adatto ad alcuni tipi di sonorità. Questi che possono apparire come limiti costituiscono i punti di forza del suo Tancredi. E si sposano alla perfezione sia con la regia sia con la direzione di Mariotti. Naturalmente si tratta di una lettura possibile e non della norma interpretativa – semmai ne esista una – ma è di certo una lettura che desta interesse e getta una luce nuova su un repertorio mai scontato. 

Aggiungiamo che il suo timbro ammanta Tancredi di un fascino forse mai provato prima, senza sminuire le sublimi interpreti del passato e del presente, ed ecco che la prova è più che superata. 

Di Antonino Siragusa serbo un magnifico ricordo nella Semiramide del 2005 in questo stesso teatro: da allora mi sembra che la voce, nonostante qualche lieve segno del tempo, abbia tenuto oltremodo bene gli anni di carriera e il repertorio. La tessitura di certi ruoli non è da sottovalutare e trovare interpreti che, a distanza di anni, riescano a reggere senza mostrare segni di sforzo è già un miracolo. Lui invece fraseggia e articola alla perfezione. Il suo Argirio è squillante e autoritario, non senza qualche sprazzo di delicata malinconia paterna.

Orbazzano è interpretato da Luca Tittoto in forma smagliante, dalla elegante compostezza scenica e dal timbro squisitamente scuro, malvagio e penetrante. 

Giuliana Gianfaldoni propone una Amenaide rigorosa, per tecnica vocale, e per la maggior parte giocata sul versante del mezzo-forte/piano se non pianissimo. Il colore vocale è brunito e il fraseggio misurato, drammatico e patetico dove necessario. Potremmo obiettare un limite di volume in alcuni passaggi con il coro, ma sarebbe cercare un ago in un pagliaio. Anche perché la sua Amenaide si accoppia assai bene con le dinamiche di Tancredi e dell’orchestrazione tutta. 

A questo si aggiunga che sa stare in scena e, senza impiegare il bagaglio di tradizione, gestire con grazia e decisione le direttive registiche senza titubanze. 

Ottime, nonostante i ruoli di ampiezza limitata, sia Maria Elena Pepi (talentuoso Roggiero di Yap)  sia Ekaterine Buachidze che ha fregiato Isaura di un timbro accattivante e un’interpretazione elegante. 

Teatro dell’Opera di Roma

Tancredi

Musica di Gioachino Rossini

Melodramma eroico in due atti

Libretto di Gaetano Rossi, da Voltaire

DIRETTORE Michele Mariotti

REGIA Emma Dante

Maestro del Coro  Ciro Visco

Scene  Carmine Maringola

Costumi  Emma Dante e Chicca Ruocco

Luci  Luigi Biondi      

Movimenti coreografici  Manuela Lo Sicco         

PERSONAGGI       INTERPRETI

Argirio    Antonino Siragusa / Enea Scala 22, 24, 29

Tancredi   Carlo Vistoli 

Orbazzano   Luca Tittoto

Amenaide  Martina Russomanno / Giuliana Gianfaldoni 26

Isaura   Ekaterine  Buachidze

Roggiero   Maria Elena Pepi*

*Dal progetto “Fabbrica” – Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma

Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma

Nuovo allestimento Teatro dell’Opera di Roma

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