Monumentale “Morte di un commesso viaggiatore” di Carlo Sciaccaluga

22 Maggio 2026

di Emiliano Metalli

Monumentale Morte di un commesso viaggiatore al Teatro Argentina di Roma con la regia di Carlo Sciaccaluga. 

Arthur Miller ha espresso probabilmente le sue maggiori potenzialità di drammaturgo fra il 1947 (Erano tutti miei figli) e il 1955 (Uno sguardo dal ponte), al cui centro spiccano Il crogiuolodel 1953 e proprio Morte di un commesso viaggiatore che, nel 1949, ebbe un enorme successo di pubblico e critica vincendo il premio Pulitzer, tre Tony Awards e il premio New York Drama Critics Circle. 

L’elemento più interessante, nella concezione drammaturgica di Miller, è l’attenta analisi della società americana sua contemporanea, inserita di volta in volta in contesti diversi, eppure fortemente aderenti alle criticità e ai problemi che nel passaggio fra gli anni Quaranta e Cinquanta interessavano gli Stati Uniti. Le connessioni con la guerra e con i mutati equilibri sociali fanno il paio con la caccia alle streghe, di cui lo stesso Miller fu in parte vittima, e la crisi della famiglia e del sogno (capitalistico) americano. 

È intorno a questi ultimi due temi che ruota proprio Morte di un commesso viaggiatore, simile per certi aspetti alle istanze di trasformazione sociale individuate in Italia dalla produzione teatrale di Eduardo de Filippo: lo stesso radicato senso di appartenenza familiare, una simile diffidenza verso le nuove regole sociali, create e difese dall’arrivismo, dall’opportunismo e dall’individualismo. A questo, tuttavia, in Miller si aggiunge una feroce critica verso il consumismo e la corsa al successo che trova un’eco immediata e urgente nella nostra contemporaneità, dando quasi l’illusione che quanto concepito nel 1949 sia altrettanto vivo e preoccupante ai nostri giorni. 

La regia di Carlo Sciaccaluga coglie dolorosamente questo parallelismo e non fa nulla per nasconderlo. Mira piuttosto a isolare gli interpreti in una solitudine esistenziale e gelida, accentuata dall’ingresso di figure senza volto, nei momenti di passaggio da una scena all’altra, che le angoscianti musiche di Andrea Nicolini e Leonardo Nicolini sembrano confinare in un non-luogo da cinematografia noir. 

Le scene di Anna Varaldo, così come i semplici ma dettagliati costumi di Anna Verde, citano gli anni Quaranta-Cinquanta grazie a qualche tocco di modernariato – come il tavolo in formica o il frigorifero bombato, “oggetto-simbolo” anche nella versione cinematografica di Filumena Marturano del 1951 – mentre nella movimentata scena del ristorante sembra di leggere un’elegante citazione di Nighthawks di Edward Hopper. 

La cornice però resta atemporale, scandita dalle linee regolari dei pannelli laterali e dalla trasparenza di quelli del fondo, da cui si intuisce, si intravede, si spia. 

Il soffitto, dalla profondità variabile, è costituito dalle travi che richiamano plausibilmente il lavoro ossessivo del protagonista teso a migliorare la propria casa, a darle, appunto, un tetto, simbolo di sicurezza e famiglia. 

Due grandi tronchi, uno reciso e l’altro che sale verso l’alto, ma privo di chioma, possono avere la doppia funzione di dato naturale – i due olmi della quiete perduta – e simbolica –  i due figli, che non promettono nessuna progenie futura, poiché privi di foglie e di frutti. 

Il progetto luci di Antonio Sposito segue da vicino il mutare dei volumi di questa scena, ne sottolinea gli spazi e le anguste limitazioni, ne isola forme geometriche sullo sfondo simili alle tele di Rothko, resta silenziosamente presente e fortemente incisivo sul clima generale dello spettacolo. 

La scena così composta appare, di fatto, espressione esteriore dei turbamenti interiori del protagonista la cui Morte è sì dato drammaturgico, ma anche mezzo di svolgimento del dramma: la mente va logorandosi lentamente attraverso le apparizioni e la sovrapposizione fra realtà e immaginazione, fra disillusione e ricordo. In questo slittamento costante Sciaccaluga non crea fratture, tutto scivola da una situazione all’altra con la stessa, naturale ineluttabilità già indicata dall’autore stesso nella scelta del termine “requiem” associato al titolo.

Di questa morte Luca Lazzareschi offre una prova superlativa: senza cedere al melodramma o alla disperazione plateale, il suo Willy Loman interiorizza, cede, trema, sospira. Egli costruisce il protagonista nei silenzi, negli spazi vuoti, nelle attese e nelle sospensioni e lo rende incredibilmente umano e credibilmente vero. 

Al suo fianco Pia Lanciotti è un turbine di ansia e dissimulazione, appartenenti a Linda ovviamente, costruite con una tecnica straordinaria e un senso del tempo scenico di raro pregio oltre a una voce dal timbro madreperlaceo dalle mille sfumature. 

Bravi al pari livello i due figli interpretati da Michele De Paola (Biff Loman) e Giovanni Cannata (Happy Loman) che pur nelle differenti declinazioni dei rapporti familiari riescono a mantenere vivo un filo di speranza disperata ed esistenziale frutto di una frattura generazionale insanabile. 

Sergio Basile e Andrea Nicolini formano la seconda accoppiata vincente nei due frangenti della famiglia e dell’amicizia che, pure, non riesce a salvare il protagonista dal baratro della sua fine: silenzioso ed essenziale il primo, quasi pirandelliano; comicamente commovente l’altro, nell’estremo tentativo di salvezza, specchio della stessa efficace evoluzione del figlio interpretato da Riccardo Livermore. 

Molto bene il resto del cast che si attiene allo spirito della regia con correttezza e capacità non comuni. 

Teatro Argentina

13 – 24 maggio 2026

Morte di un commesso viaggiatore

di Arthur Miller
traduzione Masolino D’Amico
regia Carlo Sciaccaluga
con Luca Lazzareschi, Pia Lanciotti
e Sergio Basile, Andrea Nicolini
e con (in o.a.) Giovanni Arezzo, Silvia Biancalana, Domenico Bravo, Giovanni Cannata, Michele De Paola, Eletta Del Castillo, Riccardo Livermore, Chiara Sarcona

scene Anna Varaldo
costumi Anna Verde
musiche Andrea Nicolini, Leonardo Nicolini
luci Antonio Sposito
aiuto regia Marta Cirello

foto di Rosellina Garbo

produzione Teatro Biondo Palermo 

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