Dracula – L’amore perduto: il mito divorato dal pop

29 Novembre 2025

Il mito di Dracula continua a sopravvivere perché muta con noi. È un personaggio poroso, capace di assorbire le ansie, le estetiche e le febbri emotive di ogni epoca. A questa già complessa iconografia si aggiunge ora la ricerca ossessiva di un amore rubato: è qui che si innesta il nuovo, immaginario Dracula di Luc Besson. Con Dracula – L’amore perduto, il regista francese consegna al mito del vampiro una rilettura con un’estetica pop, perfetta per il consumo social. Ma è un pop che resta, che pulsa sotto la superficie. L’aspetto più originale del film sta nel modo in cui rimescola il repertorio gotico con un linguaggio da metropoli contemporanea: il vampiro scende dal castello per infilarsi nei club sotterranei, negli appartamenti che odorano di desiderio irrisolto, nelle memorie digitali che si cancellano da sole. Dracula diventa un viveur romantico avvolto da un profumo magico e irresistibile.

A trainare la narrazione c’è un Vlad inedito: meno predatore aristocratico, più creatura smarrita, condannata a inseguire un amore negato dalla storia. Un outsider emotivo, un clandestino dell’eternità che vaga nei corridoi della notte cercando un volto perduto. La performance di Caleb Landry Jones nei panni di Vlad è intensa, a tratti quasi dark-punk: il vampiro non domina il mondo, ne è travolto. Accanto a lui, la figura femminile di Mina (Zoe Bleu) viene completamente riscritta: non più la musa vittoriana, ma una donna del presente, complessa, irriducibile, capace di tenere testa al mito senza esserne inghiottita. Il suo dolore è concreto, politico, non decorativo. La tensione fra lei e Dracula è pura elettricità che attraversa il film.

La regia vibrante, sporca e irregolare incrocia suggestioni darkwave, luci al neon, noir metropolitano e frammenti di romanticismo barocco. Danze da capogiro, colori ipersaturi, scene d’amore girate come apparizioni: il tempo si dilata, il colore evapora, il suono pulsa. La colonna sonora, tra synth morbidi e archi lacerati, crea un territorio emotivo sospeso tra un club berlinese alla Berghain alle sei del mattino e una cappella in rovina dalle sonorità sacre.

Tuttavia, Dracula – L’amore perduto mostra i suoi limiti. Derive melodrammatiche, sequenze digitali eccessive, mostriciattoli da B-movie: elementi che disturbano più di quanto arricchiscano. C’è comunque un nucleo di sincerità: Dracula non è mai stato così fragile, umano, quasi pop nella sua disperazione. Ma resta ridotto a icona che tenta di sopravvivere alla propria immagine, in un lavoro opposto a quello visionario di registi come Robert Eggers.

Il Dracula di Besson è un pastiche pop che corre senza sapere dove va: neon ovunque, trama rielaborata che dissolve i conflitti canonici, personaggi che sembrano usciti da un videoclip più che da un film. La regia spesso confonde stile con caos; Besson vuole reinventare il mito, ma finisce per centrifugarlo. Il film morde poco e posa troppo, soffocato dal proprio ego visivo, prigioniero di un’estetica TikTok obbligatoria. I monologhi pseudo-poetici, scritti alle tre del mattino dopo troppe playlist darkwave, promettono pathos ma non lo mantengono: un Dracula che morde solo nella promessa, mai nella carne.

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