Train Dreams: Clint Bentley e l’epopea minima di un’America perduta

29 Novembre 2025

Clint Bentley, dopo l’acclamato Shimmering Trails, affronta l’adattamento del racconto omonimo di Denis Johnson (Train Dreams, 2011) con un rigore quasi ascetico, che rivela una sensibilità pop sotterranea. Il film è visivamente straordinario: la fotografia di Adolpho Veloso cattura i paesaggi maestosi del Pacific Northwest con una precisione ipnotica, trasformando foreste, fiumi e rotaie in veri strumenti narrativi. Già questo basterebbe. Joel Edgerton interpreta Robert Grainier con un’intensità silenziosa e controllata, andando oltre la biografia e trasformando ogni gesto e sguardo in un’epopea della solitudine: per chi riesce ad abbracciare questo ritmo, il film offre momenti di pura magia contemplativa.

Lo spunto narrativo è interessante: il film segue ottant’anni della vita di Grainier, un uomo semplice dell’America del primo Novecento che attraversa stazioni isolate, foreste e treni in corsa. Solitudini, amori sfumati e cambiamenti storici. Grainier osserva il mondo che muta senza mai essere davvero parte di esso.

Eppure, Train Dreams tende ad affogare nella sua stessa ambizione. Bentley vuole trasformare il quotidiano in epica, ma finisce per imitare Malick e Reichardt: la macchina da presa fluttua tra alberi e radici, i silenzi si allungano fino a diventare pesanti e le sequenze di lavoro quotidiano sembrano più esercizi di stile che narrazione. La lentezza meditativa, che dovrebbe essere un valore, si trasforma in stagnazione, e la mancanza di tensione narrativa è tanto elegante quanto frustrante.

Le sottotrame rimangono suggerite, mai sviluppate: l’amore, il confronto con la modernità, la discesa dell’America nella Storia sono più allusioni poetiche che archi drammatici concreti. Bentley evita i colpi di scena spettacolari, ma questa scelta, pur nobile, aliena lo spettatore medio, che rischia di percepire il film come un esercizio estetico più che come un’esperienza emotiva. La sua regia, elegante e pulita, non riesce sempre a giustificare il vuoto narrativo: l’eleganza rischia di trasformarsi in freddezza, la poesia in manierismo.

Eppure i meriti ci sono: il film è radicale, audace nella scelta di respirare controcorrente, di rendere il silenzio un linguaggio e il quotidiano un mito. I dettagli visivi, dalla polvere sui binari ai piccoli oggetti che parlano del tempo che passa, costruiscono un universo coerente e tangibile. La colonna sonora – vento, cigolio dei treni, archi leggeri – amplifica questa immersione sensoriale, facendo percepire la solitudine di Grainier come un’esperienza quasi fisica. Edgerton, da solo, tiene a galla un film che altrimenti rischierebbe di crollare sotto il peso della sua stessa contemplazione.

In definitiva, Train Dreams è un film che celebra l’arte del silenzio e della rarefazione visiva, ma paga il prezzo della sua ambizione estrema. Bentley crea un’opera che graffia solo chi ha la pazienza di ascoltare, di percepire il rumore dei treni tra gli alberi. Asciutto e poetico, minimale e universale ma che si morde la coda nel momento in cui non risulta capace di trasformare la perfezione visiva in vero coinvolgimento emotivo. Uno splendido tutorial su “come rendere la lentezza un’arte”. I quadri visivi sono impeccabili e i personaggi sospesi ma l’anima del film resta in stallo tra l’omaggio a Malick e l’autoindulgenza estetica. Respira poesia, ma spesso trattiene il fiato più dello spettatore.


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