Resident Evil (2026), ora al cinema, porta la firma di Zachary Michael Cregger, già regista dell’acclamato Weapons. La scelta di addentrarsi nel mondo di Resident Evil dopo aver conquistato il pubblico con Weapons si rivela azzeccata.
Il regista della Virginia sembra essersi dedicato a qualcosa a cui veramente teneva, la materia trattata non risulta vituperata, ma d’altro canto non è neanche elevata a qualcosa di più grande di sé. La forza dell’ultimo Resident Evil sta nell’essere un film horror che fa paura e che diverte nel suo terrore, a tratti grottesco. Bryan (Austin Abrams, Euphoria) è un corriere sanitario e, nella prima sequenza del film, quando gli viene proposto un trasporto eccezionale fuori città al doppio della paga, il nostro non può che accettare. Il viaggio per trasportare l’ultimo carico della giornata si rivelerà leggermente più rischioso della passeggiata che forse Bryan si era immaginato.
I punti forti del film sono tre: la regia, in particolar modo la scelta delle ambientazioni; la colonna sonora; Austin Abrams. Il film ha due grandi macrosequenze, seppur la prima risulti leggermente migliore, entrambe hanno i propri punti di forza. Nella macrosequenza iniziale Bryan deve affrontare la scoperta del mistero centrale del film, sviluppata attraverso un climax horrorifico e d’azione condito con un velo di quell’ironia tipica, anche questa, dell’horror. Se nella prima parte Bryan si interfaccia con pochi esseri umani in modo sbrigativo, nella seconda il rapporto umano è più presente ma veicolato da un’ironia quasi demenziale che smorza il terrore senza rendere anche quest’ultimo demenziale, ma mantenendo una serietà non eccessiva per il tipo di film. Le ambientazioni e l’utilizzo di diversi punti di vista cinematografici rendono la regia più che efficace, ma sempre al servizio della storia.

La colonna sonora originale è perfetta, mantiene quello stile al confine fra l’horror e il comico legandosi perfettamente a ciò che ci viene mostrato, non risultando fastidiosa, ma sapientemente montata. Austin Abrams regge, sul piano attoriale, da solo il film e ci mostra ancora una volta quanti attori oggi protagonisti ad Hollywood sono stati lanciati da Euphoria, dallo stesso Abrams a Jacob Elordi fino a Hunter Schafer e Sydney Sweeney.
La seconda parte del film poteva durare forse quei cinque minuti in meno perché, seppur magnificamente diretto, il film resta un survival horror. Zach Cregger si stanzia prepotentemente nella nuova scuola horror di Hollywood, a cui prendono parte quei registi nati negli anni Ottanta e inaugurata circa dieci anni fa da The Witch di Robert Eggers; vede tra le sue fila anche Jordan Peele, Ari Aster e lo stesso Eggers, a cui però oggi va aggiunto Cregger. Resident Evil è quindi un horror che fa paura e che diverte: un film da vedere al cinema, senza avere la pretesa di trovarsi davanti un atto politico come La notte dei morti viventi.
