di Emiliano Metalli
Ho conosciuto Pietro Roffi – classe 1992 – in occasione di un concerto di fisarmonica e pianoforte interamente dedicato ad Astor Piazzolla. Era il 2018 e ho avuto il piacere di intervistarlo allora, quando sembrava affacciarsi con timidezza a una carriera che oggi lo vede smagliante protagonista. In un breve lasso di tempo ha stretto collaborazioni importanti, rigenerato la stessa idea di musicista – almeno del suo strumento – e dato corpo a idee, pensieri, note di incredibile maturità. Per tutto questo e molto altro torno a incontrarlo, poco prima del lancio del suo nuovo album strumentale dal titolo “Oltrepassare” in uscita il 30 gennaio 2026, con una piccola anticipazione, imperdibile, il 9 gennaio: “FLIGHT – OLTREPASSARE III”
Iniziamo così: dimmi 5 aggettivi che ti definiscono come artista.
Direi sognante, curioso, esigente, rigoroso e narrativo.
Perché hai scelto proprio questi?
Sognante, perché inseguo lo stesso sogno da quando avevo sei anni. Curioso, perché sono così da sempre; la curiosità, in musica, è il motore che non ti fa fermare mai. Esigente, perché non mi basta che “funzioni”, voglio che ogni suono sia autentico, che ogni gesto musicale nasca da un’esigenza profonda. Rigoroso, perché ho imparato che la libertà è più grande quando ti prendi cura della forma e del dettaglio. E infine narrativo, perché per me ogni nota, ogni brano, ogni concerto, ogni disco è un percorso. La musica non è una sequenza di note, è una storia. Dico sempre “Non le note che suoniamo, ma le storie che raccontiamo”. E se potessi aggiungerne uno, direi ‘malinconico’, è un colore che mi porto dietro ogni giorno.
Ricuciamo le fila. Quale ruolo ti si addice di più: esecutore, compositore o docente? Riesci a tenerli in equilibrio?
La natura profonda di un musicista resta la stessa, sempre, anche quando cambia il “ruolo”. Scrivere è un laboratorio continuo, mette in moto domande, immagini e soprattutto possibilità; suonare, che sia la mia musica o quella degli altri, è il momento in cui tutto diventa corpo, respiro, presenza (tutto guidato da una grande disciplina e precisione); insegnare apre strade, costringe a chiarire ciò che pensi di sapere, e spesso ti rimette in cammino. Quindi non credo che uno di questi ruoli mi definisca più degli altri, sono tre modi diversi di essere la stessa persona. L’equilibrio, quello sì che non è affatto scontato! Ognuna di queste declinazioni è a suo modo totalizzante, perché richiede tempo, energie, ascolto profondo e una presenza piena. Io cerco di avere sempre lo stesso faro in lontananza, la stessa idea di suono, di senso e soprattutto di direzione. E cerco di portare la mia identità in tutto ciò che faccio.
Il tuo lavoro mira a traghettare la fisarmonica – il tuo strumento – da un passato tradizionalista a un futuro che stai ancora immaginando. Come sarà questo futuro?
Più che un lavoro, per me è una missione. Traghettare la fisarmonica dal passato al futuro, liberandola dagli stereotipi senza però rinnegarne la storia. È uno strumento profondamente umano perché respira, trema, consola e sa trasformare la memoria in qualcosa di attuale, quasi urgente. E il futuro che immagino con la fisarmonica è sognante, fatto di respiri e voci libere. Sarà uno strumento capace di parlare un linguaggio contemporaneo e che, senza perdere il legame profondo con le radici, dialogherà senza pregiudizi con altri mondi sonori.
Molti legano la fisarmonica al folklore, altri alla nostalgia. Per te cosa rappresenta?
Proprio così, per la maggior parte delle persone la fisarmonica è solo folklore e nostalgia. Per intenderci: il liscio romagnolo, o il tango. Per me, invece, questo strumento non ha etichette. Ha molte anime ed è proprio questa la sua natura più profonda; può essere voce di piazza e voce di teatro, può raccontare benissimo quel folklore e un attimo dopo diventare cinema, colonna sonora, nuova musica, nuovi suoni. È davvero uno strumento che sa stare ovunque, e io ci credo con tutto me stesso. Per me la fisarmonica è futuro.
Le tue collaborazioni ti portano a confrontarti con nomi importanti e realtà internazionali, ma nel quotidiano come vivi la musica?
Incontrare e collaborare con musicisti straordinari, confrontarsi con visioni diverse, suonare in luoghi che ti mettono addosso responsabilità e bellezza non ti allontana dal quotidiano, anzi ti ci riporta. Ti ricorda che, dietro ogni nota scritta, suonata o incisa, c’è sempre un lavoro silenzioso e ostinato. Nel quotidiano io vivo la musica in modo totale, ma non come una posa romantica: è una presenza continua. Non è solo suonare o comporre, è anche tutto ciò che ci gira intorno, cioè lo studio, l’ascolto, le scelte (giuste o sbagliate), i dubbi, la disciplina, la cura. E soprattutto credo di viverla in maniera molto umana. Ogni musicista, anche quando lo vedi sotto i riflettori, ha le sue battaglie private con il suono, con la pagina, con l’idea di sé. Per me, e lo dico con sincerità, la musica è gioia e fatica, soddisfazione e sacrificio, slancio e inciampo, bellezza e anche sconfitta. È solo così forse che possiamo renderla un po’ più “vera”.
Nella composizione come lavori?
C’è un momento, quasi sempre inaspettato, in cui tutto nasce. Un’idea che all’improvviso “funziona” e ti convince, perché senti che lì c’è una verità. Mi interessa molto il senso di “necessità”, senza quella la musica non regge. Dopo questo momento arriva la parte più lunga: mi trasformo in un vero artigiano. Qui rientro nella materia, ricompongo, sposto, alleggerisco, taglio, rifaccio e ascolto, a ogni passaggio, se la musica continua a dire la verità che aveva promesso all’inizio. A volte capita anche che un brano nasca già con una sua forma naturale, che sia quasi definitivo, ma è davvero raro. Il più delle volte, soprattutto quando la forma è più ampia, serve tempo, cura, pazienza, e anche la capacità di lasciare che la musica respiri e che maturi giorno dopo giorno. Scrivere è difficile perché è un atto intimo e definitivo insieme. È come mettere al mondo qualcosa e poi lasciarlo andare; una volta scritto, non è più soltanto tuo, diventa di tutti.
Come sei approdato a questo nuovo progetto?
A Oltrepassare ci sono arrivato in modo naturale, dopo una svolta personale, silenziosa ma decisiva. Ad un certo punto ho capito che dovevo spingere la fisarmonica un passo più in là e, per farlo, ho dovuto prima di tutto abbandonare alcune stanche abitudini e, soprattutto, certi pregiudizi, anche quelli che magari, senza accorgermene, avevo ancora io. Direi che arrivare a questo progetto è stato un momento necessario. Oltrepassare non nasce da un’idea a tavolino, ma da un’urgenza. Quest’album è il mio modo di attraversare una soglia e aprire una direzione.
Chi è il tuo ascoltatore ideale? A chi pensi, mentre componi ed esegui la tua musica?
Il mio ascoltatore ideale, lo dico con sincerità, non è una categoria. Non scrivo per una nicchia, ma spero che questa musica possa arrivare a chiunque abbia voglia di ascoltare. Io immagino un mondo in cui il suono della fisarmonica possa viaggiare libero, senza pregiudizi, e possa entrare nella vita di molte più persone di quanto accada oggi. Quando compongo e quando apro il mio mantice penso a un suono che si espande. Vorrei che la fisarmonica fosse una voce naturale, libera da etichette, capace di parlare a chiunque abbia voglia di ascoltare, anche solo per un attimo, senza dover “capire” prima.
Come hai strutturato il progetto, da dove è nata l’idea, cosa ti ha portato a creare un percorso narrativo che va ben oltre la creazione di un album? Non per spoilerare qualcosa prima dell’uscita…
Questo progetto si è strutturato da solo, in modo spontaneo, come succede quando una musica non è solo un’idea ma un bisogno impellente. Il cuore dell’album è la suite Oltrepassare – divisa in quattro mo(vi)menti – nata in un periodo di passaggio personale in cui ho sentito l’urgenza di dare alla fisarmonica una direzione nuova, più libera e più essenziale. Attorno a quella suite, nello stesso tempo, sono arrivati altri brani che ne completavano naturalmente il senso, come se facessero parte dello stesso racconto, pur avendo ciascuno un intreccio proprio. È per questo che l’album ha preso la forma di un percorso. Dalle radici, attraversando un ponte, fino a un’idea di volo, di “oltre” possibile. Ogni brano parla inevitabilmente di passato, di presente e di futuro, è un inno alla coesistenza dei tempi. Nella copertina, per esempio, c’è quella che sembrerebbe una porta che si apre, non come effetto scenico, ma come gesto simbolico. Oltrepassare è un album sbocciato naturalmente dalla terra e ora è diventato il mio manifesto.
E questo brano in anteprima? Perché hai scelto proprio questo?
Ho scelto “Flight” (il terzo capitolo della suite) perché è la svolta. È il primo vero affaccio simbolico sull’universo dell’ ”oltre”, il punto in cui la fisarmonica, insieme agli archi, al pianoforte e all’elettronica, si stacca da terra e prova a prendere quota. L’ho scelto perché racconta in pochi minuti la direzione, il gesto e il manifesto del disco. “Flight” non introduce soltanto, fa intravedere dove questa musica vuole arrivare.
Hai altro in cantiere? Puoi anticipare qualcosa o preferisci difendere il tuo lavoro creativo prima di proporlo?
Sono in una fase molto intensa e creativa. In questi mesi, oltre all’insegnamento e allo studio di opere classiche (che mai abbandono) sto scrivendo nuove composizioni, anche di ampio respiro, e sento che questa direzione è appena iniziata. Nel 2026 porterò Oltrepassare dal disco al palco, facendolo vivere davvero davanti alle persone e intanto lascio che le prossime idee maturino con la giusta cura, prima di dare loro un nome.
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Pietro Roffi, riconosciuto come una delle voci più originali della fisarmonica contemporanea, svolge un’intensa attività concertistica che lo ha portato a esibirsi, come solista, in ensemble da camera e con orchestre sinfoniche, in centinaia di concerti nei cinque continenti: dal Brasile alla Cina, dall’Australia al Sudafrica. Il suo repertorio spazia dalla musica classica al tango, dalle sue composizioni originali alla musica per film. Nel 2018 ha debuttato con l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia all’Auditorium Parco della Musica di Roma per i 90 anni di Ennio Morricone, interpretando una nuova composizione scritta per lui da Dario Marianelli. Con il compositore Premio Oscar ha poi inciso colonne sonore per il cinema, tra cui Pinocchio di Matteo Garrone, candidata ai David di Donatello. Il suo primo album di composizioni originali, 1999, ha vinto l’Orpheus Award come “Miglior Disco” italiano di fisarmonica. Nel 2026 uscirà il nuovo album Oltrepassare, pubblicato da Extended Place e prodotto da Blue Mirror. La sua musica è trasmessa da BBC Radio 3, WDR 3, Radio France e Rai Radio 3 ed è eseguita in sale come Concertgebouw di Amsterdam, Tonhalle di Zurigo, Filarmonica di Monaco, Sala São Paulo e Filarmonica di Belgrado da interpreti quali Ksenija Sidorova, oltre che da solisti, ensemble e orchestre internazionali. Molto attivo anche nella didattica, è oggi un punto di riferimento per una nuova generazione di giovani fisarmonicisti.
