Non è una novità, associare la vita e lo scorrere del tempo, alle stagioni. Un proverbio cinese dice “un giorno, tre autunni” e serve per descrivere la mancanza di una persona, a volte talmente pesante che, per ogni giorno che passa, sembrano trascorsi tre anni. Nel caso specifico di questa recensione, non sarà la mancanza il tema centrale ma è solo un piccolo esempio per dire che la natura influenzi la nostra quotidianità ed anche espressioni di utilizzo comune.
Si… ma cosa c’entra tutto questo con la musica?
Beh, in chiave del tutto metaforica, la natura e più specificatamente gli alberi, sono i protagonisti del nuovo singolo di OHLE – cantautore veronese classe 1995 – Sempreverdi pubblicato per peermusic ITALY e Futura Dischi (distribuzione FUGA).

Un brano fortemente umano e delicato sulla bellezza della vulnerabilità dell’uomo, in cui si nasconde l’aspetto più prezioso che lo caratterizza: la fragilità. In Sempreverdi infatti, OHLE utilizza questo tipo di pianta come metafora per indicare una vita sempre performante, al massimo e brillante, senza intoppi e arresti. «Ma sempreverdi non si può / sempre belli sempre persi / ho due cerchi intorno agli occhi» canta nel brano, quasi come una rassegnazione mista a presa di coscienza dei propri limiti e, come l’ultima frase suggerisce, della propria stanchezza: perché affannarsi quando tutto quello che si desidera è un po’ di riposo?
Ad una lettura superficiale, il ritornello sembra un vero inno alla pausa, il desiderio di concedersi del tempo per recuperare le forze, come anche la seconda parte del ritornello suggerisce («le mie gambe, le sento stanche / forse stasera non vengo a ballare») ma si tratta di una stanchezza solo apparentemente fisica. In Sempreverdi, OHLE ci parla di una stanchezza emotiva, quella che ti consuma da dentro e ti fa chiudere nei tuoi silenzi. Parla di quella spossatezza che trasforma tutta la luce intorno in un grigiore che svanisce con i propri tempi: Sempreverdi è il ritratto dell’umana debolezza, del peso delle incertezze e del sottrarsi dalle aspettative per prendere percorsi diversi e inaspettati. Sempreverdi cerca di raccontare quell’annoso percorso che induce a cogliere i propri tempi di maturazione e crescita, raccontando «la fragilità come una condizione naturale e necessaria, capace di aprire nuove possibilità di crescita.» (comunicato stampa)

Una canzone delicata che gioca con immagini essenziali e quotidiane, che si sostengono con una trama musicale in crescendo: partendo da una base pop molto leggera e un arpeggio di chitarra, cresce sino a incontrare un sottofondo elettronico che gioca un netto contrasto con il tema del testo. In alcuni tratti l’audio risulta dissonante rispetto alla melodia cantata ma, nel suo turbare riesce ad enfatizzare il senso di smarrimento narrato nella canzone.
Lo stesso smarrimento quando ci perdiamo, non troviamo più quello che ci protegge ma impariamo a capire che le nostre “foglie” sono solo una copertura ed una volta cadute riusciamo meglio ad apprezzare ciò che ci sostiene. «Scritto in un periodo in cui queste sensazioni erano particolarmente presenti nella vita dell’artista, “Sempreverdi” trasforma la nudità in un’opportunità: essere spogli non significa essere privi di qualcosa, ma creare lo spazio necessario perché possa nascere qualcosa di nuovo e perché una vicinanza diventi più autentica – “se il tuo corpo diventa spoglio, senti meglio una carezza”» (comunicato stampa)
