Becoming Hannah Arendt: come raccontare una filosofa rivoluzionaria

5 Dicembre 2025

Una delle pensatrici, filosofe, intellettuali più importanti del secolo scorso è stata sicuramente Hannah Arendt. Lo spettacolo che porta il suo nome, ovvero Becoming Hannah Arendt, scritto ed interpretato da Rita Pasqualoni, prova a riassumere la grandezza di una delle donne più importanti della storia della filosofia, presentandola come rivoluzionaria, aggettivo che effettivamente le si addice.

Sul palco vediamo la nostra attrice interpretare Hannah Arendt e dare inizio al suo monologo con una premessa importante “Io ho studiato filosofia, ma faccio politica”. Sin dall’inizio la drammaturga ci presenta Arendt attraverso un bifrontismo quasi tassiano, se l’autore della Gerusalemme Liberata si trovava esattamente al confine fra Rinascimento e Controriforma, la filosofa tedesca si trova su quello fra filosofia pura e politica. Le sue radici filosofico-intellettuali vengono ben descritte: il rapporto con la cultura classica, in particolare con la lingua greca, le fondamenta critico-filosofico femministe e il costante ritorno alla domanda fatidica intorno a cui ruota gran parte della sua filosofia: cos’è il pensiero?

Il monologo di e su Arendt continua, quindi, descrivendo egregiamente la sua condizione di donna senza terra, un’ebrea tedesca, dovuta scappare negli Stati Uniti per continuare i suoi studi. Molto interessante anche qui la digressione sulla lingua: Arendt infatti è madrelingua tedesca, ma quando si trasferisce negli USA frequenta l’università, pubblica libri, saggi e materiale accademico in inglese, che però rimane sempre la lingua della terra che l’ha accolta, non di quella che l’ha fatta nascere.

Il processo Eichmann e la reazione alle parole dei carnefici nazisti vengono descritti e spiegati in modo semplice ma efficace verso la fine del monologo, descrivendo la reazione dell’intellettuale, la quale non riuscì a non provare un senso di ironia sarcastica all’udire le testimonianze dei gerarchi nazisti. Da questo processo infatti nacque La banalità del male, il testo più pop dell’autrice. Arendt fu anche la filosofa (politica) che coniò il termine totalitarismo, per indicare quelle dittature del Novecento che furono un unicum, fino allora, nella storia dell’uomo: il fascismo, il nazismo e lo stalinismo.

Nel monologo viene anche descritto il rapporto fra Arendt e Heidegger attraverso un repertorio epistolare fra i due amanti-filosofi.

Becoming Hanna Arendt è quindi uno spettacolo su una donna, su una grande donna che fece del pensiero la sua vita, ma anche la sua arma per una rivoluzione culturale.

La drammaturga riesce a spiegare al pubblico esaustivamente e senza dar vita ad un monologo ampolloso il pensiero di una filosofa di cui i testi integrali sarebbero difficili da leggere per un occhio non specialistico.

Le lettere fra Heidegger e Arendt sono interessanti per capire la parte umana dei due intellettuali, ma rischiano, saltuariamente, di risultare più una digressione che un vero punto da approfondire.

Lo spettacolo risulta quindi interessante e dettagliato sia per chi si approccia alla Arendt, sia per chi già ha letto qualcosa della stessa.

Un monologo portato sul palco perfettamente dalla nostra Rita Pasqualoni, che riesce a dare giustizia a quella che è stata una delle intellettuali più importanti del secondo dopoguerra.

1 Comment Lascia un commento

  1. … accendere la curiosità è un talento. Complimenti all’autore dell’articolo che è riuscito nell’impresa. Chi conosce la “grande donna” ne comprende il pensiero, gli altri avranno l’occasione per scoprirla, leggerla ed amarla.

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