In un paese come l’Italia in cui non facciamo altro che vantarci di come siamo ospitali e calorosi, ecco che al Teatro India va in scena una gigante lezione di accoglienza da parte di tre attori georgiani, Giorgi Baratshvili, Zurab Papuashvili e Anna Tsereteli protagonisti insieme a Paola Giannini dello spettacolo “La Festa”, di Leonardo Manzan e Rocco Placidi appena andato in scena dal 12 al 17 maggio.
In questa pièce, scavando nelle esperienze autobiografiche dello stesso regista Manzan, ripercorriamo la scoperta di un “paese delle meraviglie” tanto accogliente quanto fortemente destabilizzato. Ci troviamo infatti in Georgia, a Tbilisi, sul marciapiede di una strada colma di cocci di vetro, di bicchieri e bottiglie rotte, offerte per brindare ad un nuovo futuro o forse per dimenticare il passato. Proprio qui Paola incontra i tre attori che la invitano alla loro “supra”, festa tradizionale dalle regole semplicissime: brindare. Brindare alle gioie, ai dolori, non ha importanza, bisogna cercare di vedere il bello nelle cose. Ad ogni libazione riecheggia il suono del “gaumarjos” che significa “alla tua salute/alla tua vittoria”. È però importante seguire una precisa liturgia: a guidare la cerimonia c’è sempre un “tamada” a cui si accompagnano i “merikipe”, coloro che versano da bere per gli ospiti e che potranno festeggiare quando gli invitati avranno finito. Gli invitati in questo caso sono proprio le persone del pubblico e tra un brindisi e l’altro saranno messi a corrente di tutta la vicenda.
La vicenda che fa da sfondo è quella di un Paese inizialmente in sviluppo che lo stesso Manzan ha conosciuto qualche anno fa in una tournée, dopo essere stato finalmente inserito nella lista d’attesa per entrare a far parte dell’Unione Europea nel 2023, e che ha ritrovato pochi anni dopo totalmente cambiato a seguito delle ultime elezioni presidenziali. Una parabola che ci porta a gettare lo sguardo al di là del mare, sulla situazione di un paese che forse ha più similitudini col nostro di quante ne potevamo immaginare.
Il grande lavoro di questo spettacolo è che durante i 90 minuti non riceviamo solo informazioni sulle recenti vicissitudini socio-politiche del paese, ma ci da accesso alle strade, alle case dei protagonisti, alle loro usanze, ai loro modi di vivere. In un eccentrico ma coerente cambio di registro linguistico emerge la travolgente dinamicità degli interpreti e la loro totale padronanza del mezzo espressivo, che gli permette di scivolare da scambi serrati ai monologhi, dal ballo al canto, addirittura al rap, senza nessun inciampo o calo di ritmo. Merito sicuramente di una scrittura capace di restituire un’esperienza metateatrale suggestiva e incredibilmente catartica, che favorisce il continuo scambio con la platea tra momenti di dialogo e canto corale.
All’alzarsi dei calici durante i brindisi apprendiamo altre regole fondamentali: non si beve mentre qualcuno sta parlando e ogni volta che del vino viene fatto cadere, viene dedicato a chi non c’è più. La strada risulta testimone privilegiato di queste tradizioni, è lei che raccoglie i vetri, è lei che conserva le memorie -gioiose o tragiche- di un paese che cerca disperatamente di rimanere fedele a se stesso e di persone che ormai hanno perso la propria quotidianità. Veniamo a conoscenza della storia di Irakli Getsadze, musicista costretto a scappare e a nascondersi nei teatri d’Europa e di Andro, amico e collega dei personaggi in scena, arrestato per presunta opposizione politica. Si delinea una situazione tutt’altro che allegra, dalla vittoria del nuovo presidente filorusso, in Georgia sta morendo la libertà d’espressione e ne sta soffrendo anche il teatro.
Ecco perché questi attori sono venuti da noi, da ormai 500 giorni il teatro di cui facevano parte è chiuso, a nulla sono valse le incessanti proteste dei cittadini, anzi, come monito per chi continua a manifestare è stato bandito il divieto di fermarsi sui marciapiedi della capitale; “è vietato fermarsi” non è solo un’imposizione dall’alto, ma serve come continuo memorandumper chi decide di sperare nonostante le controversie, nonostante le ingiustizie. Questa festa ha il compito di perseguire un ideale, di perpetrare una lotta -magari più una speranza- condividendola a più persone possibili.
È encomiabile vedere questi ragazzi continuare a brindare, a ridere di tutto nonostante tutto, in uno spettacolo che mescola continuamente finzione scenica e realtà, che varca i limiti della creazione artistica raccontando uno spaccato che trova punti in comune anche con il nostro Paese. Seppur non paragonabili le vicissitudini politiche, la chiusura di spazi culturali ed artistici è stata più volte in questi mesi centro di discussione anche sui nostri canali di informazione e più volte nella nostra penisola recentemente è emerso un forte sentimento di malcontento nei confronti delle istituzioni e nella gestione di queste attività.
Nonostante le differenze geografiche o culturali, quella che viene fuori è una storia rocambolesca, sfaccettata, a tratti surreale, che parla solo di ragazzi che speravano di avere davanti a loro un futuro più roseo. All’accendersi delle luci in sala si è consapevoli di aver assistito a qualcosa di irripetibile, anche se a primo impatto si può essere colpiti da quella sensazione di sconforto e impotenza, dall’impossibilità di poter concretamente incidere. Pensandoci bene però, se c’è una cosa che insegna questo spettacolo è provare a vedere il bello nelle cose. Forse non è vero che non si può fare proprio nulla, forse anche un semplice gesto può bastare, forse, proprio come gli attori sul palco l’importante è la condivisione, il raccontare questa storia. Speriamo possa davvero essere così, speriamo possa essere un inizio, speriamo queste persone possano tornare a vivere la loro vita come facevano un tempo. Alla vostra vittoria.
