Alfredino, L’Italia Paese di eroi

Testo Saverio Caruso

Quando Sky annunciò che avrebbe prodotto una miniserie sulla drammatica storia di Alfredo Rampi, parte dell’opinione pubblica si rivoltò.
Tra i più critici c’era chi il fatto se lo ricorda bene, all’epoca era abbastanza adulto da seguire l’estenuante diretta. Ricorda le immagini, le preghiere, le lacrime, l’attesa. “Perché mettere in scena un evento così drammatico ancora difficile da ricordare? Io non lo vedrò”.
Se la storia di Alfredino era anche una storia di narrazione sbagliata, di giornalismo avido e spietato, perché farne una serie ed alimentare a distanza di anni la tv del dolore? E non avevano tutti i torti quegli allora giovanissimi che oggi sono genitori e guardando i loro figli ricordano con dolore quel terribile incidente.
Tuttavia, la serie Alfredino – Una storia italiana, non si rivela una dolorosa replica di quello che fu definito il reality dell’orrore di allora.


La serie è drammatica, non c’è dubbio; un prodotto per un pubblico selezionato, che sa cosa si aspetta. Ma è chiaro che scene, episodi e momenti dolorosi vengono scientemente omessi o tralasciati se non funzionali alla trama. Ho iniziato la serie con il timore che potesse raccontare anche il punto di vista di Alfredino, nel buio, in mezzo al fango, disperato, senza speranze. In realtà non lo vediamo neanche cadere. Avrebbero potuto ritrarre Alfredino lì sotto e non lo hanno fatto. Nella realtà ad Alfredino si spezzarono le ossa; questo nella serie non è raccontato: è un
dettaglio drammatico, ma superfluo. Non rivediamo più Alfredino neanche quando Angelo riesce a raggiungerlo, a parlagli, a pulirli gli occhi dal fango. In cuffia, i protagonisti sentono la voce di Alfredino, i suoi lamenti, i suoi pianti. Evitato anche questo. Basta sapere che un microfono fu calato così da poter comunicare con lui. Sentiamo un frammento della sua voce solo in una registrazione, momento nevralgico in cui i giornalisti si convincono di far partire la diretta.
Non interessa mostrare Alfredino nel pozzo, interessa raccontare l’Italia che è sopra, le sue affascinanti contraddizioni, gli eroi e i demoni che la compongono.
Lo stesso regista, Marco Pontecorvo, spiega: «La storia di Alfredino Rampi appartiene al DNA dell’Italia in maniera transgenerazionale. Ricordo di aver vissuto la tragedia di Vermicino a casa con i miei genitori. Per raccontare un evento di questa portata siamo andati sempre con i piedi di piombo. Devo ammettere che la lavorazione è stata particolarmente difficile: abbiamo girato durante la pandemia in un periodo molto freddo e segnato dal maltempo. Sul set abbiamo girato con pozzi reali di 4/5 metri scavati in location, il resto è stato ricostruito in studio. Non ci interessava cavalcare i sentimenti del melodramma ma seguire una rotta che si allontanasse il più possibile dalla “tv del dolore” e dal pietismo televisivo. La speranza è che il pubblico, rivivendo oggi la storia di Alfredino, riesca a riviverla, superarla prendendone gli aspetti migliori».
Alfredino non è una serie su Alfredino Rampi, è una serie su un’Italia impreparata che sa improvvisare con coraggio e costruire sulle macerie.
Quando Franca Bizzarri, la mamma di Alfredo Rampi, interpretata magistralmente da Anna Foglietta, invita i tre speleologi a casa, la mattina serve loro il caffè espresso in una moka anni 70. Il marito gli fa capire che non è necessario versare loro pure il caffè, “mica so ragazzini”, ma Franca gli risponde “mbè? So’ sempre ospiti”. Al momento della scena sono trascorse già 12 ore da quando Alfredino è caduto nel pozzo.
È una scena commovente nella sua semplicità, dove è nascosto tutto il significato della serie. È un insopportabile dramma quello che si sta consumando a pochi passi da lì, ma Franca trova la forza di garantire ai giovani la degna ospitalità di una famiglia italiana per bene. Quando Franca raggiunge il pozzo, i ragazzi diranno al marito “sua moglie è davvero una forza”.
Quando un anonimo barista della zona inizia a servire panini e Coca-Cola a tutte le persone accorse sul luogo del dramma, dice alla figlia stanca “se rimani sveglia pure stanotte papà te’porta ar mare ar Circeo”.
Tra questi dolci siparietti tutti italiani, si districano le vite di persone comuni che diventano eroi di una tragedia:
Nando Broglio (Vinicio Marchioni), vigile del fuoco che ha saputo tranquillizzare Alfredino con i suoi cartoni animati preferiti mentre la trivella faceva tremare il terreno. Angelo Licheri (Riccardo De Filippis), coraggioso mingherlino che rimane a testa in giù oltre il limite, pur di portare su il bambino e pronto a riscendere di nuovo nonostante lividi e ferite. Gli speleologi: Maurizio Monteleone (Giacomo Ferrara), Marco Faggioli (Beniamino Marcone), Laura Bortolani (Valentina Romani).


È Franca però la vera eroina della serie. Fattiva, decisa, forte, disperata, ma razionale, lucidissima. Cazzia il capo dei Vigili del Fuoco, disquisisce con il Presidente Pertini, fonderà un’associazione e contribuirà alla nascita della Protezione Civile. È il simbolo di un’Italia tradizionale non imprigionata da luoghi comuni, la Mamma punta di diamante di una famiglia come tante, donna comune e straordinaria allo stesso tempo.
“Non piangerò” sfida i giornalisti, a cui non importa ascoltare: vogliono vedere solo le lacrime. Il “non piangerò” sfida anche noi, che immaginavamo una serie sul dolore e la concludiamo salutando i nostri eroi con un sapore in bocca che sa di lieto fine. In un periodo in cui l’ubriaco entusiasmo di Squid Game fa trionfare il dolore e la disperazione, diamo fiducia ad una serie tutta italiana che con garbo e umiltà racconta di un dolore che sboccia in speranza.

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