Un altalenante sentimento di empatia e risentimento è il costante, sottile, filo che unisce l’occhio dello spettatore ad Almaz, protagonista della pellicola di Daniel Espinosa, Madame Luna, distribuito da Europictures, così come ossimorica è la meta morale del viaggio da quest’ultima intrapreso per espiare colpe e peccati di una vecchia vita passata a inseguire denaro, potere e controllo sui più deboli e i loro affetti.
Almaz (Meninet Abraha Teferi) migra in Calabria dall’Eritrea, arriva con lo sguardo spento, sottomesso, ma l’alone di fierezza non l’ha abbandonata; è ben percepibile la silenziosa volontà di non farsi conoscere, non lasciar trapelare i residui di un pregresso gioco al massacro ora trasformati in pentimento. Almaz si nasconde, dagli altri e da sé stessa, non vuole ricordare, tuttavia immaginari flashback delle vite che ha contribuito a spezzare la tormentano di notte, nei sogni, dove il blu del mare si trasforma in un rosso mare di sangue. Cadaveri vi galleggiano, e la colpa è sua.
Per quanto tenti l’anonimato, la redenzione, nel centro di accoglienza a Lamezia ben presto la giovanissima Eli (Hilyam Weldemichael) la riconosce e la chiama con l’epiteto di Madame Luna, ricordandole di essere stata la promotrice del suo viaggio per giungere in Italia e chiedendole aiuto per far arrivare anche suo fratello rimasto in Eritrea.
Scena dopo scena conosciamo la vera Luna, Luna che parla svariate lingue, Luna dal forte carattere, Luna che non si muove previa ricompensa in denaro, Luna che sfrutta gli invisibili come lei e aiuta solo chi si conquista la sua stima, Luna dalla sibillina mentalità criminale: Luna ex trafficante di uomini.
In un’ambigua danza tra bene e male, con ricadute tra l’agiatezza dei soldi facili e il desiderio di rinascita morale, la protagonista ora cede, ora si ribella, alle avance economiche della Famiglia malavitosa che gestisce il lavoro nei campi e nell’edilizia in cui sono fruttati gli immigrati.
Una lotta interna ed esterna dagli esiti intensi, fino a quando Luna non compie una scelta, e la sua fuga sembra, finalmente, avere una meta, uno scopo ben preciso.
La pellicola di Espinosa è un realistico spaccato di quello che uomini, donne e bambini migranti subiscono una volta arrivati in Europa, tra pressioni, ricatti, fisici e psicologici, dai quali non possono scappare, e speranze, nella loro mente, di cui si nutrono per sopravvivere. Un quadro la cui crudezza si delinea e commuove attraverso l’intensità del comunicativo sguardo delle attrici protagoniste, le quali riescono a trasmettere ed essere portatrici, anche con poche parole, di un’espressiva denuncia civile, il cui impatto, tuttavia, corre il rischio di scivolare e rilegarsi in una dimensione cinematograficamente immaginifica a causa dei risvolti in salsa ganster in cui guizzano alcune scene finali della storia, segno distintivo anche di altre sceneggiature di Maurizio Braucci, il quale vanta il merito di riuscire a tinteggiare d’azione e dinamicità ogni narrazione in cui il confine tra buoni e cattivi nasconde porte segrete e costanti colpi di scena, da Gomorra di Matteo Garrone a Pasolini di Abel Ferrara.
In Madame Luna “migrante” non è solo sinonimo di “vittima” o “debolezza”; bensì di riscatto, espiazione e sacrificio; ma non solo, anche di “carnefice”, così da testimoniare che il male non è connazionale o straniero, appartiene alla razza umana di cui tutti, indistintamente facciamo parte.
