Nel catalogo estivo di Netflix, affollato come sempre di proposte quantomeno improbabili, tra crime, survival thriller e detective solitari, Untamed si è fatto notare. Sei episodi, paesaggi monumentali, una regia contenuta, il volto di Eric Bana in copertina. Tutto questo l’ha resa una delle serie più vista sulla piattaforma. Ma è anche bella?
Trama e ambientazione
Nel cuore dello Yosemite (che non è lo Yosemite ma la Columbia Britannica, in Canada) un corpo viene trovato ai piedi di una rupe. L’agente federale Kyle Turner, vedovo e cupo quanto basta, viene mandato a indagare. Sullo sfondo: un inquietante scorrere di cascate, pareti granitiche, fauna selvatica, silenzi pieni di sottotesto e un caso intricato, che lega la vittima a un vecchio caso irrisolto, segreti personali e dolorosi. Già visto? Un pochino sì eh!
Untamed, più che sorprendere, ci accompagna in un viaggio dove l’esterno riflette l’interno, e dove la natura diventa teatro del rimosso. L’impianto narrativo è solido, anche perchè visto e rivisto e si affida a una struttura canonica: l’indagine è il motore, ma lo sviluppo si concentra più sull’evoluzione interiore dei personaggi . True Detective, che è il modello assoluto di riferimento, è tuttavia inarrivabile.
Untamed scommette sulla progressione emotiva mediante una visione di regia asciutta, silenziosa, meditativa. Troppo meditativa, quasi soporifera!
Pur partendo da premesse promettenti, la serie fatica a mantenere alta la tensione. Dopo i primi episodi, in cui il ritmo lento appare funzionale a un’atmosfera di sospensione e inquietudine, la narrazione diventa piatta i dialoghi diventano ripetitivi, le dinamiche prevedibili, e il mistero centrale perde grip. Solito prodotto Netlfix che dal punto di vista produttivo impeccabile ma è scarseggia di cuore e risulta di plastica…La fotografia è uno dei suoi punti di forza: ampie inquadrature, luci naturali, un uso consapevole dello spazio e dei vuoti.
Eric Bana interpreta con rigore e misura. Il suo Kyle Turner è un uomo chiuso, segnato dal dolore, ma mai patetico. Accanto a lui, Lily Santiago offre una performance efficace nel ruolo di Vasquez, portando un equilibrio tra inesperienza e determinazione. I personaggi secondari, però, risultano più deboli: spesso funzionali alla trama, raramente memorabili. Una buona intuizione è rendere Il paesaggio selvaggio un co-protagonista: non è solo sfondo, ma specchio delle pulsioni umane più oscure. Ciò non sorprende se si ricorda che i creatori della serie sono Mark L. Smith ed Elle Smith famosi per The Revenant. La serie cerca una profondità che talvolta scivola nel manierismo i dialoghi diventano calcolati, i conflitti interiori appaiono più dichiarati che vissuti. Il montaggio lento, che all’inizio aggiungeva solennità, a lungo andare si trasforma in un peso. La tensione narrativa non cresce: resta in un limbo.
Il risultato è una serie visivamente affascinante, formalmente corretta, ma che lascia poco dietro di sé. E questo è uno dei più grandi limiti di gran parte le produzioni netflix! Ogni anno Netflix fa uscire (o pompa e racconta) una serie che ottiene numeri stratosferici, hype cosmico e poi? Poi passano due, forse tre anni e tutto finisce nel dimenticatoio. A rimanere nell’Olimpo, sono sempre e solo le inarrivabili pietre miliari! (una l’abbiamo già citata)
A cesare quel che è di Cesare! Non va pertanto sottovalutato l’enorme successo di pubblico di Untamed, che ha registrato oltre 26 milioni di visualizzazioni nelle prime due settimane e ha conquistato la Top 10 in ben 92 paesi spingendo Netflix ad annunciare ufficialmente una seconda stagione.Eric Bana ha già confermato la sua presenza (e te credo è anche il produttore esecutivo!)
In definitiva, Untamed è un prodotto in cui la natura è selvaggia, ma il racconto è stato addomesticato. Perfetta per chi ama la lentezza meditativa, o per chi ama fare yoga con qualche sussulto davanti lo schermo.
