Si è svolto giovedì 31 luglio al Teatro India di Roma Non sarò mai Elvis Presley, lo spettacolo scritto e recitato da Filippo Timi: un appuntamento sold out che fa parte del cartellone di eventi di India Città Aperta, in programma nel teatro all’ombra del Gazometro sino al 3 agosto.
Ammettiamolo: per quanto si sa che gli attori siano versatili e che, oltre alla recitazione, dovrebbero sapersi destreggiare anche nel canto e nel ballo, coglie un po’ alla sprovvista questo spettacolo che, da scheda informativa, nasce come un monologo sull’incompiuto partendo dalla scultura Schiavi dell’artista Michelangelo, con incursioni di Iva Zanicchi, Goethe… e Peter Griffin! Ma forse di “incompiuto” in questo spettacolo c’è solo la parte cantautoriale di Filippo Timi che, con timidezza, si affaccia (solo!) ora nel mondo della musica!
Più che uno spettacolo, lo spettatore si confronta con un concerto in cui l’attore sembra voler interpretare con i suoi strumenti (in tutti i sensi!!) il concetto di “teatro canzone” coniato da Gaber: quello di Timi è un esperimento musicale che, come questo spettacolo suggerisce, nasce in sordina con brani che si aggiungono di esibizione in esibizione, figlie di emozioni e ricordi che affiorano. Il Teatro India offre uno squarcio informale, piacevole e colloquiale e Timi, su un palco dalla scenografia sgombra dove le gigantografie di un rinoceronte e di una scimmia fanno compagnia a due sedie, insieme a un cajon, una tastiera e due hand pan, si mostra in una veste completamente diversa rispetto all’attore di teatro o del cinema: sceglie di mostrarsi semplicemente come “Filippo”. Infine il palco sembra essere coperto da un velo ma, durante lo spettacolo, l’attore dichiarerà che quello ai suoi piedi è un paracadute che ha acquistato perché doveva essere parte della scenografia della sua riscrittura de Il paradiso perduto di John Milton ma «i paracadute sono grandi: dove li metti 50 paracadute?! Ne ho comprato solo uno… che vedete qui!»
Non sarò mai Elvis Presley è uno spettacolo sincero, in cui l’uomo dietro l’attore ha scelto di mettersi a nudo e di raccontarsi anche nell’intimo, sfruttando immagini simboliche o semplici ricordi nei quali tutti gli spettatori possano sentirsi parte: il risultato è un progetto che va sicuramente raffinato probabilmente i testi dei brani vanno scarnificati – una mera constatazione visto che, come il titolo stesso dello spettacolo suggerisce, non c’è la pretesa di mostrarsi come un cantautore – ma sa accattivarsi l’attenzione e la simpatia del pubblico.
Con un pantalone ecru ed una camicia di lino bianco, accompagnato dal musicista Lorenzo Minozzi, Filippo Timi sale sul palco raccontando brevemente il punto di partenza di questo progetto e lasciando subito spazio alla musica: con il brano E allora evviva Peter Griffin in cui i ricordi del padre vestito con abiti anni ‘70 durante il 1980 («perché chi è che si veste da anni 80 negli anni 80? Solo su MTV!»), il primo incontro con Sorrentino e i momenti dell’infanzia vengono tutti spodestati dalla cinica ironia del protagonista della serie tv americana: «cosa c’entra in tutto ciò? “Lui mi permette di iniziare con un brano di Majakovskij e terminare con il mio primo incontro con Sorrentino, una scrittura esemplare che racconta tutto ciò di cui mi nutro. L’obiettivo è trovare l’armonia in un incastro di opposti”.» (comunicato stampa)
Leggerezza sì, ma con una commovente parentesi rivolta alla madre con il brano Le tue caviglie secche, madre in cui l’attore omaggia il genitore raccontando come da piccoli siamo soliti vederli già vecchi e invece, giunti nella loro età matura, tendiamo a vederli e ricordarli sempre giovani. La scaletta della serata alterna canzoni a brevi interventi che ne raccontano l’origine, come il brano Candelina che racconta la storia di una candelina bellissima ma, per la fretta, hanno dimenticato di metterle il picciolo quindi non può accendersi, non può realizzare desideri, non può illuminare. «Ed io mi sono sentito spesso così, fuori luogo come una candelina senza picciolo»: le canzoni di Timi sono spaccati di vite colte nei loro momenti di stallo e alla ricerca di una ripresa e l’attore le racconta con delicatezza, sincerità, un velato cinismo, ma tanta ironia… che è sicuramente il dettaglio principale per arrivare al cuore delle persone!

Canta poi l’amore in I fiori del paradiso con il tragico epilogo della storia tra i due angeli Gabriele e Lucifero che sceglie di cadere giù all’inferno per non soffrire più; la divertente storia di Lumaca e il suo desiderio di voler rinascere “piscio di cane” in una prossima vita per avere un’esistenza (ed un accoppiamento!) più facile, o ancora l’affannosa ricerca della propria metà di una Pulce d’acqua destinata a vivere solo ventiquattro ore: «Volevo portare questo brano a Sanremo… ma la faccio qui e lì vogliono solo inediti!» dichiara ad un divertito pubblico che, sul finale del brano, si libera in una fragorosa risata indotta dalla buffa imitazione del verso di una rana.
Se c’è una cosa che è facile cogliere da queste piccole canzoni dell’attore perugino è sicuramente quello di nascondere nei suoi testi una profonda morale: un po’ come un Esopo contemporaneo, sfruttando oggetti inanimati, animali o elementi naturali, Timi ci ricorda la fragilità della nostra individualità ma anche la nostra unicità e la nostra umanità, evidenziando come anche dietro la celebrità, si nasconde un uomo, una persona, un individuo comune come tutti gli altri. Ecco infatti raccontarci come anche Marilyn Monroe è come la coca cola, discende dalle scimmie, divertendo il pubblico presente; lo stesso avviene anche con l’autobiografica Corvo nero corvo bianco, specchio della dualità del suo animo che oscilla tra sentimenti e razionalità, passione carnale e amore. Fortemente apprezzata dal pubblico Sasso, spronata dalla conversazione con la nipote che a 17 anni era ferma e immobile sul letto: affermava che stava facendo il sasso e che non si sarebbe mossa, facendosi così trascinare dalla corrente. Come fa un sasso a dichiararsi quando si innamora? Inermi, fermi, statici e senza possibilità di parola, quando decidiamo di reprimere i nostri sentimenti e il nostro amore, stiamo solo reprimendo la nostra natura, diventando dei sassi in balia dell’ipotetico arrivo di una corrente che possa smuoverci ed avvicinarci ai nostri obiettivi… ma la vera corrente, si nasconde nella nostra forza di volontà.
Ed è proprio con quest’ultimo brano e con Candelina che Timi si concede a due bis perché «oggi ne ho proprio voglia» e con fare soddisfatto, insieme a Lorenzo Minozzi, saluta calorosamente il pubblico presente che lo applaude e gli urla parole di apprezzamento.
«Dobbiamo immaginarci come l’orchestrina del Titanic che mentre tutto affonda, loro continuano a suonare» ed è proprio così. Quello di Timi è un progetto spontaneo (come da lui stesso affermato) che nel flusso continuo della quotidianità, prova a metterne in pausa la frenesia per soffermarsi sulle sottigliezze, sulle piccolissime cose che vengono ignorate da tutti (ne è esempio il sasso): il risultato è una boccata di ossigeno… ed una risata sincera!
