Weapons – Un rito oscuro avvolge un’America disorientata.

29 Agosto 2025

L’incipit è già leggenda: alle 2:17 del mattino, diciassette studenti della stessa classe spariscono simultaneamente, senza costrizioni, come richiamati da una forza invisibile, lasciando dietro di sé un silenzio che pesa più di mille urla. Solo uno tornerà. A quel punto, la cittadina e un’intera comunità si sgretola. La ricerca ha inizio. Una casa, una porta, una famiglia borghese, un capro espiatorio, un oscuro mistero. Un quadro di Edward Hopper intrappolato in un incubo lynchiano dalle atmosfere fiabesche di Dario Argento. Cregger gira una favola rituale ma come in Magnolia, il vero personaggio è la comunità organismo in scomposizione dove tutti si muovono perfettamente a tempo sotto il metronomo di Cregger.

Il film che va oltre il mistery/horror cela una critica, neanche troppo velata, rivolta a tutte le funzioni della società: scuola, polizia, famiglia e ad un oscuro immobilismo sociale che solo una nuova generazione liberata da un rituale è in grado di “spezzare”.

Struttura narrativa

Cregger decide per una struttura episodica. Un intreccio di storie parallele come chiave dell’angoscia. Non c’è un protagonista da seguire, non c’è un “eroe” a cui aggrapparsi: il vero soggetto è la comunità stessa, rappresentata nella sua lenta implosione. Ogni segmento narrativo amplifica e completa il precedente, generando un quadro d’insieme che via via si compone con un crescendo che purtroppo deflagra in un finale di dubbia riuscita.

I personaggi.

La prova attoriale, corale e individuale è superba. Tutti gli attori sono assolutamente coerenti in ogni azione che compiono e ogni scelta viene inserita in uno schema narrativo di scatole cinesi. Josh Brolin (incredibile) interpreta un padre di famiglia che cerca disperatamente di mantenere una parvenza di controllo. Julia Garner (puntuale) veste i panni della maestra Justine Gandy, concentra su di sé i sospetti della comunità: il suo volto enigmatico diventa lo specchio delle paure collettive, come se la società avesse bisogno di un capro espiatorio. Amy Madigan (superlativa), nei panni della zia Gladys è un personaggio che sono certo rimarrà nell’immaginario cinematografico. E’ la figura più disturbante del film la personificazione della devianza nascosta dietro la normalità domestica.

La regia

Cregger privilegia il notturno, la sospensione, il dettaglio perturbante. Lunghi campi medi restituiscono la geometria alienante dei sobborghi, improvvisi primi piani spezzano il ritmo e costringono lo spettatore a un’intimità scomoda con i personaggi. Qualche jump scare di troppo disturba. L’umorismo nero a volte gli scivola di mano e non è ben dosato. Il il doppio registro che oscilla tra favola cupa e grottesco finisce per straniare e rallenta il flusso crescente di emozioni che invece è ben sottolineato da una colonna sonora efficace.

Da un punto di vista commerciale il film è un successo. Incassa Oltre 200 milioni di dollari al botteghino. Cregger firma un’opera che è un passo avanti rispetto a Barbarian e così profondamente personale da risultare riuscita.

Un piccolo aneddoto in chiusura.

Il 217 come simbolo! L’orario della sparizione richiama la stanza 217 di Shining di Stephen King, che non fu mai usata da Kubrick nell’omonimo film. Perchè? Nel film di Stanley Kubrick (1980) la stanza diventa la 237. Non fu una scelta artistica pura, ma una questione molto pratica: l’Hotel Timberline Lodge in Oregon chiese a Kubrick di non usare il numero 217, che esisteva davvero, per paura che i clienti si spaventassero e non volessero più prenotare quella stanza. Così Kubrick inventò il 237, che in realtà l’hotel non aveva. Risultato paradossale: la 217 oggi è la stanza più richiesta dai fan di Shining.

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