Cinquant’anni dopo, Lo Squalo (Jaws, 1975) continua a imporsi come una delle opere fondative del cinema contemporaneo. Non tanto per essere stato uno dei film che ha contribuito all’invenzione del blockbuster (specialmente estivo) quanto per la capacità di Steven Spielberg di ridefinire le regole della rappresentazione della paura e, con esse, il rapporto tra spettatore, immagine e inconscio collettivo. Un maestro su tutti prima di lui aveva indicato la strada: Alfred Hitchcock il king della suspence. Prima con Psyco dove la suspence esplode in una scena da antologia coadiuvata da un meccanismo visivo/musicale (B. Herman) da urlo. E successivamente con il film del 1963 “Gli Uccelli” al quale lo Squalo deve molto.
Estate, una località marina di nome Amity Island (luogo fittizio) è sconvolta dall’arrivo di un feroce squalo bianco che comincia a mietere vittime tra i bagnanti. Il mare si trasforma in una minaccia invisibile. Il capo della polizia, Martin Brody (Roy Scheider), assieme a un biologo marino (Richard Dreyfuss) e a un cacciatore di squali (Robert Shaw), parte per catturarlo. Inizia così una lotta tra l’uomo e la natura primordiale, un crescendo di emozioni che ha fatto la storia del cinema.
Lo Squalo è insieme animale e figura mitolgica: incarna una minaccia atavica, ma è anche lo specchio delle ansie americane degli anni Settanta. La vulnerabilità dopo il Vietnam, la sfiducia generata dal Watergate, l’erosione dell’ottimismo post-bellico.
L’estetica dell’assenza
È ormai noto come il malfunzionamento dello squalo meccanico, ribattezzato “Bruce”, obblighi Spielberg a reinventare un linguaggio. Il “mostro” meccanico si rompe in continuazione e le riprese in mare aperto diventano un incubo logistico. Il budget lievita. Spielberg capisce che il vero terrore non è mostrare il mostro, ma suggerirne la presenza. Il mostro appare pochissimo, ma la sua assenza costruisce una presenza più opprimente di qualunque immagine esplicita. Il terrore si annida nel non visto. Il mare diventa il luogo in cui lo spettatore proietta il proprio timore. La partitura di John Williams trasforma il fuori campo in minaccia assoluta, con due sole iconiche note. In questo scarto tra visibile e invisibile si misura la grandezza del film e del regista.
Il dispositivo industriale. Una visione.
Lo Squalo segna una cesura nel modello distributivo: Universal pianifica un’uscita simultanea in centinaia di sale, sostenuta da una campagna televisiva massiccia. Nasce così l’idea moderna di “film-evento”. Giusto per ricordarlo: box office USA (1975): circa 260 milioni di dollari; box office mondiale (1975): circa 470 milioni di dollari. Ad oggi con il ricalcolo dell’inflazione parliamo di un incasso monster di circa 2 miliardi.
Il monologo come fusione tra storia e finzione
Il momento in cui Quint (il cacciatore di squali) rievoca la tragedia della corazzata Indianapolis è memorabile. Il fatto storico è reale: nel 1945 l’incrociatore viene affondato da un sommergibile giapponese. Muoiono centinaia di marinai, molti per disidratazione, molti attaccati dagli squali. Spielberg trasforma un episodio storico in mito orale, facendo emergere il fantasma della guerra nel cuore della narrazione. Il racconto scava un abisso simbolico: lo squalo non è più soltanto natura, ma ritorno del rimosso
Resilienza
Rivisto oggi, Lo Squalo mantiene la sua capacità di generare inquietudine. La tensione non conosce erosione. A cinquant’anni dalla sua prima apparizione, il film ritorna in sala. Non è soltanto un anniversario: è una riaffermazione del suo statuto di classico. In tempi dominati dallo streaming, l’esperienza collettiva della sala diventa essenziale per godere a pieno della tensione del silenzio che precede la comparsa della pinna, del boato della musica di Williams, del buio che trasforma lo schermo in abisso.
Nella cultura Pop
L’impatto di questo film sulla cultura popolare fu enorme: sale piene, spiagge più ansiolitiche. Leggenda vuole che dopo l’uscita del film, le vendite di pinne da sub diminuirono drasticamente. L’onda d’urto del film arrivò fino a toccare il turismo costiero, con aneddoti di intere comunità balneari che registrarono un calo delle presenze nei primi anni dopo l’uscita.
Per chiudere, è impossibile non menzionare un’altra eredità che Jaws lascia: la filiera di sequel a cui dà vita. Dopo il successo clamoroso de Lo Squalo (1975), Hollywood e mezzo mondo hanno tentato di replicarne la formula. Tanto che è nato addirittura un sottogenere, spesso chiamato “sharkploitation”: parliamo di centinaia di film che hanno tentato di emulare il successo di S. Spielberg. Ad eccezione de Lo Squalo 2, i sequel hanno trasformato il terrore psicologico in un’azione banale e talvolta ridicola. Sono nati poi centinaia di variazioni sul tema. Ragni velenosi, orche assassine, coccodrilli famelici, piranha affamati. Ma l’opera originale rimane intoccabile.
I 50 anni di Jaws, dall’1 al 3 settembre, al cinema!
