Mercy-sotto accusa: un film che ci prova

Il thriller processuale uscirà nelle sale italiane il 22 gennaio
20 Gennaio 2026

Mercy è il nuovo film diretto da Timur Bekmambetov, autore, fra gli altri del remake del 2016 di Ben-Hur e del film su Abraham Lincoln raccontato come cacciatore di vampiri, ovvero La leggenda del cacciatore di vampiri.

Sin dalla scena iniziale il film ci spiega tutto per filo e per segno. Siamo in un futuro prossimo negli Stati Uniti d’America, in una California non molto dissimile da quella contemporanea, una città che deve fare i conti con la criminalità dilagante e il problema delle droghe.

La situazione dello stato di Hollywood non è circoscritta, ma si allarga a tutta la nazione a stelle e strisce. La soluzione adottata da poco dal governo e dagli organi della difesa si chiama Mercy; essa è un’intelligenza artificiale che fa a tutti gli effetti un processo ad alcuni indagati. Nel tempo della storia in cui si ambienta Mercy i processi portati avanti da quest’ultima sono pochi, non raggiungono neanche la decina, indi per cui potremmo definire questa ancora una “fase di sperimentazione”.

Quando sul banco degli imputati (che poi è una semplice sedia di fronte a cui si trova uno schermo olografico) ci finirà un pezzo grosso della LAPD (Los Angeles Police Department), ”il processo” vero e proprio porterà a galla molti segreti.

La natura del processo a Chris Raven (Chris Pratt) non è di matrice kafkiana, sappiamo bene e fin  da subito il reato di cui è accusato, ovvero l’omicidio della moglie.

Il nostro imputato avrà un tempo prestabilito per potersi difendere dalle accuse.

Un dettaglio importante del sistema Mercy è che gli accusati sono colpevoli fino a prova contraria e saranno loro a doversi difendere dall’accusa, non spetta all’accusa l’onere della prova. Un cambiamento fondamentale che però il film liquida nei primi due minuti.

Da questa premessa capiamo subito che chi siede sulla poltrona di Mercy possiede molte prove che potrebbero dimostrare la propria colpevolezza. Cambiando le basi, cambia il paradigma.

Il film è una riflessione sull’ intelligenza artificiale, sui suoi limiti e le sue potenzialità, come ad esempio quelle relative alla privacy, sul concetto di “intelligenza”, se questo sia indipendente dall’uomo o no.

I pregi del film sono essenzialmente tre: aver posto al centro del film un tema come quello dell’intelligenza artificiale e le sue implicazioni burocratiche; la teatralità del processo a Chris Raven, che si svolge interamente su una sedia; l’evoluzione del film da processuale a investigativo.

Quest’ultimo tratto, quello del cambiamento di genere del film, viene portato avanti grazie ad un colpo di scena, che inizialmente stupisce lo spettatore e rende il film interessante, ma che piano piano diventa sempre, troppo più grande, fino a rendere il film, sul finale, quello che in Italia chiamiamo “un’americanata”.

La pellicola inoltre non riesce a spiegare i seguenti quesiti tratti: come fa Mercy ad avere accesso a qualsiasi dispositivo tecnologico, anche quelli che dovrebbero essere protetti dalla privacy del singolo; negli USA hanno cambiato la costituzione per un a semplice intelligenza artificiale applicabile ai processi?

Mercy è quindi un film con luci e ombre, da un lato, i tratti positivi sono sicuramente quelli della sperimentazione registica durante la fase processuale e la prima fase investigativa, ma anche esser riuscito a porre delle domande allo spettatore rispetto a temi caldi della contemporaneità; dall’altro il film si perde in qualcosa che è più grande di lui, che non riesce a giustificare alla fine, tantomeno all’inizio.

Da sottolineare la bruttezza del drone volante utilizzato dal personaggio di Kali Reis, un dettaglio che cerca di creare un mondo ancor più futuristico, ma che risulta alla fine esagerato.

Mercy è un film d’intrattenimento godibile, con molti difetti, ma che osa, che prova a fare qualcosa. Sicuramente il giudizio non può essere completamente negativo con quei professionisti che provano a portare al cinema qualcosa di nuovo.

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