Nel 2026 si torna a Silenti Hill, ma con una coppia più giovane rispetto a quella del film del 2006, Rose e Christopher Da Silva, stavolta i due protagonisti saranno James e Mary.
Il regista resta lo stesso del primo capitolo cinematografico, Christophe Gans, eppure questo film sembra la brutta copia della pellicola di venti anni fa.
Return to Silent Hill sembra uno di quei film della casa di produzione Asylum (quella di Sharknado, per intenderci), che tenta di avere un pubblico più ampio per i propri prodotti, con un titolo simile (molto simile) a quello di un film già famoso.
James e Mary si conoscono a causa di un incidente stradale, procurato proprio da James che ci mostra la propria guida sbarazzina, non dissimile da quella di un tassista romano nei giorni in cui vi è molta clientela. La scena dell’incidente è girata veramente male, non si capisce nulla della dinamica dello stesso; questo sarà il primo errore di regia che però, da subito, mostra allo spettatore le fallacie registiche di questo horror.
Gli altri punti deboli, a livello tecnico, di Return to Silent Hill sono la CGI e la fotografia. La computer grafica utilizzata per la creazione dei mostri, non sembra essersi evoluta rispetto al film del 2006. La forza della CGI non si trova esclusivamente nell’alta definizione dei mostri e delle creature che popolano questa città infernale, ma nell’utilizzo della tecnica. I mostri del primo film erano integrati meglio all’interno della narrazione e i tratti della computer grafica erano ben amalgamati con gli attori in carne ed ossa, per rendere Silent Hill quel posto infernale che dovrebbe essere. Qui le creature sembrano essere quasi estranee agli umani che vediamo vagare per Silent Hill.
La fotografia del film sembra quella di un horror a basso budget. La differenza di luce nei momenti in cui abbiamo un salto temporale fra passato e presente, utile a far riconoscere allo spettatore cosa viene prima e cosa viene dopo, sembra quella di Ghost Whisperer, o delle serie trasmesse durante il pomeriggio fra il 2000 e il 2010.
Jeremy Irvine, l’attore che interpreta James, ci regala un’interpretazione di Boris-iana memoria, lavorando esclusivamente su quattro espressioni facciali: triste, spaventato, basito, mi fa male la testa.
Dopo tutti i lati negativi del comparto tecnico, il problema più grande di Return to Silent Hill sta nella sceneggiatura, che non ha compreso cosa sia Silent Hill, o almeno non ce lo spiega. I mostri, le creature di Silent Hill non sembrano avere alcun legame con le paure di James o con il passato della città, il confine fra ricordo e paura non è spiegato, tutti tratti che rendono il film una storia senza capo né coda.
Le premesse per un film interessante c’erano tutte: torna alla regia Christopher Gans, arriva al cinema un nuovo capitolo di una saga, comunque, cult degli anni ’10 del 2000 e la casa di produzione è la Midnight Factory, che, seppur con qualche caduta, è sempre stata una garanzia per il cinema horror; Return to Silent Hill, però, non solo non è riuscito a fare paura, ma è riuscito anche a non essere un film, sia a livello registico, che sul piano della sceneggiatura.
Questi due errori sono i peggiori per un film horror.
