The Last Viking: nessuno è fuori posto, se il mondo cambia forma

17 Marzo 2026

C’è qualcosa di profondamente stonato — e proprio per questo irresistibile — nel cinema di Anders Thomas Jensen. The Last Viking (Mio fratello è un vichingo, il titolo italiano) non fa eccezione: una commedia nera che mescola crimine, follia e identità in un viaggio tanto assurdo quanto sorprendentemente umano.

È dove la realtà smette di essere confine e diventa scelta che si muove l’ultimo lavoro di Anders Thomas Jensen, in uno spazio fragile e necessario: quello in cui l’identità non è più qualcosa di stabile, ma un territorio da attraversare, reinventare, difendere. Non è solo un film su ciò che siamo, ma su ciò che siamo costretti a diventare per sopravvivere. È da qui che prende forma una storia che, sotto la superficie di un ritorno e di un obiettivo concreto, si apre subito a qualcosa di più instabile e profondo: un uomo rientra nella propria vita dopo anni di assenza, deciso a rimettere insieme ciò che ha lasciato indietro, ma il suo percorso si complica quando si trova accanto a un fratello che abita una realtà diversa, fatta di identità che cambiano, di percezioni che sfuggono a ogni logica lineare. In lui, alcune figure emergono con una forza particolare, come se fossero approdi emotivi più che semplici maschere: tra queste – lo spiraglio grottesco della pellicola – quella di John Lennon, a cui Manfred (un delicatissimo Mads Mikkelsen) si aggrappa come a un’immagine familiare e protettiva incontrata in un momento di frattura e diventata nel tempo una sorta di rifugio, una forma possibile di equilibrio dentro il disordine. Quello che dovrebbe essere un viaggio pratico si trasforma così in un attraversamento emotivo e mentale, dove i confini tra ciò che è reale e ciò che è immaginato si fanno sempre più sottili, fino a perdere consistenza.

Il film trova la sua dimensione più urgente in una zona di frizione costante, parla della diversità senza mai ridurla a categoria, ma restituendola come esperienza viva, spesso faticosa, a volte dolorosa. La salute mentale non viene osservata dall’esterno, ma attraversata dall’interno, come un territorio complesso in cui l’immaginazione non è un errore da correggere, bensì una strategia di sopravvivenza. Quando la realtà si fa troppo rigida, troppo ostile, troppo incapace di accogliere, immaginare diventa un modo per restare interi, per non spezzarsi. E allora quelle identità alternative, quei mondi paralleli, non sono deviazioni, ma rifugi: spazi in cui il trauma può essere rielaborato senza essere negato.

La pellicola è intrisa di sangue, procede sotto il segno della violenza, una violenza spesso improvvisa, a tratti persino grottesca (tipica del cinema scandinavo) che smette di essere solo un elemento narrativo e diventa qualcosa di più profondo. Per Jensen non è solo brutalità fisica, ma una traduzione visibile di una tensione interiore, di un conflitto che non trova altro linguaggio per esprimersi. Ed ecco che anche il corpo del protagonista sembra reagire in modo spiazzante: la violenza fisica lo attraversa senza davvero scalfirlo, come se fosse altrove, come se il dolore non potesse più raggiungerlo. Non è una forma di forza, né di invulnerabilità. È, piuttosto, il segno di una soglia già superata, di quando la sofferenza mentale diventa così profonda da assorbire tutto il resto e il corpo finisce per essere quasi secondario, un luogo che registra i colpi ma non li traduce più in esperienza piena.

Accettare sé stessi e gli altri, soprattutto se vicini a noi, non significa ricondurli a ciò che è comprensibile, ma ampliare lo spazio del possibile, mettere in discussione ” la norma”, permettere che esistano più forme di realtà, più modi di stare al mondo. Ma questo ampliamento richiede uno sforzo reale, quasi fisico: implica dubitare, abbandonare rigidità, esporsi a ciò che non si controlla e la violenza non è altro che il segno della fatica dell’esistere, della difficoltà dell’abitare la realtà.

The Last Viking immagina un microcosmo fragile ma necessario: un luogo in cui non si è costretti a cambiare per essere accolti, ma si viene accolti per poter esistere, anche nella propria complessità. Un luogo che non elimina il conflitto, ma lo attraversa, lo contiene, lo trasforma. Perché forse è proprio qui il punto: non esiste accettazione senza fatica, senza attrito, senza una forma di violenza da riconoscere — ma è nel momento in cui quella violenza smette di essere distruttiva e diventa comprensione che si apre, finalmente, la possibilità di non sentirsi più fuori posto.

Mio fratello è un vichingo è al cinema a partire dal 26 marzo.

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