Confessiamolo senza remore: i social network sono la nostra croce e delizia. Ottimi passatempo e piattaforme per aumentare sensi di ansia e frustrazione, ottimi archivi di ricette e posti dove illudersi di trascorrere una vita splendida. Insomma… uno specchietto per le allodole, più che strumenti di diletto.
Ma in loro può nascondersi anche qualcosa di buono. Al di là dei contatti e delle amicizie a chilometri di distanza che riescono a mantenersi in vita, nell’ultimo periodo ho intercettato un numero sempre maggiore di inserizioni di artisti emergenti e della loro musica.
Ho conosciuto così Elso.
Il suo nome inusuale e le sue melodie sì cupe ma nello stesso tempo elettroniche e coinvolgenti, mi hanno spinto ad ascoltare il suo primo album 1989. E per essere qui a parlarne, vuol dire che il suo stile musicale e la sua veemenza testuale mi hanno colpita a tal punto, che trovo che sia giusto parlarvi di Oltre, il suo nuovo album pubblicato per Altafonte / Pioggia Rossa Dischi il 21 marzo. Per me la sua musica è ipnotica: crea nel mio cervello una vera e propria dipendenza dalla quale non riesco a tirarmi indietro (complice anche il fatto che sto provando ad avvicinarmi alla scena elettronica emergente italiana): le precise cadenze ritmiche ed i suoi suoni aspri, spigolosi, pungenti come le sue stesse parole, innestano in me la necessità di volerne sempre di più.

Cosa rende Elso diverso da altri artisti? O quanto meno, qual è il suo punto di forza? La schiettezza. La lucida freddezza e il cinismo con il quale riesce a parlare apertamente dei suoi sentimenti ma, soprattutto, delle sue frustrazioni. A contornare questo scenario decadente, una musica spiccatamente elettronica che assume sfumature cupe e acide che enfatizzano un sentimento di malessere talmente intenso, che sembra quasi essere tangibile.
Oltre le apparenze, oltre gli inganni, oltre il finto buonismo che ci circonda: «”Oltre” è un manifesto contro l’individualismo esasperato, un invito a coltivare la gentilezza, la tenerezza e l’altruismo, sentimenti che sembrano ormai relegati in secondo piano» si legge sul comunicato stampa. Un disco pieno di rabbia, rappresentato alla perfezione anche dall’artwork che accompagna il lavoro stesso in cui una bambina rompe una pignatta, ma non con il classico sorriso di felicità di un bimbo che si diverte ad una festa: nel compiere questo gesto, la sua bocca aperta assume un’espressione corrucciata convincendoci che stia urlando di rabbia e non di gioia. Forse anche la raffigurazione dell’esorcizzazione dei mostri dell’infanzia che vengono buttati fuori con anni di terapia – come confessato in un virgolettato del comunicato stampa dallo stesso artista («Oltre si è scritto da sé, lungo il sentiero di una profonda psicoanalisi. In quel viaggio ho messo in dubbio tutto, ho affrontato i dolori più profondi che la vita mi ha imposto.»). Pensandola così, la rottura della pignatta potrebbe rappresentate l’infrangersi della parte più vulnerabile della propria identità (le caramelle che cadono, invece, i malesseri), per far posto ad una più forte e coraggiosa che si incammina in un futuro buio e ignoto, raffigurato con la bambina con la benda sugli occhi. Infine l’ “oltre” è rappresentato anche sul vinile stesso dove i brillantini che si scorgono controluce, con i colori stessi del disco, creano delle nebulose rimandando perciò al concetto spazio, quindi un “oltre” inteso anche come “altra dimensione”: la pignatta disegnata nella copertina, è infatti un mappamondo e questo potrebbe indurre a parlare anche di un “oltre” i confini: ma non lo farò, per evitare che questa recensione naufraghi… oltre il consentito!!

È proprio per quando detto in precedenza che, nelle nove tracce di Oltre, quotidianità e ricordi si trovano su una stessa linea cronologica: presente e passato si fondono in virtù anche della legge che siamo il frutto delle nostre esperienze. È anche il caso di dire che Oltre è un album circolare che si apre con un brano che invita a guardare la realtà ed agire con più Gentilezza (come suggerisce il titolo stesso della canzone) e si concludende con Scusa e la riflessione sul nostro stare nel mondo e sulla reale posizione che dovremmo assumere. Quest’ultima traccia diventa il baricentro di tutto il lavoro con il suo inciso finale in cui Elso – nome d’arte del cantautore genovese Luca Cascella – pronuncia un manifesto sul disagio del vivere in un contesto sociale in cui non si riesce più a godere delle cose belle, in cui la quotidianità malsana ci rende tutti in continua ed eterna competizione con gli altri. Un’affannosa corsa che non trova sosta, rendendoci tutti inaffidabili e tutti costantemente nemici dell’altro, mai alleati. Un brano questo che, a differenza dei precedenti, risalta per sonorità più calme e delicate (quasi una ballad elettronica) in cui le parole da armi diventano ambasciatrici di pace. Lo stesso discorso vale per la delicata La cosa giusta, in cui i momenti felici del passato trascorsi in serenità, lasciano il posto al fatalismo nel presente, con la paura che ogni cosa bella all’improvviso, possa finire per lasciare il posto al nulla.
I singoli Milano e Trappola arrivano come una vera e propria scarica con il loro sound elettronico e spigoloso, con sintetizzatori aspri, pieni di malessere e disarmo: se nella prima canzone si racconta la vita in una città diversa dalla propria per perseguire un sogno («Perché ho messo i soldi davanti alla passione / Ma la passione mi ha inchiodato ad una croce»), il secondo analizza le insidie di una storia d’amore che può rivelarsi una trappola, mostrando lati cinici e tossici. La voglia di cambiare vita, partire e raggiungere una nuova realtà torna anche nella soft ballad Oltre in cui, ancora una volta, si susseguono pensieri decadenti e mesti. Altre riflessioni profonde sono indotte da Quando morirò che nell’ironico cinismo iniziale dove abbatte la classica frase quando qualcuno muore (“era una brava persona, salutava sempre”), induce a una domanda: quando moriremo, cosa ci resterà? Sempre più restii ad abbracciare la quotidianità e a godere delle cose più semplici («tu che sei qui con me, sei qualcosa di bello»), moriremo con il rimpianto di non aver vissuto nella pienezza della bellezza, rincorrendo sempre la brama di volere di più senza accontentarci mai. Cazzo gridi è invece la focus track dell’album nonché uno spaccato di vita del cantautore che sceglie, con coraggio, di raccontarlo pur mantenendo uno sguardo distaccato, lucido e severo. Infine la rabbia echeggia (con forza) anche nel brano La fine dei miei dove il suono decadente del sintetizzatore descrive lo stesso sentimento all’interno di una storia d’amore ormai al collasso; una decadenza da considerare in senso lato quindi anche della vita e del presente. Nel brano infatti Elso canta «Ho trent’anni e penso a dieci anni fa, come se fossi finito / come se non ci fosse un futuro […] Ho trent’anni e penso a dieci anni fa / ero ancora un bellissimo illuso.» Forse lo stile del cantautore genovese è racchiuso proprio in queste frasi: la spasmodica ricerca di una serenità, di un benessere che sia principalmente psicologico ma, soprattutto, relazionale.
Nell’epoca in cui vogliamo tutto senza aspettare, in cui ogni decisione presa sembra essere quella sbagliata, le canzoni diventano specchio di riflessioni sempre più demotivanti, dove nulla può portare sollievo: se prima erano un luogo confortevole, adesso invece sono un pugno nello stomaco che colpisce con maggiore volenza.

È per tutto questo che, nel suo essere una come tante, Elso è una vera e propria voce fuori dal coro grazie alla voracità con la quale sputa il suo disagio che, da voce singola, diventa di una moltitudine.
«”Oltre” è un disco che invita a fermarsi, a riflettere e a riscoprire la bellezza della semplicità, a guardare oltre le apparenze, a superare i limiti imposti dalla società e a ritrovare il senso di comunità.» (da comunicato stampa)
Oltre ciò che vediamo, oltre ciò che sentiamo: siamo il risultato di mille decisioni e passi che ci hanno condotto oltre le nostre aspettative, oltre il nostro essere e molto spesso oltre i nostri valori e oltre i nostri principi. Un vero cazzotto nello stomaco, uno schiaffo che ci risveglia dal torpore del sonno per riportarci nella realtà, tra le nostre «delusioni / che prima di cadere erano aspettative» (Trappola).
