“L’amore del cuore”: il linguaggio innovativo del teatro decostruito

25 Marzo 2025

Un lavoro di fine destrutturazione scenica, quello realizzato della drammaturga Caryl Churchill nella sua opera l’amore del cuore, portata in scena al Teatro del lido dalla regista Lisa Ferlazzo Natoli con Tania Garribba, Fortunato Leccese, Alice Palazzi, Francesco Villano e con Angelica Azzellini. Una piecè, di produzione del Teatro Vascello La Fabbrica dell’Attore e Lacasadargilla, narrativamente avvolta su sé stessa, in cui i personaggi, in una sola ambientazione, interpretano e reinterpretano una scena che si tinge di nuove sfumature, verbali e gestuali, a ogni nuovo inizio.

La trama senza inizio né fine, senza contestualizzazione, vede protagonisti una famiglia composta dal padre Brian, la madre Alice, la zia Maisie e, per poche battute, il figlio Lewis, in attesa del ritorno dall’Australia della figlia Susy. L’imminente arrivo porta dubbi, riflessioni, tensioni e ricordi, svelati a poco a poco ma senza conclusioni. Gli attori sono chiamati di volta in volta a ripetere i loro copioni in modalità sempre differenti, talvolta aumentano la velocità dei dialoghi, altre volte tagliano le prime o le ultime parole delle frasi citate. Ed è proprio questa circolarità costantemente distinta ad estraniare e al contempo conquistare lo spettatore che, incuriosito, non può distrarsi, avido di saperne sempre di più sulla prosecuzione e lo scioglimento dei nodi della trama che sembrano non sciogliersi mai. Gli spettatori sono immersi in un vortice di parole, suoni e immagini, e spinti a riflettere sulla realtà, sul teatro, la sua natura e le dinamiche famigliari. Di quest’ultime si mettono in evidenza le disfunzionalità, i rancori, le frustrazioni e le disillusioni; la ripetizione scenica porta con sé la speranza di un lieto fine, nonostante la corrosione intrapersonale sia evidente e ormai insanabile, così come nella nostra quotidianità l’ostinazione nel portare avanti rapporti non funzionanti ha con sé la cieca e ingenua fiducia di poter, prima o poi, giungere a un illusorio benessere.

Uno spettacolo non d’intrattenimento, dunque, sebbene gli intramezzi comici non manchino, sperimentale e di riflessione, difficile da decifrare e da godere, è esperienza di come il teatro si forma e si trasforma in itinere, la cui osticità di comprensione porta a necessarie considerazioni sulla professionalità e il talento dei quattro attori che con puntale, quasi disumana, precisione sono riusciti a essere impeccabili, nel movimento e nella dizione, nel ripetere stesse azioni e stesse frasi sempre in modo differente, con aggiunte ed omissioni percettibili e non, imprescindibili nell’aggrovigliamento e nello scioglimento scenico e narrativo.

Un lavoro registico e interpretativo ben strutturato, per quanto destrutturato, un’esperienza immersiva in ciò che il teatro nasconde e può essere: non solo racconto, ma costruzione e ricostruzione tra prove ed errori, idee e sperimentazioni sul campo.

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