di E. Metalli
Ultima tappa del Trittico ricomposto, che ha portato in scena alcuni titoli del teatro musicale novecentesco associandoli agli atti unici del Trittico pucciniano, ampliandone i significati più profondi in termini di drammaturgia.
Quest’ultimo capitolo, in particolare, mette in campo il tema della prigionia. Non soltanto fisica, bensì associata a quella psicologica. L’accoppiata de Il Prigioniero di Luigi Dallapiccola e la Suor Angelica di Puccini, un’operazione originale, ordita da Michele Mariotti e Calixto Bieito, è stata esemplare: se la prima è dichiaratamente un’opera di grande riflessione filosofica, costruita e riconosciuta proprio come un’operazione di condanna delle violenze della Seconda Guerra Mondiale e dei regimi totalitari che, allora come oggi, imperversavano sulle libertà dei singoli, l’altra è spesso stata relegata al ruolo di “bozzetto” di carattere, priva della drammaticità e della completezza di altri titoli pucciniani.
L’accoppiata con Dallapiccola, invece, giova infinitamente a una rilettura più attuale del mondo monastico di Suor Angelica: non soltanto vittima del mondo, ma prigioniera della sua stessa moralità. Ogni suora, infatti, non emana grazia e beatitudine, come sembrerebbe dalle parole del libretto, ma trasuda musicalmente ogni psicosi. Psicosi esternate con gesti violenti del corpo, come accade alla Badessa, o anche solo appena accennati, ma ripetitivi e ossessivi.
Non è solo Suor Angelica a essere stata imprigionata in questo luogo, ognuna di loro porta con sé un brandello di dolore, come il vello dell’agnellino che Suor Genovieffa trae da sotto l’abito, correlativo oggettivo di un desiderio profondo e nascosto che è speranza senza speranza.

La regia di Calixto Bieito, che debutta al Teatro dell’Opera di Roma, collega appunto le due idee di prigionia creando una sorta di sottile legame fra la storia dei due protagonisti, quasi come se essi fossero due amanti infelici: lei privata del bambino e destinata alla vita monastica, lui imprigionato per ragioni sconosciute e destinato alla morte. La tortura che li unisce, però, è la stessa. Più evidente in Dallapiccola, grazie al gioco sottile di sovrapposizione fra Carceriere e Inquisitore, ma egualmente esplicitata nel titolo pucciniano per merito di una accuratissima interpretazione della scena centrale, quella del confronto con la zia Principessa.
Se tradizionalmente quest’ultima appare come il personaggio più violento e accusatorio, Bieito inverte la tendenza e trasforma Angelica in una personificazione della vendetta. È lei che “costringe” la zia alle rivelazioni, lei che sembra soverchiarla, annichilirla, privarla della ragione attraverso il dolore generato dalla riproposizione degli accadimenti che hanno portato al loro presente.
Inoltre la versione che Bieito dà di questo dittico non lascia spazio ad alcuna consolazione post mortem: i due protagonisti sono condannati, il loro destino è il dolore, senza alcuna attenuante.

Suor Angelica non rivedrà il figlio in braccio alla Madonna in punto di morte, il prigioniero non ha alcuna risposta alla sua domanda, prima di salire sul rogo. Un rogo che distrugge la speranza prima ancora di carbonizzare i corpi, un rogo che è luce della cella e del giardino, quasi a simboleggiare che la morte inizia nel momento stesso della perdita della libertà.
In questa chiave gioca un ruolo fondamentale lo spazio scenico e l’utilizzo della luce. Anna Kirsch segna i limiti del palco con una struttura continua di vuoto e pieno, dietro cui si intravede, a volte, il passaggio dei personaggi. Oltre questa struttura rigida e inamovibile si insinua un raggio di luce esterna, subito interrotto. Al centro il giardino che riproduce il modulo del giardino dei semplici, quadrato, regolare, come un chiostro conventuale. Sotto di esso si trovano i morti, che tutte le suore sembrano tentare di riportare alla luce, smuovendo la terra senza successo. E sotto di essi, ancora più in basso, la cella futurista del Prigioniero, quasi a simboleggiare che la tomba più profonda è proprio la sua, vittima di un sistema ancora più oscuro, ancora più pericoloso di quello moralistico dell’universo pucciniano. Figlio dei totalitarismi e delle orribili nefandezze compiute durante la Seconda Guerra Mondiale, il regime dell’Inquisizione è maschera dei governi dittatoriali europei, torturatori raffinati delle altrui libertà, negatori della speranza di salvezza.
Dall’alto le luci salvifiche dell’inizio – concepite da Michael Bauer quasi come una pittura preraffaellita – si trasformano lentamente in una illuminazione da sala operatoria, asettica, gelida, tagliata solo ogni tanto da un raggio obliquo di luce espressionista che rende ancora più agghiacciante lo svolgersi del dramma.
Essenziali i costumi di Ingo Krügler, che assommano nel colore quasi un deisderio simbolista e rafforzano l’idea di una universalità dell’atto violento di privazione della libertà: non c’è storia, bensì circolarità. L’evento, di per sé, può accadere in ogni luogo e in ogni tempo: persino a noi in platea, vittime inconsapevoli, forse, di una privazione libertaria più radicata di quella dei personaggi in palco.

Mariotti mantiene le redini di un’orchestra in splendida forma che sa assottigliare il suono e impreziosirlo di delicatezze per rendere – con tempi più ampi e quasi in estasi, come la Santa Teresa di Bernini – il lento scorrere della vita conventuale. Tuttavia al contempo si scatena con violenza nelle pagine accese e complesse dell’opera di Dallapiccola. Inutile, in questa sede, sottolineare l’importanza – troppo spesso trascurata – di questo compositore che si fa tramite della dodecafonia in un Paese, l’Italia, non troppo incline a cedere il terreno del melodramma a nuove esperienze estetiche e musicali. Eppure il tempo, e il talento indubbio di Michele Mariotti, hanno dimostrato che i capolavori sopravvivono ai detrattori, ai passatisti, persino ai critici più agguerriti per rinascere in altre epoche e in altre forme.
Del Prigioniero, Mariotti sottolinea lo stridere di alcuni accordi con dinamiche che fanno rabbrividire per poi trascolorare in alcuni passaggi che sembrano ricondurre sul terreno monastico della Suor Angelica, senza alcun abbandono alla melodia. Eppure la parola resta padrona, pur nell’impasto musicale tanto imponente, nel tradurre tutta la portata degli eventi lasciandoci esterrefatti e muti di fronte a la domanda conclusiva: “la libertà? (quasi inconsciamente, sussurrato. Ma questa volta con tono nettamente interrogativo)”

Tutto il cast vocale segue con dedizione le direttive registiche e quelle musicali, trovando quasi sempre una corrispondenza perfetta del meccanismo drammatico.
Se la Suor Angelica di Corinne Winters non ha la dolcezza e la remissività che ci si aspetta, per tradizione, in questo ruolo, essa tuttavia offre una versione più asciutta, più realistica, quasi nervosa e certamente matura. La sua vocalità non sembra avere, per natura, una morbidezza da abbandono estatico, ma si accende nei momenti di pathos con la giusta veemenza. A questo corrisponde un timbro quasi tagliente, drammaticamente immerso nella vicenda, non bamboleggiante, bensì combattivo ed estremamente efficace per questo spettacolo.
Anche Marie-Nicole Lemieux nei panni della Zia Principessa offre un’interpretazione fuori dalla tradizione, più intensa nella sua intima commozione, meno dura, meno impositiva. La vocalità segue lo stesso corso, sembra addolcirsi, rarefarsi, laddove l’abitudine alle imponenti note di petto del “silenzio di quei raccoglimenti” facevano vibrare le assi dei pavimenti, Lemieux preferisce invece scuotere con delicatezza le coscienze, lasciando immaginare una zia principessa non fiera delle sue visioni, ma quasi spaventata a sua volta e vittima di esse. Ne consegue, naturalmente, la sua permanenza in scena in preda di un atteggiamento ai limiti della follia, come se fosse rimasta invischiata nelle stesse ragnatele della prigionia monastica.
Le stesse di cui è chiaramente vittima la badessa di Annunziata Vestri che offre una prova scenicamente straziante nel trasferire, attraverso i muscoli, la tensione emotiva ed erotica di questa donna.
Molto bene le altre, complici di un gioco di squadra che non premia e non penalizza nessuna in particolare.

Altro capitolo è invece il Prigioniero. Se la vocalità è difficile da incasellare, non si può negare la complessità di esecuzione di questa partitura, associata a una regia che impegna gli interpreti chiedendo loro un enorme sforzo comunicativo.
Fra tutti è il Prigioniero di Mattia Olivieri che tocca i vertici della perfezione, associando gesto, vocalità e senso drammatico in un unico veicolo fisico – se stesso – con grande equilibrio e profondissima credibilità. Verrebbe voglia di abbracciarlo, alla fine, proprio come fa l’Inquisitore, ma per consolarlo e per ringraziarlo al tempo stesso di una performance tanto intensa.
Il timbro virile è bilanciato da una presenza quasi efebica, che nella scena con la madre lo fa somigliare a un Cristo rinascimentale o a un San Sebastiano: estatico ed erotico al tempo stesso. Poi trascolora nel dramma e Olivieri gioca tutte le carte espressive, persino il sussurro, per veicolare l’instabile animo di quest’uomo. Eccellente davvero!

Accanto a lui non sono da meno Ángeles Blancas (la Madre) e John Daszak (Carceriere e Grande Inquisitore): la prima mette in gioco tutta la forza di penetrazione del timbro drammatico associandola a una presenza scenica impeccabile, il secondo impiega una voce smagliante e una tecnica raffinata per dare corpo alla duplicità inquietante del carceriere-Inquisitore, tanto più spaventoso nel suo aspetto innocuo e quotidiano.
Teatro dell’Opera di Roma
Suor Angelica e Il Prigioniero
Terza parte del progetto triennale “Trittico ricomposto”
In collaborazione con Festival Puccini di Torre del Lago in occasione del centenario della morte del compositore
Direttore Michele Mariotti
Regia Calixto Bieito
Maestro del Coro Ciro Visco
Scene Anna Kirsch
Costumi Ingo Krügler
Luci Michael Bauer
SUOR ANGELICA
Musica Giacomo Puccini
Opera in un atto
Libretto di Giovacchino Forzano
PERSONAGGI E INTERPRETI
Suor Angelica Corinne Winters / Yolanda Auyanet 24, 27 apr
La Zia Principessa Marie-Nicole Lemieux
La badessa Annunziata Vestri
La Suora Zelatrice Irene Savignano
La Maestra delle Novizie Carlotta Vichi
Suor Genovieffa Laura Cherici
Suor Osmina/La novizia Jessica Ricci*
Suor Dolcina Ilaria Sicignano
La suora infermiera Maria Elena Pepi*
I cercatrice Marianna Mappa
II cercatrice Claudia Farneti
I Conversa Sofia Barbashova*
II Conversa Caterina D’Angelo
*Dal progetto “Fabbrica” – Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma
IL PRIGIONIERO
Musica Luigi Dallapiccola
Opera in un prologo e un atto
Libretto di Luigi Dallapiccola
da La torture par l’espérance di Villiers de l’Isle Adam,
da La légende d’Ulenspiegel et de Lamme Goedzak di Charles de Coster
PERSONAGGI E INTERPRETI
La Madre Ángeles Blancas
Il Prigioniero Mattia Olivieri
Il Carceriere/Il Grande Inquisitore John Daszak
Primo Sacerdote Nicola Straniero**
Secondo Sacerdote Arturo Espinosa
Il Grande Inquisitore John Daszak
**Diplomato “Fabbrica” – Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
con la partecipazione del Coro di Voci Bianche del Teatro dell’Opera di Roma (maestro Alberto de Sanctis)
Nuovo allestimento Teatro dell’Opera di Roma
foto Fabrizio Sansoni, Opera di Roma
