La Sala Umberto ospita Paola Minaccioni in Elena, la Matta: sinfonia di una donna indomabile.

10 Maggio 2025

Nel silenzio plumbeo che precede il primo respiro della scena, non entra subito la voce, ma un suono. È il sussurro metallico di una chitarra che stride, il borbottio indisciplinato di un sassofono, lo sferragliare incerto del loro interagire senza mescolarsi mai. Non sono strumenti sullo sfondo, ma presenze vive, testimoni e complici. Sono voci. Così inizia Elena, La Matta, lo spettacolo teatrale che porta in scena la storia vera, sconvolgente e poetica di Elena Di Porto, figura reale eppure rimossa della Roma degli anni ’40. A interpretarla, con un’intensità sorprendente, Paola Minaccioni, in un ritorno a teatro che è anche una dichiarazione d’intenti.
Fra documento storico, emozione e ironia, Elena, La Matta, con la regia di Giancarlo Nicoletti e la drammaturgia di Elisabetta Fiorito, si impone come un monologo tutt’altro che classico: è una partitura viva, in cui la parola e il suono si rincorrono, si sfidano e si abbracciano. La musica originale di Valerio Guaraldi, eseguita in scena insieme a Claudio
Giusti
, è parte integrante del racconto. Sono le voci delle sue memorie, dei suoi tormenti, delle sue battaglie.

Elena Di Porto nacque nel 1912 nel Ghetto di Roma. Stracciarola, poverissima, dichiarata pazza dal regime, ma “matta” non lo era affatto. Separata dal marito, indipendente, antifascista, profondamente anticonformista. Una donna temeraria, scomoda, che non accettava ingiustizie, che urlava, che rompeva il silenzio. Una figura così “inconveniente” da essere rinchiusa più volte nell’ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà. Quando vedeva un sopruso, “je partiva er chicchero”, dice lei stessa, in un romanesco affilato e tenero, che Paola Minaccioni restituisce con un equilibrio perfetto tra rabbia e umanità. Il testo prende vita dalle pagine del libro Elena, la Matta di Piazza Giudia di Gaetano Petraglia, ma si arricchisce delle memorie di Settimia Spizzichino – unica sopravvissuta alla razzia del Ghetto – e dei racconti dello storico David Kertzer e di Giacomo De Benedetti. L’opera diventa così un viaggio profondo nell’Italia del fascismo, delle leggi razziali, della paura. Ma è anche un viaggio nella speranza, nella solidarietà, in quella forma primitiva e radicale di femminismo ante litteram che Elena incarnava senza nemmeno saperlo.

Minaccioni è dentro Elena, ed Elena diventa un simbolo potente di tutte le donne che nella Storia e oggi, ancora, vengono definite “pazze” per il solo fatto di ribellarsi. “Ho voluto raccontare questa storia perché sento Elena come una sorella. Una donna alla quale ispirarsi ogni giorno,” ha affermato l’attrice. E davvero, sulla scena, sembra diventare lei. La voce graffia e si incrina, il corpo si piega e si espande, ogni gesto parla. È una performance totale, che sfugge alle categorie: si ride, si piange, ci si arrabbia insieme a lei. Elena affronta il regime, le squadracce fasciste, il confino in Basilicata, il ritorno a Roma, fino al rastrellamento del 16 ottobre 1943. Lo spettacolo la segue in questo percorso doloroso con ritmo incalzante, senza pietismi, ma con grande empatia. Nicoletti dirige con precisione e rispetto, costruendo uno spazio che è mentale e musicale al tempo stesso. La scena è scarna, ma ogni oggetto vibra. Gli strumenti, che escono da una piattaforma che si erge al centro del palco come una gabbia abitata dai ricordi vivi, dialogano con la protagonista come spiriti che riemergono dal tempo, amplificando il suo dolore e la sua ostinazione.

Dalle note di regia: “Il teatro si gioca su due cose: un grande testo e un grande interprete. E questo spettacolo è urgente, perché la memoria deve diventare lente per comprendere il presente.” Ed è proprio questo a rendere Elena, La Matta così necessario: il suo racconto non appartiene solo al passato. Elena non è solo una figura del Novecento, ma un’eco viva di ciò che accade anche oggi nei regimi che reprimono il dissenso e soprattutto le donne che alzano la voce. La sua storia è specchio di quelle di tante attiviste internazionali, perseguitate, ridicolizzate o rinchiuse per aver osato ribellarsi. Dialoga idealmente con le detenute iraniane, con le manifestanti russe, con le donne che oggi, come ieri, vengono silenziate con la parola più comoda: “pazza”. In questo senso, Elena, La Matta è più che un monologo teatrale: è un atto politico, un gesto artistico urgente e un invito a non voltarsi dall’altra parte. È la musica dolente e vitale di una donna che ha detto no, quando tutto intorno le suggeriva di tacere. E oggi, grazie a questo teatro alto e necessario, finalmente la ascoltiamo.

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