Settembre ha il sapore di un lento ritorno: l’estate che lentamente volge al termine, dà i suoi primi timidi segni nell’accorciarsi delle giornate. L’imbrunire sposta sempre di più le sue lancette fino ad arrivare all’ora in cui fioriscono sulle bocche frasi come t’oh, sono le otto ed è già buio: questa estate è volata…
Un’altra estate che passa, con il fugace incedere di un maratoneta in corsa ad una gara, con le giornate che ci scivolano addosso con la loro spossante afa. Settembre è il periodo dei ritoni, in cui chiudiamo gli abiti leggeri in una scatola e torniamo alle estenuanti ruotine quotidiana bloccati nel traffico, schiacciati nella metro, sommersi di email.
Insomma, che sia in città o fuori, per citare Gazzelle «Settembre è un mese di mer*a per ricominciare» perché, vuoi o non vuoi, è un mese che ti lascia addosso un velato senso di malinconia. Kublai, giovane cantautore lombardo, definisce questo sentimento come Belva rara del ritorno, titolo del suo ultimo singolo uscito lo scorso 4 settembre. Di cosa si tratta? Kublai fa riferimento a quel sentimento che arriva una volta sola nella vita, forse due, ma la proviamo tutti: ti si avvinghia e ti stringe come le spire di un serpente per poi lasciarti in balia della confusione, frastornato, provando a riprendere tutto ciò che ti era scivolato per dargli nuovamente un senso.

Questa canzone è densa di solitudine, ad iniziare dalle parole, fino ad arrivare alla musica e alla cover che l’accompagna. La melodia, per quanto piena di armoniosi suoni, riesce ad esprimere una profonda sensazione di silenzio e di solitudine, lo stesso che si percepirebbe su una rovente e desolata strada dispersa nel nulla. Il sound minimale della chitarra descrive una melodia che fa sentire smarriti, una melodia che sfuma come un un tramonto lasciandoci sospesi, alla ricerca di un passato che non si palesa mai direttamente. Infine, la musica di questa canzone sembra citare Un tempo piccolo di Franco Califano, anch’essa emblema di un passato lontano che torna nella mente del protagonista, intento a vagare tra le strade di una città dai tratti surreali.
Ed è proprio quella strada deserta dispersa nel nulla che guida lo sguardo dell’ascoltatore nell’osservare la cover di Belva rara del ritorno: prodotta dall’intelligenza artificiale, il disegno racchiude tutti gli elementi citati nel testo, che sia un serpente che si trasforma in strada, il mare o un desolato albergo in riva ad un quieto mare. Il risultato, ancora una volta, è una scena malinconica, a tratti triste, costellata da un colore arancione che gli dona una luce tenue simile a quella di un tramonto estivo. E dalla riva del mare, un albergo osserva tutte le vite che scorrono davanti alle sue silenziose finestre buie, che nascondono stanze ormai vuote e che hanno racchiuso lunghe chiacchierate, risate e momenti teneri.
Un albergo solitario in riva ad una spiaggia autunnale che prova a personificare quel senso di smarrimento che ci avvolge dopo la fine di qualcosa di bello, di qualcosa che ci rilassa o una situazione nella quale ci si è sentiti a proprio agio. «La Belva rara del ritorno poi tanto rara non è. In molti giuriamo di averla vista almeno una volta nella vita. – afferma Kublai – Quel nuvolone estivo, quella costellazione insolita, una coda in autostrada. Per alcuni è un serpente gigante, per altri una tigre delle spiagge, per altri ancora è un enorme uomo timido che fa il bagno nudo, ma solo a fine stagione.»
Belva rara del ritorno è quindi un brano sì malinconico ma che guarda al passato con un sorriso e con la gioia di chi ha vissuto appieno un momento felice, un attimo di rilassatezza e degli istanti di serenità: una canzone che sa avvolgere in un caldo abbraccio e donare il conforto che, in alcune occasioni, può mancare.
… e fondamentalmente alla fine dell’estate – e alla fine di qualcosa che ci ha scaldato il cuore – ci sentiamo un po’ tutti come alberghi chiusi per la fine della stagione estiva: vuoti, bui, spenti, che fissano solitari l’orizzonte, mentre il mare continua incessantemente ad infrangersi sulla battigia.
Pronta a raccogliere nuove storie, in un altro anno.
