di Emiliano Metalli
A soli diciannove anni, Morgan Icardi si muove già con sorprendente naturalezza tra il pianoforte e il podio, affermandosi come una delle figure più precoci e interessanti della nuova scena musicale europea. Formatosi alla Scuola Civica Claudio Abbado di Milano – dove è stato il più giovane studente del corso di Direzione d’Orchestra – Icardi ha costruito in pochi anni un percorso che unisce rigore accademico e una forte tensione interpretativa.
Il 17 aprile è uscito il suo nuovo lavoro discografico, Goldberg Variations (Musica Viva/Egea Music), un confronto diretto e ambizioso con uno dei vertici assoluti della musica occidentale: le celebri variazioni di Johann Sebastian Bach. Un progetto che lo vede impegnato in un dialogo vivo tra passato e presente.
Dopo l’esordio con Mozart Across Boundaries, accolto con entusiasmo dalla critica per maturità e profondità espressiva, Icardi torna oggi con un bagaglio artistico più stratificato. Concerti e residenze in Italia e in Europa hanno contribuito a definire una voce interpretativa che non si limita alla rilettura, ma cerca una relazione attiva con il tempo contemporaneo.
In questa intervista, il giovane musicista racconta il senso di questa nuova sfida: affrontare la complessità delle Goldberg non come monumento intoccabile, ma come materia viva, capace di parlare ancora oggi a un mondo dominato dalla velocità e dalla distrazione. Un invito, attraverso la musica, a rallentare e ad ascoltare davvero.

Hai iniziato giovanissimo a farti notare nell’ambito della musica classica e, per questo, ti hanno definito un prodigio. Quanto senti che quell’etichetta di “bambino prodigio” ti appartenga ancora oggi?
L’etichetta di “bambino prodigio” ha accompagnato una fase iniziale molto intensa, legata alla scoperta e a una crescita accelerata. Oggi mi interessa costruire un pensiero interpretativo che si definisce nel tempo, attraverso esperienze sempre più complesse.
È stata più un peso o un’occasione, questa definizione, nel tuo percorso artistico?
Direi soprattutto un’occasione. Mi ha permesso di confrontarmi molto presto con repertori importanti e contesti stimolanti. Questo ha reso naturale, fin da subito, un rapporto con la complessità che oggi è centrale nel mio modo di lavorare.
Nel passaggio dall’infanzia ai vent’anni, cosa è cambiato nel tuo modo di studiare e vivere la musica, soprattutto rispetto alla disciplina e al rapporto con il tempo?
È cambiato radicalmente il modo di intendere lo studio. Da un approccio più intuitivo si è passati a un lavoro che integra analisi, struttura e visione a lungo termine. Anche il tempo ha assunto un altro significato. Non è più solo qualcosa da gestire, ma una dimensione da abitare, soprattutto quando si affrontano opere che richiedono continuità e profondità.

Conta più il talento, l’istinto o lo studio?
Non li considero elementi distinti, ma componenti di un unico processo in continua ridefinizione. È nella loro integrazione che emerge la possibilità di una libertà consapevole.
I social sono spesso una vetrina utile, ma possono anche essere una pressione o un ostacolo: oggi in che rapporti sei con i tuoi followers? Pensi che i social possano davvero aiutare a raccontare la musica classica o rischiano di semplificarla troppo?
I social sono strumenti. Possono essere utili se servono ad aprire percorsi di ascolto e creare connessioni autentiche. La musica classica può essere raccontata in modo accessibile senza essere banalizzata, ma questo richiede grande attenzione alla qualità e alla profondità del contenuto.
Essere un giovane musicista classico significa anche confrontarsi con una società che spesso percepisce questo linguaggio come distante, superato, obsoleto: ti senti parte della tua generazione o in qualche modo “fuori tempo”?
Mi sento parte della mia generazione proprio attraverso il modo in cui lavoro sulla musica. Viviamo in un mondo fatto di reti, processi e sistemi. In questo senso Bach è estremamente contemporaneo. Le Goldberg funzionano come una struttura generativa, capace di produrre trasformazioni continue, una logica molto vicina al nostro modo di pensare oggi.

Che rapporto hai con i tuoi coetanei al di fuori della musica? Riesci a mantenere uno spazio di normalità o la tua formazione ha inevitabilmente creato una distanza?
È un rapporto importante, perché mantiene aperto lo sguardo. La musica occupa uno spazio centrale, ma il confronto con altre esperienze e sensibilità contribuisce ad arricchire il modo in cui costruisco il mio lavoro.
È in uscita a giorni il tuo secondo album: dopo Mozart, Bach. La scelta delle Variazioni Goldberg è una dichiarazione forte: cosa ti ha spinto ad affrontare un’opera così complessa e carica di storia proprio in questa fase della tua vita?
Nascono da un’esigenza precisa: confrontarmi con un’opera che non è solo repertorio, ma un sistema complesso. Le Goldberg permettono di esplorare la relazione tra unità e molteplicità, tra identità e trasformazione. Era un passaggio necessario in questo momento del mio percorso.
Hai sentito il peso del confronto con le incisioni precedenti, penso a Glenn Gould per esempio?
Il confronto con la tradizione è inevitabile e fa parte del processo. Il lavoro di Glenn Gould ha segnato un punto di svolta. Ogni interpretazione oggi si misura, in qualche modo, con quella eredità. Non come un peso o un limite, ma come orizzonte con cui dialogare.
Dove si colloca la tua interpretazione rispetto al passato?
Si colloca all’interno di un dialogo con l’insieme di esperienze e valori che hanno segnato la storia della musica. Il rispetto per la tradizione è il punto di partenza, ma è necessario attraversarla attivamente per trovare una voce capace di parlare al presente. Tutto è in continua trasformazione.
Nel tuo lavoro su Bach hai cercato una fedeltà filologica o una rilettura personale? E dove si trova, per te, il confine tra rispetto del testo e libertà interpretativa?
Per me non è un’alternativa. La struttura è il punto di partenza, una base stabile che rende possibili tutte le trasformazioni. La libertà non si oppone al testo, ma emerge dal suo interno, in un processo di attivazione in cui la musica prende forma nel tempo.

Guardando avanti: questo nuovo album rappresenta un punto di arrivo o piuttosto l’inizio di una nuova fase della tua identità artistica?
Decisamente un inizio. Lavorare sulle Goldberg significa confrontarsi con un’idea di musica come sistema aperto. È un’esperienza che modifica il modo di pensare e di ascoltare, e che apre nuove direzioni.
Si può essere artisti e musicisti in molti modi, tu come vorresti essere: esecutore, compositore, studioso, scopritore, organizzatore…quale aspetto dell’arte ti attira di più?
Mi interessa la figura dell’interprete come qualcuno che rende percepibili strutture complesse. Non solo eseguire, ma attivare processi, costruire connessioni e rendere accessibile un’esperienza che si sviluppa nel tempo, sia attraverso il pianoforte sia nella direzione d’orchestra.
Quali sono i tuoi piani per il futuro?
Continuare a lavorare su opere che funzionano come architetture di pensiero, approfondire il rapporto tra struttura e libertà e sviluppare progetti che permettano alla musica di essere vissuta come esperienza presente, generativa e integrata nel tempo e nella vita di chi ascolta.

