Riot Act: uno spettacolo “necessario” di Massimo di Michele

20 Aprile 2026

di Emiliano Metalli

Il teatro di Alexis Gregory si colloca tra le esperienze più politicamente consapevoli della scena contemporanea inglese. Drammaturgo, attore, regista e produttore, Gregory ha costruito un percorso artistico fortemente legato all’esplorazione dell’identità queer e della sua memoria collettiva. Le sue opere, presentate sia nei più importanti teatri sia nelle manifestazioni di piazza, intrecciano autobiografia, testimonianza e ricerca formale. 

Fra queste, Riot Act rappresenta un traguardo emblematico della sua poetica: una sorta di polittico sacro-politico in cui è rappresentata la storia della società queer anglo-americana. È una drammaturgia costruita a partire da storie reali che, attraverso tre monologhi, attraversa la seconda metà del 900 e le sue lotte per i diritti LGBTQ+, dalla rivolta di Stonewall alla crisi dell’AIDS fino alla contemporaneità.

Massimo di Michele, anch’egli in duplice veste di attore e regista, raccoglie queste storie, ne materializza i sentimenti, le malinconie soprattutto, ma anche le suggestioni, i desideri, le speranze e li traduce in una struttura plasmata e, in qualche misura, adattata alla nostra realtà italiana, senza escludere nulla. 

È importante questo adattamento del testo, tradotto da Enrico Luttmann, che permette di trasferire attraverso il teatro – non solo attraverso il cinema – porzioni della storia LGBTQ+ internazionale, troppo spesso mitizzate o disgraziatamente dimenticate, includendole nella storia nazionale. 

Riot Act è infatti anche un dispositivo di memoria e resistenza, in cui la parola scenica si fa testimonianza diretta e atto politico, capace di mettere in dialogo passato e presente con una forza emotiva insieme intima e collettiva.

Il pubblico della sala Grey dello Spazio Diamante lo conferma, grazie a una partecipazione evidente al racconto, frutto di una empatia che nasce dalla sovrapposizione di emozioni personali e comunitarie. 

I più giovani leggono nelle parole di Gregory forse un tono paternalistico, ma la verità è che la distanza da alcune esperienze cruciali, e per certi versi unificanti, è aumentata tanto da non lasciare intravedere le stratificazioni di una generazione molto sensibile ai temi del dolore e della perdita. Temi non perduti, ma ben nascosti sotto i lustrini di una comunità a tratti troppo disattenta verso le frange più esposte.  

L’accento del testo è posto maggiormente sulla generazione queer anglo-americana, oggi anziana, che ha sopportato il peso di una società omofoba, prima di Stonewall, e discriminante, dopo l’inizio dell’epidemia di AIDS. 

Sono questi i tre grandi temi che attraversano il palco e le vite dei personaggi, vissuti fra Londra e New York: tempo che passa, rivolta per la libertà identitaria e morte, per AIDS, con tutto ciò che comporta. 

Michael, Lavinia (Vin) e Paul sono dunque persone vere trasformate in icone. Michael che ricorda la brutalità dei Moti di Stonewall e ne ricostruisce in maniera commovente la geografia urbana. Una geografia che rispecchia le diversità di una comunità varia e mai banale, riunita sotto l’egida di Judy Garland per combattere i soprusi dei corpi di polizia. Lavinia, drag queen degli anni ’70, che allarga il focus sulla terribile epidemia di AIDS in cui molti giovanissimi persero la vita. Abbandonati dallo Stato, dalle famiglie e, spesso, dagli amici perché la malattia aumentava il senso di deperimento e di vecchiaia, andando in direzione opposta alla eterna giovinezza propugnata dai gay più ambiti. E infine Paul, che trasforma dichiaratamente tutto questo in un atto politico. Esserci è politico. Abitare il corpo è politico. Scegliere è un atto irrimediabilmente politico. 

Tre sedie, tre luci, tre situazioni, tre abiti (splendidi e perfettamente intonati grazie a Marco Dell’Oglio) e un solo abile performer: Massimo di Michele. 

Nello spazio intimo del palco, egli piega la voce ai toni malinconici di Michael, agli acuti queruli di Lavinia, cui offre inoltre una fisicità seducente e vigorosa, e alla quieta ragionevolezza di Paul. 

Modifica inoltre il movimento del corpo, lo adegua all’età e all’atteggiamento dei tre, senza apparire mai forzato, trovando bensì una naturalezza, necessaria per l’argomento e per la vicinanza della platea, che è frutto evidente di studio e di fedeltà intellettuale al personaggio. 

Parla al pubblico e, filosoficamente, a se stesso, raccontando vicende reali, se non addirittura storiche, inframezzate da riflessioni acute sull’attualità o battute camp irriverenti e dannatamente azzeccate. Momenti necessari a stemperare la crudezza di alcune immagini, la brutalità di certe verità inequivocabili. 

Insomma, Massimo di Michele interpreta con mestiere e talento, ma senza nascondere la realtà di queste persone, senza renderle soltanto maschere universali. Le umanizza, le rispetta, le ama, come si ama un amico di cui arriviamo a conoscere alcuni segreti inaspettati. E forse proprio per quelli lo amiamo ancora di più. 

Uno spettacolo necessario, oltreché esteticamente bello, per ricordare, riflettere e agire fieramente. 

SPAZIO DIAMANTE (sala grey)

16 – 19 aprile 2026

MASSIMO DI MICHELE

in

RIOT ACT

di Alexis Gregory

traduzione Enrico Luttmann

costumi Marco Dell’Oglio | scrittura gestuale Tiziano Di Muzio

consulente musicale Fabio Marchi | assistente alla regia Giuseppe Claudio Insalaco

diretto da MASSIMO DI MICHELE

produzione Artisti Associati-Centro di produzione Teatrale Gorizia

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Non perdere

Turandot in bianco e nero all’Opera di Francoforte

di Emiliano Metalli Nonostante fosse l’ultima replica di un allestimento…