Si può provare nostalgia per un tempo futuro? | L’omonimo album d’esordio di Nostalgia/Futuro riflette su chi si è, e chi non si sarà.

29 Aprile 2026

Siamo sempre abituati a provare nostalgia per il passato, per alcuni istanti vissuti in un momento particolare della nostra vita che proiettare questo stesso sentimento nel futuro, sembra quasi un paradosso. Come si può essere nostalgici del futuro? In un modo molto utopistico, ovvero trasportando idealmente nel futuro concetti di benessere passati che, analizzando le variabilità, diventano obiettivamente irraggiungibili.

È in questo «spazio-tempo sospeso tra Nostalgia e Futuro: da una parte, il richiamo di un tempo in cui tutto sembrava realizzabile; dall’altra, l’attrazione per l’ignoto e per le possibilità inespresse» (comunicato stampa) che si inserisce l’omonimo album d’esordio di Nostalgia/Futuro pubblicato lo scorso marzo per 42 Records. La dualità tra passato e futuro si rappresenta nella stessa tracklist dell’album composta da quattro brani inediti e cinque già pubblicati nei mesi scorsi (Internet, migliorarsi, (la mia testa), sorpresa, traffico), per un progetto musicale che rimette al centro la narrazione in musica, smantellandola da tutti gli orpelli.

Artwork Nostalgia/Futuro

Vivere nel presente, con un piede nel passato e un occhio al futuro (incerto): su questo tema si districano le nove tracce dell’album in cui il cantautore e ideatore del progetto, mostra le sue fragilità con assoluta franchezza, onestà e una profonda autocritica. È proprio su quest’ultimo argomento che si incentra la prima traccia migliorarsi in cui, nonostante il suo inno al presente cantato nel ritornello («che bello esistere in questo momento»), si conclude con una severa autocritica simile a un flusso di coscienza: una cascata di parole su tutto ciò che non si è, con fine di migliorarsi in futuro.

A rivestire un ruolo cruciare nei brani di Nostalgia/Futuro, come si ascolta in ogni traccia, c’è (ovviamente) la musica. L’album ha una forte matrice indie/rock con richiami alle sonorità britanniche e americane: qui si incontrano sfumature di elettronica psichedelica e l’hip hop e il risultato è un sound emotivamente molto forte, che ha la capacità di lasciarti addosso una forte sensazione di spaesamento, di tristezza e nostalgia. Spiragli di luce si scorgono nei ritornelli più pop di canzoni – come nella succitata migliorarsi, vai dai guai o internet – per poi lasciare nuovamente spazio a melodie più cupe, con bassi più presenti che descrivono un paesaggio umorale più mesto, come la metafora di un’apparente felicità che si offusca con un niente.

Nei brani di Nostalgia/Futuro si parla dell’amore improvviso e travolgente ma non corrisposto come in sorpresa dove aspetti invano qualcosa che non accadrà mai: un pezzo pop con una bella coda musicale ipnotica in cui perdersi. E poi ancora il nostro rapporto con il web in internet, un brano che analizza il cambiamento della rete da strumento di inclusione a mezzo divisivo e che alimenta sentimenti negativi e di astio. Invece in guadaloop e traffico la città si fa canzone: se nel primo brano solo strumentale e di matrice hip hop la città è solo nel titolo, le fa eco la traccia successiva in cui sentimenti di frustrazione e noia ti assalgono quando sei bloccato nel traffico di una grande città e ti stai dirigendo controvoglia da qualche parte.

Nostalgia/Futuro

La serenità mentale e la depressione invece, sono le due tematiche chiave in via dai guai e (nella mia testa): nel primo brano la solitudine che attanaglia la quotidianità del cantante vorrebbe una via di uscita trovando un complice in questa vita («c’è un mondo fuori tutto da aggiustare/ma quello dentro lo risolvo con la fantasia»), come raccontato nell’ultima parte della canzone con le parole ma, soprattutto, con la musica che, sul finale, si incupisce assumendo i contorni di una cascata di parole in chiave hip hop. Discorso diverso invece in (nella mia testa) che si mostra ossessiva e cupa sin dai primi istanti, mantenendo questo mood angosciante per tutto il suo tempo. Basta un solo ascolto per comprenderlo, per percepire lo stato emotivo con cui l’artista si è avvicinato alla sua scrittura: umore statico, fermo, piatto, in cui Nostalgia/Futuro sceglie la chiave del rap per riuscire ad esprimersi nel modo più onesto possibile.

Ma sono le ultime due tracce a dare un profondo senso (e significato) al titolo stesso dell’album in cui si incontrano, appunto, nostalgia del passato e il futuro: un incontro tra due tempi diversi che trova la sua sintesi in una fine inaspettata. Alpaca (reprise) e Alpaca. Due canzoni legate l’una all’altra dalla voce della nonna dell’artista che, registrata pochi mesi prima della sua scomparsa, canta una vecchia canzone popolare in una tonalità completamente differente da quella del sottofondo musicale che l’accompagna: l’effetto è totalmente straniante ed accentua la strana sensazione di “sospensione temporale”. Sul finire di questo canto folklorico subentra il cantante con un flusso di coscienza – ancora una volta –fortemente autocritico dove i sensi di colpa si incontrano con le frustrazioni e la rabbia di non aver vissuto intensamente ciò che è stato: «Quanto vale di più adesso, un attimo di quel tempo di anni fa/ ora che quel tempo nella mente si catapulta in questa camera/ lo difendo, lo tengo stretto più che posso, prima che se ne va/ voglio essere un bambino che non sa niente di quello che fa/ un bambino, il ride della batteria, uno spazio aperto, un alpaca». Le ultime parole del ritornello che si ripetono per quattro volte, come un’ossessione, come a voler cancellare il presente e tornare a quello spazio aperto e quell’Alpaca che brucava nel verde.

Un alpaca. Proprio l’animale della canzone popolare della nonna: un buffo animale peloso che sembra un peluche e probabilmente racchiude un immaginario di infanzia.

Ma un’infanzia che ora va via via a disperdersi, descritta dalle note estremamente cupe e ossessive del brano, come un alpaca che corre lontano nel verde.

Lasciando il vuoto, e un profondo senso di tristezza per il passato e per ciò che ci sarà.

Roberta Matticola

Roberta Matticola

Se fossi una parola sarei 'errare', grazie al suo duplice significato: "1. a. Andare qua e là senza direzione o meta certa [...] 2. a. Ingannarsi in un’opinione, sbagliare in ciò che si crede o si afferma." (Vocabolario on line Treccani). Ed io sono così: cammino tanto fino a consumare suole e commetto troppi errori.

Tra le poche cose certe, c'è il mio costante bisogno di scrivere di musica, in particolare di quella italiana ed emergente.
Poi rido e canto (... male).
Tanto.
E con il tono troppo alto.

"Il dj da una radio mi dice che fa bene cantare: ma chi ha mai saputo cantare?" - ColapesceDimartino: Considera.

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