Un teatro che guarda al passato per approdare al futuro

Intervista a Ivan Graziano, protagonista di Baccanti
al Teatro Greco di Siracusa

Testo Maresa Palmacci

Questa estate più delle altre, è stata una stagione di rinascita, un tempo in cui è stato possibile riprendere a camminare, rialzarsi, esplorare un mondo teatrale che è tornato a illuminarsi piano piano. Uno scenario che si sforza di essere uguale in una dimensione che porta addosso i segni inesorabili del cambiamento. Così in questa mia estate, pur avendo in mente l’idea di una rivoluzione, di un cambiamento, che potesse portare a nuovi obiettivi, a costruire, ho deciso di tuffarmi in un teatro che mi lega inesorabilmente al passato. Sono tornata alle origini, all’essenza, alle radici, lasciandomi ammaliare dal Teatro Greco di Siracusa e dalle sue rappresentazioni classiche: Coefore-Eumenidi, Baccanti e Nuvole, classici che si riscoprono eternamente attuali, immortali, contaminati di innovazione, modernità, immediatezza, empatia, in grado di parlare agli spettatori incuranti dei secoli trascorsi. È possibile scorgervi un pensiero, una riflessione, un dettaglio che rimandi all’oggi, alla nostra società, ai nostri tempi.
Dall’ammaliante, appariscente, onirico e quasi Hollywoodiano allestimento di Livermore del dramma di Eschilo, passando per quello travolgente, potente, scenografico e vibrante di Padrissa del testo di Euripide, fino ad arrivare alla leggiadra e pungente commedia di Aristofane, diretta da Calenda.
È possibile rintracciare i germi di una rivoluzione, di un teatro che può innovarsi e rinnovarsi conoscendo le proprie tradizioni e la propria cultura, adattandole al presente e ai nuovi interpreti del presente, come il giovanissimo Ivan Graziano, protagonista de “Le Baccanti” nelle vesti di Penteo.
Un giovane attore che è riuscito appieno a interpretare questo concetto di tradizione che si fa innovazione, dominando la scena, il testo e lo spazio. Lo abbiamo incontrato e ci ha raccontato il percorso attuato per coniugare tradizione e innovazione e tanto altro.

Il fil rouge di questo numero di Banquo è “Rivoluzione”, intesa come tradizione che si fa innovazione, sottolineando quanto le radici, il “classico” sia necessario per attuare un rinnovamento nel futuro. Emblematico in tal senso l’allestimento di “Baccanti” a cura di Carlus Padrissa, in cui tu hai vestito i panni di un giovane e impeccabile Penteo. Come sei riuscito a coniugare alla perfezione tradizione e innovazione? È complicato rendere un testo tragico classico con una lingua moderna, perché per quanto lo si possa tradurre in maniera sempre più contemporanea, resta comunque un linguaggio staccato dalla nostra quotidianità. Quello che io ho cercato di fare, per renderlo vicino agli spettatori di oggi, è un lavoro sul testo, sono proprio partito da un lavoro sul testo molto preciso dove ogni parola, ogni singola frase, per me era agganciata ad un contesto familiare, senza però mai cercare di depauperare la liricità di quel linguaggio. Dunque, com’è possibile coniugare tradizione e innovazione? La risposta credo sia con lo studio.
Devi possedere tutti i mezzi possibili per trattare quel linguaggio e quando hai veramente fatto tuo il testo, quando lo hai masticato abbastanza, puoi iniziare anche a destrutturarlo, lo puoi in qualche modo rendere meno aulico e ridondante, e in qualche modo più vicino alla contemporaneità. Però per farlo, appunto, lo devi prima aver studiato a lungo. Nel mio caso si parla di un percorso lungo anni perché ho iniziato a studiare lì in quel posto, all’Inda, con quei testi, altrimenti lo si può fare anche in tempi più ristretti, concentrando il lavoro.

Come hai lavorato per la costruzione del personaggio? Il lavoro è cominciato molto prima di arrivare a Siracusa, c’è stata una preparazione iniziata mesi prima di giugno. Un anno prima ho cominciato a studiare tantissimo prima partendo dal testo, quello di Baccanti con la traduzione di Paduano, dove ho provato a rintracciare il più possibile tracce e informazioni, anche un po’ criptiche. Ho studiato tutto quello che mi era possibile studiare, a partire da saggi, lectio magistralis, appunti universitari riguardo Penteo e Le Baccanti. Dopo si è passati all’atto fisico, prima di arrivare a Siracusa, mi sono allenato tantissimo fisicamente. Lo spazio del Teatro Greco, di cui già avevo le memorie di quando ero allievo, ti costringe a bruciare energie più di qualsiasi altro palco al mondo, perché lo spazio è immenso, non solo quello calpestabile del palco in sé, ma anche quello intorno. Il cosmo del teatro greco di Siracusa è enorme, quindi ho iniziato ad allenarmi tantissimo per reggere il fiato di due ore di spettacolo. Una volta arrivati a Siracusa, ho messo in piedi tutti i pezzi assieme ai miei compagni di viaggio e chiaramente al regista. È venuto fuori questo sovrano giovanissimo, inesperto, con tanti problemi sia nella sua incapacità di amministrare la città sia di gestire se stesso, i suoi vizi e tutto quello che la trama di Baccanti contiene.

Dove e in cosa risiede la modernità di Penteo?
Partendo dal presupposto che stiamo parlando di un personaggio connotato negativamente per una serie di ragioni, ma che al tempo stesso, nonostante una negatività generale che lo caratterizza, ha le proprie ragioni valide. Credo che la sua modernità sta nel fatto che Penteo, anche se purtroppo è troppo tardi per cambiare il corso della sua fine, comunque accetta il cambiamento. Anche se in realtà Penteo va sul Citerone per deridere le donne, le Baccanti, tutto la tragedia di Euripide è disseminata di tracce che lasciano chiaramente intuire che Penteo desidera andare sul Citerone, e anche far parte di quei baccanali, ma è vittima di una mentalità razionale che lo frena terribilmente. Oltre che sotto mentite spoglie anche sotto mentite ragioni, Penteo alla fine accetta di andare sul Citerone, troppo tardi e non in maniera come dire ‘onesta e sincera’, però ci va, accetta parzialmente e con ritardo il cambiamento. Qui sta secondo me la sua estrema modernità. È chiaro che questa modernità sarebbe totale se avesse cambiato idea in tempo e con estrema sincerità.

Ti sei diplomato all’Inda nel 2016. Che rapporto hai con il classico e come pensi possa innovarsi e rinnovarsi?
Nel 2016 mi sono diplomato, prima ho frequentato il liceo classico, all’Università ho studiato lettere, quindi il mio rapporto con il classico direi che è abbastanza solido. Sono molto affezionato al classico, sono le origini e le radici della nostra cultura.
La grecità è madre della nostra cultura. La classicità greca è veramente la madre dell’universalità, quindi per me è bellissimo lavorarci così a contatto. Come può rinnovarsi? Restando in ascolto con la contemporaneità, senza avere voglia di risultare moderna a tutti i costi, ma di rimanere in dialogo. Dialogare con la contemporaneità senza avere la spasmodica intenzione di far vedere quanto i greci siano attuali, perché sono contemporanei, cioè hanno dei valori universali, che sono contemporanei. Quello che è universale resta contemporaneo sempre, poiché fa parte dell’uomo. Allora se si rimane in ascolto con questa contemporaneità della tragedia, e della classicità, secondo me si fa goal. Le tragedie di quest’anno hanno centrato proprio questo punto della questione, per questo sono stati dei successi.

È possibile
rintracciare i germi di
una rivoluzione,
di un teatro che può
innovarsi e rinnovarsi
conoscendo le proprie
tradizioni e la propria
cultura, adattandole al
presente e ai nuovi
interpreti del
presente…

Cosa ha significato per te debuttare da protagonista (giovanissimo) nel teatro dove in qualche modo ti sei formato? Detto molto sinceramente, un sogno, perché mi sono formato lì, su quel palco, in quel teatro in cui ho trascorso da allievo le notti umide, facendo il figurante e vedendo gli attori più grandi di me, le attrici più grandi di me, recitare in questi ruoli unici.
Non avrei mai immaginato che nella mia vita potesse accadere una cosa del genere. Quando è successa è stata una gioia incredibile, dopo una disperazione incredibile, perché è stato tutto sospeso a causa della pandemia, dopo di nuovo una gioia doppia quando tutto si è materializzato un anno dopo. È stata la cosa più bella che mi sia capitata nella vita professionale fino a questo punto. È stata una gioia, ma anche una grande responsabilità che ho sentito. Sapevo di essere uno dei primissimi allievi, nella storia della scuola dell’Inda, ad essere stato investito di un ruolo principale, quindi sapevo che in qualche modo ero il portabandiera, non solo dei miei sogni, ma anche dei sogni,
delle speranze e delle ambizioni di tutti i ragazzi e delle ragazze dell’Inda, sia degli anni passati che di quelli ancora in corso.
Sapevo che ero lì non solo per me, ma anche un pochino per loro. Sapevo che in quel momento rappresentavo la scuola di fronte alla fondazione Inda, che di fronte a me c’era un tifo, delle aspettative importanti e quindi spero di aver fatto bene anche per loro.

Com’è stato lavorare con un maestro come Padrissa? Mentre
come e quali sono state le fasi di “costruzione” di uno spettacolo che definirei colossale da tutti i punti di vista? Carlos è un lucido folle, perché è un regista che ha assolutamente chiara l’idea di come deve essere il suo spettacolo, chiarissima, fin da subito. Il progetto dello spettacolo era pronto praticamente da due anni, però lui dal primo giorno di prova, nel momento in cui si inizia a provare, ti trascina in questo circo che crea durante il suo spettacolo meraviglioso. È un artista folle ma un folle lucido e lavorare con lui è stata un’esperienza incredibile. Ho respirato l’atmosfera di un team internazionale che nel teatro di prosa non è una cosa scontata, perché la lingua è un fattore importante, quindi tendenzialmente in teatro è raro lavorare con artisti internazionali, lavorare nel tuo paese nella tua lingua madre, però con un team internazionale, con un regista straniero e uno staff di altre nazionalità. Questa cosa ti fa capire come si lavora in altri paesi, com’è concepito il lavoro del teatrante in altri paesi. Quindi è stata un’esperienza assolutamente formativa, oltre che divertente e bellissima.
Siamo arrivati a Siracusa già con la memoria del testo e dal primo giorno di prove abbiamo iniziato a montare lo spettacolo in piedi con le nostre battute già imparate a memoria, improvvisando con lui che dirigeva da fuori e ogni giorno aggiungeva un nuovo tassello alla costruzione del giorno precedente. Non abbiamo provato lo spettacolo a blocchi ma dal primo giorno l’abbiamo filato tutto dall’inizio alla fine, dicendolo e muovendoci nello spazio. Ogni giorno sul tessuto di tutto lo spettacolo che avevamo costruito il giorno prima lui aggiungeva un altro elemento.

Tu e Lucia Lavia eravate i giovani protagonisti in un cast comunque giovanissimo (la media era di 30 anni).
Secondo te questo è già un elemento di innovazione?

Un anno prima, quando è stato fatto il casting l’età media era di 28/29. Se si allarga l’orizzonte al cast completo, anche di coro, c’erano dei diciottenni e questa sì, è stata una grande innovazione. Per quanto riguarda il teatro, perché al cinema c’è un età scenica rispettare, in teatro in Italia spesso si fa fatica a dare fiducia, ad affidare i ruoli di protagonista ai giovani. Mi dispiace il fatto che questa cosa sia considerata un’eccezione e non vorrei essere un unicum, vorrei che d’ora in poi a partire proprio da Siracusa, quindi dal centro del Mediterraneo, dal centro della nostra cultura occidentale, dalla culla culturale del nostro paese ci sia questa inversione di tendenza e si estenda a tutto il teatro nazionale.

Quali sono i maestri e i registi che porti nel cuore e hanno segnato la tua formazione ? Con quali invece sogni di lavorare?
Per quanto riguarda i maestri e le maestre fondanti della mia formazione devo dire grazie alla compagnia “la mansarda” di Caserta, la mia città d’origine, e al maestro Monetta di “Mimo corporeo”. Monetta ha un po’ iniziato a costruire il mio corpo attoriale quando ero adolescente. Poi ovviamente in Accademia, all’Inda, tutti i maestri sono stati fondamentali, da Elena, Polic, a Dario La Ferla, che hanno tirato fuori la voce e la fisicità adatta a stare in quel posto lì. Flavia Giovannelli mi ha insegnato a parlare in maniera artistica, poi ovviamente su tutti il mio maestro, quello a cui devo praticamente quasi tutto quello che so in termini di recitazione, Mauro Avogadro, che è stato il mio principale docente di recitazione. Tra l’altro quello di lavorare con lui, con il mio maestro, è il mio sogno, quindi ho già risposto
anche alla domanda successiva. Ci sono tanti registi che seguo e che mi piacciono, però ho capito una cosa facendo questo mestiere: che devi averci a che fare, cioè non basta voler lavorare con un regista perché hai visto dei suoi spettacoli belli che ti sono piaciuti, perché poi magari ti ritrovi in prova con lui e non
è la stessa cosa. È importante conoscersi prima. Essendo appassionato e ingordo di teatro, sotto ogni punto di
vista, mi piace tantissimo seguire anche gli altri attori e gli altri miei colleghi. Il mio punto di riferimento e la mia attrice preferita, almeno qui in Italia, è sempre stata Giulia Lazzarini. Un sogno è quello un giorno di poter essere in uno spettacolo con lei. Sarebbe l’apoteosi per me.

Ora di cosa ti stai occupando? Quali sono i tuoi prossimi impegni?
In questo momento sono in prova con i Muta Imago a Roma e stiamo provando uno spettacolo che si chiama “Assist”, ispirato ad una graphic novel di Richard McGuire. Stiamo provando nelle sale del Teatro di Roma e presenteremo un primo studio a dicembre. È un lavoro molto bello, ispirato alla fisica quantistica trasportata sulla scena ed è molto molto particolare e molto difficile.

Qual è la rivoluzione che speri per il teatro?
Essendo all’inizio del mio percorso professionale, non ho ancora tutti gli strumenti da addetto ai lavori per indicare una
rivoluzione possibile del teatro. Spetta alle grandi menti trovare una soluzione. Da giovane spettatore e da giovane cittadino mi aspetto come rivoluzione che almeno i teatri stabili, i teatri pubblici, iniziassero a fare una politica diversa sul prezzo dei biglietti.
Oggi un biglietto medio in un teatro stabile internazionale costa 20 euro. Una famiglia italiana media se vuole andare a teatro il fine settimana, genitori e due figli, non può spendere 100 euro, non è giusto. Il teatro non può essere considerato come un bene di lusso, soprattutto se è un teatro pubblico, a cui già si contribuisce con le tasse. Spero dunque che possa esserci un abbassamento dei prezzi, in modo che andare a teatro costi quanto andare a mangiare una pizza e non quanto una cena gourmet.

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