“Jarrusu”, Pasolini e la verità che non vogliamo ascoltare

28 Febbraio 2024

È la notte tra il primo e il due novembre del 1975, Pier Paolo Pasolini è alla periferia della periferia di Roma, all’idroscalo di Ostia, in compagnia di Giuseppe Pelosi, ragazzo di vita, detto “Pino la rana”, per consumare un rapporto sessuale. Rapporto che Pino ad un certo punto non vuole proseguire, si allontana, Pasolini lo raggiunge restando ferito dalle bastonate che Pino gli infligge per difendersi, schiacciato subito dopo dalle ruote della macchina con cui Pelosi scappa. Il cuore gli esplode, silenzio.

È la mattina del due novembre, i giornali riportano la notizia del ritrovamento del cadavere del poeta, uno di quei poeti che «nasce una volta ogni cent’anni», come Moravia urla a gran voce durante il funerale.

«se l’è cercata» accomoda l’opinione pubblica. Una morte sposa dell’alone di dissolutezza, depravazione e immoralità che accompagnò l’immagine di Pasolini per tutta la vita. Vita, una parola che ritorna spesso nelle sue opere, quali “Ragazzi di vita”, “Una vita violenta”, “la Trilogia della vita”; una vita dalla cui morsa passionalmente si lasciava trasportare:

«Amo ferocemente, disperatamente la vita. E credo che questa ferocia, questa disperazione mi porteranno alla fine. Amo il sole, l’erba, la gioventù. L’amore per la vita è divenuto per me un vizio più micidiale della cocaina. Io divoro la mia esistenza con un appetito insaziabile. Come finirà tutto ciò? Lo ignoro» (Il cinema in forma di poesia)

Pertanto no, Pasolini non se l’è cercata, e il racconto della sua morte per mano di un amante non remissivo non è altro che una comoda, perbenista, conformista, storia facile da credere realtà, a cornice di un dipinto umano troppo scomodo e difficile da comprendere e accettare. Perché Pasolini era, ed è ancora, una mente scomoda, un ricercatore, un giornalista, un indagatore della verità, una verità socialmente inaccessibile di cui lui aveva raggiunto angoli bui e impenetrabili. Sapeva troppo e c’era chi ne era consapevole.

Come chiaramente testimonia l’inchiesta della giornalista Simona Zecchi, nel suo libro “Massacro di un poeta”, l’uccisione di Pasolini è stata un‘esecuzione pubblica, un martirio, un monito per chi, come lui, avrebbe osato avvicinarsi alla veritiera tangibilità di stragi, complotti, omicidi.

Pelosi quella notte era presente, ma con lui altre 12 persone; Pasolini non era li per assaporare un corpo proibito, ma attirato a risposta di un ricatto per riprendere le pizze del film “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, rubate giorni prima a Cinecittà.

Ci sono prove, indizi, piste battute e poi messe a tacere dalla procura, atti nascosti, ora noti; e nonostante la palese contraffazione della sentenza, ancora oggi l’italiano, intervistato, è prodigo nell’attribuire a Pelosi la mano della morte.

Sono due le piste che si aggiungono a quella agevole dell’omosessualità morbosa e notturna: la pista dell’eversione nera e fascista e la pista di Petrolio e della morte di Mattei. Giovanni Greco, nel suo monologo “Jerrusu, perché e come morì Pasolini”, da lui scritto e interpretato, andato in scena al Teatro Spazio 18B, le ripercorre meticolosamente tutte e tre. Un monologo in salsa storica, farcito da episodi di vita personale in cui la vita di Greco e il ricordo dello Jarrusu si intrecciano. Crudo, tenero e provocatore, così come Pasolini artista e scrittore.

Greco esula il corpo e la memoria dell’intellettuale bolognese dalle false credenze, dalle dicerie e dalle infondatezze; citando nomi, episodi, oscenità, smascherando le chimere convenzionaliste.  Solo, come il corpo di Pasolini sulla sterpaglia dell’idroscalo, l’interprete è sul palco; ha con sé solo corpo e voce, e con tutte le loro declinazioni ricorda, rievoca, narra, denuncia e veste l’ipocrisia di forte consapevolezza.

Siamo nani sulle spalle dei giganti, come donne, uomini e cittadini abbiamo il dovere e il diritto di svelare i falsi storici, e l’infuocata favola della morte del poeta è tra questi; un falso che falso lo è da tempo ma che continuiamo a ignorare. Greco ce lo ricorda, offrendo l’opportunità a chiunque di poter camminare e immergersi in tutte e tre le piste, di essere spettatori-indagatori attivi delle tre possibili verità. Lo spettacolo diventa strumento di ricerca, sunto d’inchieste e documenti, una fonte secondaria a tutti gli effetti, chiara e comprensibile, usufruibile per far scuotere l’opinione pubblica e ridar dignità a un poeta che ha saputo comprendere, analizzare, profetizzare noi-società presente-passata-futura, meglio di quanto noi potremmo mai fare.

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