Cos’è che nei secoli dei secoli, nelle storie e nei miti più arcaici ha sempre spinto l’essere umano oltre le proprie possibilità, oltre gli dei e le loro enigmatiche profezie, se non, un primordiale e imprescindibile bisogno di conoscenza?
Ed è proprio in questa ricerca viscerale, tormentata e fatale della verità che ritroviamo il cuore di una delle opere meno rappresentate di Sofocle, la tragedia Trachinie, riadattata e andata in scena dal 18 al 27 ottobre al Teatro di Documenti a Roma con la regia di Walter Pagliaro, con Micaela Esdra, Elisabetta Arosio, Fabrizio Amicucci, Fabio Maffei, Cristina Maccà e Valeria Cimaglia.
La storia narra la dolorosa vicenda di Deianira, moglie del semidio Eracle, che dopo ben quindici mesi di attesa viene finalmente a sapere dall’araldo Lica, che suo marito è sopravvissuto alle celebri dodici fatiche e sta tornando vincitore. Tuttavia l’uomo, non porta con sé solo buone notizie, ma anche una terribile minaccia, la giovane e bellissima principessa Iole, vinta e resa schiava dopo la conquista dell’Ecalia. Un arrivo del tutto inaspettato e nefasto. Un arrivo, che da subito risulterà presagio di morte.
Walter Pagliaro nella sua rivisitazione si allontana dagli echi gloriosi e magniloquenti del mito e porta in scena l’intimità di una confessione tragicamente umana, attraverso la storia di un’altra protagonista uxoricida della tragedia greca, una donna che già nel suo nome porta il peso ereditario di un destino fatale; una donna che nel suo spasmodico bisogno di verità, finisce per perdere sé stessa e coloro che ama, nell’oblio profondo e sanguinario di un incubo antichissimo.
Deianira (“colei che distrugge il marito” o “colei che combatte gli uomini”), interpretata da Micaela Esdra, addormentata su una sedia a dondolo immersa in un’atmosfera cupa, illuminata dalla luce fioca di alcune lampadine, si risveglia scossa e affannata, soffocata dalla stretta morsa di un dubbio. Un dubbio che come un seme piantato in un terreno troppo arido, invece di fiorire, rinsecchisce e marcisce, un dubbio che finirà per inquinarle l’animo, la mente e il cuore.
D’altra parte, se l’ardente tormento iniziale, scaturito dall’attesa e dall’impossibilità di conoscere il responso di un’antica profezia rispetto al destino incerto del marito, si affievolisce con le buone notizie dell’araldo, il sospetto, poi confermato, che la nuova ospite, non sia semplice riscatto della vittoria, ma desiderio proibito del marito e causa scatenante della disfatta dell’Ecalia, è nuovo concime nutriente per un terreno già malato.
Sebbene all’inizio accolga la giovane donna sfortunata con un sentimento quasi materno (non a caso, forse, è sempre Fabio Maffei nel ruolo del figlio Illo ad interpretarla), quando viene a conoscenza della verità, la sua maturità, la sicurezza e la lucidità apollinee vengonosopraffatte da una forza interiore affamata di vita, una forza dionisiaca che la fa scivolare lontana nel tempo, nell’orrore delle violenze e sopraffazioni subite, al rapporto con un marito distante, violento e traditore, nella solitudine di un dolore autentico e intimamente umano.
Per la donna è come osservare sé stessa davanti uno specchio consumato. L’una il riflesso dell’altra. Nella ragazza riscopre una giovinezza ormai lontana e appassita, entrambe vittime della stessa violenza maschile che le ha private dell’innocenza e le ha portate lontano da casa e dai loro affetti. Una complessa dualità che ritroviamo anche nella scelta dei costumi di Annalisa Di Piero: Iole indossa un sinistro velo nuziale suoi toni funerei del nero e del viola, gli stessi colori che tingono gli abiti della protagonista, opposti a quelli degli altri personaggi, dove prevalgono il verde, il marrone e l’azzurro, i colori della terra, dell’acqua e della vita. Inoltre, se la giovane, ormai privata della libertà e della sua identità non proferisce mai parola, lo stesso farà Deianira in una delle scene finali, quando messa di fronte alle proprie colpe dal figlio, non potrà far altro che rispondere con un silenzio tombale.
Persa nei suoi dolori passati, finisce così per aggrapparsi al ricordo di un mito lontano, personale e arcaico, e decide di riconquistare Eracle inviandogli un oggetto da tempo dimenticato. Una tunica imbevuta del sangue del «villoso centauro» Nesso, che prima di morire, ferito a morte dalla freccia dell’eroe per aver tentato di violarla, le aveva confessato la natura prodigiosa di quella mistura, in grado di risvegliare in qualsiasi momento l’amore assopito del marito.
La tragedia ha così inizio. Il filo rosso di tessuto che incornicia la scenografia (le scene sono di Gianni Carluccio), non è solo il simbolo di un fil rouge che lega inesorabilmente il destino di tutti i personaggi,ma è anche una gabbia, fisica e metaforica, che li imprigiona.
E se il cielo blocca ogni possibilità di salvezza, lo fa anche il terreno sotto i loro piedi, ricoperto da un manto di lucente plastica nera, densa e viscosa come il sangue. Una spessa coltre nera che nelle mani del coro delle “trachinie” prende vita e finisce per inghiottire lentamente tutti e tutto. Rimane scoperto solo qualche vestito insanguinato, memorie, forse, delle vittime di questa tragedia, e un lenzuolo rosso macchiato del sangue di Deianira, toltasi la vita dopo aver appreso la reale natura omicida del filtro e che su Eracle, ormai, domina un’ombra di morte.
Ma la regia di Walter Pagliaro ci pone una serie di domande, a questo punto necessarie: se Deianira è una donna tragicamente umana e richiama con sé gli echi di una vulnerabilità e fragilità del tutto contemporanei, il suo gesto è stato davvero inconsapevole? Qual è la verità dietro questa donna? Deianira, il suo sposo, lo voleva vivo o morto?
Ed è in questa ricerca dell’Umano, che nel corpo e nella voce trasformati di Micaela Esdra compare finalmente l’eroe, privato di quella boriosa potenza semidivina raccontata nei fregi e nelle statue che lo hanno sempre ritratto vittorioso durante le sue imprese.
Eracle e Deianira, nell’unione/scontro tra apollineo (la figura femminile) e il dionisiaco (il maschile), collimano inesorabilmente in un’unica figurazione grottesca dell’essere umano. Attraverso un corpo massiccio, ma infermo, bloccato su una sedia a rotelle e una voce offesa e feroce, come il ruggito di una fiera ferita, osserviamo la caduta di un eroe per mano della donna che diceva di amarlo. Entrambi vittime e (illusi) carnefici di un destino già scritto.
