A volte, nel teatro, succede qualcosa di inaspettato. Può capitare che un regista o un drammaturgo di fronte all’urgenza di mettere in scena un’opera, non si fermi alla semplice rielaborazione del testo o attualizzazione. Difatti, se non viene sedotto dai fastosi luccichii della notorietà e della magniloquenza del capolavoro, riesce a scavare nei suoi interstizi più nascosti, colpito dal cuore di un’idea o di un’immagine, da un personaggio marginale rimasto in silenzio per troppo tempo.
Questo è il caso di LIZA, spettacolo scritto e diretto da Nicholas Gallo, prodotto da Angelica Film Production e GALLILLUMINATI CONTEMPORARY THEATRE, andato in scena il 16 e 17 dicembre al Teatro Cometa Off di Roma.
Liberamente ispirato a I fratelli Karamazov, l’ultimo romanzo di Fëdor Michajlovic Dostoevskij, si allontana dalle drammatiche vicende familiari di Fëdor Pavlovič e dei suoi figli, per raccontare quella di una delle figure femminili protagoniste dell’opera: Lizavéta Smerdjascja (il cui cognome significa puzzolente), la “pazza” dei Karamazov, una povera donna cresciuta in un ambiente familiare ostile, costretta a vivere per strada e a prostituirsi, alla mercè di uomini che si approfittano della sua condizione, della sua solitudine e della sua bontà.
Assistiamo così, all’affresco anacronistico della sua storia. Un racconto a quadri descritto dall’alternarsi di coni di luce che in diverse zone del palco illuminano Caterina Boccardi mentre interpreta Lizavéta rivelare sé stessa. Fragile e impotente di fronte al suo inevitabile e tragico destino.
La osserviamo crescere sola e disperata con un padre violento; raggeliamo, pensando alle lunghe notti passate per strada all’agghiaccio; percepiamo l’umiliazione, costretta ad accettare l’avance degli uomini mentre si toglie il suo unico vestito, una «camiciola di canapa» troppo striminzita, troppo leggera per proteggerla dal mondo. Sfacciata, scopre un abitino in pizzo nero, simbolo di una seduzione che non le appartiene. E infine, la fame e la sete. Quella fame che le fa divorare un tozzo di pane secco, quella sete che la fa affogare in un bicchiere d’acqua non abbastanza pieno per placarla.
Pian piano ci addentriamo sempre più nel suo intimo racconto, fino a quando non la vediamo inerme al centro del palco, avvolta da un cono di luce e da una densa foschia, sospesa in una dimensione surreale, quasi onirica. Ma quello di Lizavéta, purtroppo, lo sappiamo bene, non è un sogno, ma un terribile incubo: travolta da un’apparente irrefrenabile ilare follia, finisce a terra tremante, sconvolta, schiacciata sotto il peso dell’omertà: «Chi ha violentato Lizavéta?».
La voce di Nicholas Gallo incombe sulla sua figura, la tampina, la perseguita per tutto il tempo. Chi ha violentato Lizavéta? Purtroppo, quel nome, per certo, non si saprà mai, mentre lo stupro sarà definito un «oltraggio». Un oltraggio che feconderà il suo ventre violato con un seme ormai infetto e malato, frutto dell’orrore della violenza subita.
Lizavéta infatti morirà dando alla luce Smerdjakov, nel nome l’ombra e l’impronta della madre. Il quarto dei fratelli Karamazov, o meglio, fratellastro, figlio illegittimo di Fëdor Pavlovič, il reietto malato di epilessia, mai riconosciuto e tenuto in casa come un servo.
E proprio nel momento in cui la donna rivive quel tragico evento, quando la vita scivola via dal suo corpo per abbracciare il nuovo nascituro, notiamo un cappotto nero scendere dal soffitto e incombere su di lei. Un’ombra malvagia e funerea, l’ombra di Fëdor, l’ombra della violenza maschile, un’ombra infetta che sporcherà l’anima di Smerdjakov, costretto a togliersi la vita dopo aver assassinato il padre.
Sebbene Caterina Boccardi riesca nell’interpretazione di Lizavéta, un’immagine decadente oltre ogni luogo e tempo, a tratti questo ricordo appare un po’ troppo sbiadito.
Nel ritratto della fragilità, del dolore e della sconfitta della donna di fronte al pregiudizio e alla ferocia degli uomini, questa volta, sono mancati il corpo e la voce. Forse, ci si aspettava di vedere una Lizavéta più ferita, più disturbante, più sporca, più animale. Di sentire quella voce mutilata dall’incapacità e dall’impotenza di potersi esprimere, di riconoscere quel corpo deriso, violato, consumato. Quel corpo trovato senza vita, solo e abbandonato nel giardino del suo aguzzino dopo aver dato alla luce il proprio bambino.
Ma soprattutto nel finale la cerchiamo. Continuiamo a cercarla mentre sul palco si susseguono altri pensieri, altre voci, altre parole: quelle di Dostoevskij, morto poco prima di terminare l’opera; quelle dell’uomo che continua urlarle oscenità e infine, quelle di una canzone simbolo di Mia Martini.
Ma Lizavéta? Dov’è Lizavéta? Invano, aspettiamo.
