Amore, intrighi, gelosie e incantesimi: Alcina di Händel per la prima volta al Teatro Costanzi

23 Marzo 2025

di Emiliano Metalli

Dopo il successo del Giulio Cesare dello scorso anno, il barocco irrompe ancora una volta nella stagione del Teatro dell’Opera di Roma. Stupisce questa Alcina, è il caso di dirlo, per la sua attualità – la centralità di una protagonista che è donna indipendente e guerriera – e per la rinnovata bellezza di una composizione che, a dispetto dei 290 dalla prima assoluta al Covent Garden di Londra, riesce ancora ad affascinare un grande pubblico.

Il barocco musicale, d’altronde, è il trend attuale sia nelle registrazioni discografiche, sempre più rare, sia nelle riscoperte sceniche.

Punto forte del suo successo è anche l’allestimento, nato in collaborazione con De Nationale Opera dove ha debuttato nel 2015 dalla mente del regista libanese Pierre Audi, che torna dopo il Pelléas et Mélisande con le scene di Anish Kapoor nel 2009 e un memorabile Tristan und Isolde, inaugurazione della stagione 2016/17.

Lo spettacolo, concepito nel 2000 per il teatrino del palazzo reale di Drottningholm, vicino Stoccarda, è incentrato soprattutto sul dinamismo degli interpreti, il cui fluire costante sul palco giunge a creare una drammaturgia minimale dai toni pastello, valorizzata dalle scene essenziali, ma sorprendenti di Patrick Kinmonth, che firma anche i costumi elegantissimi.

Tutto rimanda a un Settecento raffinato ed estremamente “umano”, nonostante la vicenda del libretto tratto da L’isola di Alcina di Riccardo Broschi, a sua volta basato sull’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, sia incentrata invece su incantamenti e ambientazioni innaturali.

Forse sono le suggestive luci di Matthew Richardson che riescono a dare l’idea della scatola magica, perché delineano gli spazi e le sagome degli interpreti, ne dipingono le espressioni, le esaltano o le estremizzano. Danno l’impressione di osservare un carillon, una lanterna magica, un “Mondo nuovo” o un Fenachistoscopio: insomma qualcosa che attrae, stupisce e, al tempo stesso, racconta una vicenda.

Audi impiega l’ambientazione elegantemente essenziale e dichiaratamente teatrale per mettere in moto i sentimenti presenti nel libretto e nella musica. Come sintetizza Morgana “Amar e disamar questa è mia voglia.”: tutto ruota attorno al perno amoroso. Sostanzialmente i rapporti fra i personaggi della storia si basano su chi fugge, chi torna, chi mente, chi minaccia per amore. E, quando non sono loro a pronunciarsi, gli altri sono coinvolti in una sorta di eco, moltiplicando punti di vista e corrispondenze fra le coppie. Si combatte così la staticità intrinseca dell’opera barocca: nonostante gli interpreti si ritrovino spesso a cantare in una posizione centrale, l’illusione è che tutto sia azione.

Rinaldo Alessandrini fa il bis del successo ottenuto con il Giulio Cesare. Sa trovare il giusto tono alle diverse arie, sa far scorrere il recitativo adattandolo alle esigenze della scena, sa sostenere gli interpreti nei momenti più difficili – dalle arie di furore a quelle più placate – mantenendo sempre un’amichevole intesa con l’orchestra. La duttilità di questo repertorio e lo scambio sinergico fra direzione ed esecutori è l’aspetto più affascinante e creativo del barocco che sta lentamente conquistando pubblico e teatri.

Di questa rivincita barocca, Alessandrini è certo uno dei maggiori esponenti. La chiarezza dell’impianto musicale è al servizio dell’effetto che è, però, mai fine a se stesso, bensì espediente drammatico: si pensi ai meravigliosi passaggi solistici in orchestra che sottolineano lo stato emotivo evocato dal canto, così come la raffinata sensazione di sospensione di alcune cadenze, di Alcina in particolare, che sembrano anch’esse formule magiche, effetti di sublimi incantamenti. E di questi incanti Alessandrini è centro di emanazione, grazie a uno spirito di collaborazione e di armonia che si intravede fra i suoi gesti.

Adeguato il coro, che è purtroppo ridotto al minimo nel repertorio barocco, nei suoi brevi interventi puntualmente perfezionati dalla direzione di Ciro Visco.

Il cast vocale ha dimostrato una uniformità e un livello performativo di eccellenza, con gli inevitabili distinguo in un’opera come questa che si basa, fin dalla composizione, su un sistema artisticamente gerarchico.

Punte di diamante della serata sono senza alcun dubbio Alcina e Ruggiero.

Infatti nonostante tutti gli altri personaggi, ideati in un clima di altissima qualità musicale, abbiano trovato uno spazio adeguato senza risultare al di sotto delle aspettative, i due protagonisti, generati da una potente caratterizzazione nella loro identità musicale, hanno tratto da essa ogni possibile elemento per eccellere. Certo, il fatto stesso di essere al centro del plot principale – sono le loro azioni e reazioni a portare alla conclusione la vicenda – concede loro i picchi musicali dell’opera. Fra queste troneggiano soprattutto le arie di Alcina Sì, son quella, non più bella, Ah, mio cor! schernito sei, Ombre pallide (con la straordinaria evocazione degli spiriti) e Mi restano le lagrime e le due arie di Ruggiero Verdi prati, selve amene e Sta nell’ircana che costituiscono, musicalmente, due facce della medesima medaglia emotiva.

Alcina, la cui voce citando Starobinski “occupa tutto l’immenso registro che va dal trionfo alla disperazione, dall’amore al furore” è Mariangela Sicilia, Premio Abbiati 2025 come miglior cantante: i lunghi applausi hanno siglato una prova ai limiti della perfezione. Mariangela Sicilia possiede un timbro lirico di incantevole bellezza, una dizione nitida, un’emissione morbida e sempre a fuoco, la capacità di comprensione del testo, una dinamica notevole fra pianissimo e fortissimo e una disinvoltura scenica impressionante. Tutte caratteristiche che hanno garantito il successo in quest’opera.

Il senso di sospensione in Sì, son quella, non più bella e Ah, mio cor! schernito sei ha racchiuso tutto il toccante dolore e il tormento amoroso di una donna che tenta in tutti i modi di dare corpo al “suo” mondo, regolato dalle “sue” regole. Un mondo che va dissolvendosi rapidamente sotto l’egida di un ritorno all’ordine regolato dalla norma dell’eroe, ma anche del “maschile” che riprende il controllo di un “femminile” terribile e avvolgente. Come Calipso, o peggio di essa, dopo aver regalato amore e incanto, Alcina-Sicilia resta sola e tradita. La disperazione si trasfonde nel suo canto che regala in Ombre pallide e Mi restano le lagrime due esempi di prodigiosa intensità.

Accanto a lei, il controtenore Carlo Vistoli, Premio Abbiati 2024 proprio per il Giulio Cesare romano, interpreta Ruggiero, andando a rinverdire i fasti degli evirati cantori, in particolare del Cusanino per cui il ruolo venne originariamente concepito e che costruì le sue fortune anche sui palcoscenici romani. Nonostante l’origine “mitica” di questa categoria vocale – sia per la modalità con cui veniva creata, sia per le storie a essa legate – oggi una folta schiera di interpreti sta riproponendo quel repertorio con sempre maggiore rigore tecnico e talento creativo, sostituendosi di fatto ai tenori o ai mezzosoprani che avevano sostituito le vocalità originali.

Vistoli è in questo momento fra i più ambiti: il fisico virile, l’atteggiamento eroico, la gestualità sicura si associano a una vocalità dal colore ambrato, dai chiaroscuri caravaggeschi, che spazia uniforme in tutta la gamma e risulta quasi sensuale nei gravi e fulgente nella sezione acuta. Questo gli consente di offrire riflessi stupefacenti sia in personaggi eroici come Ruggiero sia nei ruoli di cattivo, come fece nel Tolomeo. Se in Verdi prati la dolcezza del timbro ha avvinto tutto il pubblico, lo stupore delle agilità dell’aria Sta nell’ircana ha sancito il suo trionfo.

Corretta la Morgana di Mary Bevan, soprattutto per quanto riguarda il rapporto con la scena. La sua prova come Cleopatra era stata di gran lunga migliore, mentre qui manca qualcosa, forse nel delineare vocalmente il personaggio che avrebbe bisogno di più disinvoltura nei passaggi di coloratura. (Non le giovano alcuni confronti con incisioni recenti). Tuttavia, incarna una sorta di “amor profano” rispetto all’Amor sacro di Alcina e così tutte le sue azioni – e il corrispettivo vocale – cercano una maggiore seduzione degli atteggiamenti, risultando meno drammatiche (anzi a volte quasi comiche), salvo giungere all’aria che apre il terzo atto. Credete al mio dolore è una gemma della sua Morgana: il canto si fa più morbido, il timbro si addolcisce e Bevan riesce a trasformare una donna capricciosa in una innamorata, forse addirittura più sofferente di Alcina, per gli accenti inaspettati.

Al suo fianco l’Oronte di Anthony Gregory, che pure è benissimo condotto per tutta l’opera, offre una prova eccellente soprattutto nell’aria speculare a quella di Morgana: Un momento di contento. Non manca però di dare voce a tutta la gamma di emozioni, e al relativo bagaglio di ottima tecnica, anche nel resto della serata.

Meno emozionante la Bradamante di Caterina Piva. Nonostante l’innegabile preparazione, la precisione scenica e la piacevolezza del timbro, la sua prova è meno convincente delle altre.

Ottimo Francesco Salvadori nei panni di Melisso: voce dal timbro denso e vellutato, ottima nei recitativi e ancora più uniforme nelle arie, precisissima la coloratura ed equilibrato in scena, senza mai apparire affettato o banale. Un compito non semplice per un ruolo che, più degli altri, cede il fianco al cliché del vecchio saggio. Era invece un valente eroe e un seducente mago, al pari di Alcina.

Nota di eccellenza per il giovane Oberto di Silvia Frigato. Non solo per il physique du rôle che la fa sembrare realisticamente un giovane eroe alla ricerca del genitore, ma soprattutto perché a questo associa una voce cristallina, brillante, a fuoco in tutti i registri e dalla tecnica impressionante che le permette di eseguire i passaggi di coloratura infuocata senza il minimo sforzo e senza perdere mai neppure un respiro d’espressione.

Parafrasando ancora Starobinski: se in scena l’incantesimo si spezza, svelando la perfidia della maga e la reale natura dei luoghi, dalla platea ammiriamo la sua sublime umanità di donna indipendente e guerriera, amante e padrona di sé, sacrificata sull’altare della norma sociale.

Ma la riflessione serpeggia nelle menti, si spera, così come il ricordo delle meravigliose melodie di Händel.

Teatro dell’Opera di Roma

Alcina

Musica Georg Friedrich Händel

Dramma musicale in tre atti

Libretto di autore ignoto da L’isola di Alcina di Antonio Fanzaglia

musicato da Riccardo Broschi (da Ludovico Ariosto)

DIRETTORE Rinaldo Alessandrini

REGIA Pierre Audi

Maestro del Coro Ciro Visco

Scene e Costumi Patrick Kinmonth

Luci Matthew Richardson

PERSONAGGI E INTERPRETI

Alcina Mariangela Sicilia

Ruggiero Carlo Vistoli / Tamar Ugrekhelidze (21 e 26 marzo)

Bradamante Caterina Piva

Oronte Anthony Gregory

Morgana Mary Bevan

Oberto Silvia Frigato

Melisso Francesco Salvadori

Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma

Nuovo allestimento Teatro dell’Opera di Roma

in collaborazione con De Nationale Opera, Amsterdam

Crediti fotografici: Fabrizio Sansoni-Teatro dell’Opera di Roma

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