È difficile trovare le parole giuste per spiegare le dinamiche mafiose a chi non le vive, le cause e le conseguenze che le caratterizzano; sembra un fenomeno lontano, legato a contesti storici e sociali ormai superati all’occhio esterno e quotidianamente estraneo. Perché parlare ancora oggi di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rocco Chinnici, Peppino Impastato o don Pino Puglisi? Le loro storie sembrano narrazione da romanzo, specialmente per i più giovani, nati e cresciuti nelle grandi città, senza aver paura dell’uomo nero che minaccia il lavoro e la vita stessa dei loro famigliari.
Ma è proprio attraverso il ricordo della lotta e della resilienza che determinate dinamiche camuffate da ragazzate possono fin da subito essere riconosciute e affrontate nel modo giusto, quella della legalità. Una legalità che trova riparo non solo nella la divisa della polizia, ma anche nelle regole e i consigli di una madre, di un padre o di una maestra.
Lo spettacolo Per questo mi chiamo Giovanni, di Gianni Clementi, andato in scena al Teatro del lido di Ostia con Stefano Messina e il figlio Giovanni Messina, con la regia di Stefano Messina stesso, ben lo dimostra.
La messinscena ripercorre le tappe principali della carriera e della morte del giudice Giovanni Falcone, ma non dobbiamo aspettarci un’asettica esposizione lineare di fatti e date, bensì un racconto dinamico corredato da immagini e musica con una voce narrante originale, quella di un padre che spiega al figlio perché ha deciso di chiamarlo Giovanni; un padre che proprio quel 23 maggio 1992 si trovava su quella stessa strada che collega Capaci a Palermo, in cui il giudice, sua moglie e la loro scorta hanno trovato la morte; un padre che correva con la sua Fiat Uno celebrando la vita, la nuova vita del figlio appena nato, mentre alle sue spalle si consumava uno dei capitoli più neri della storia italiana.
Con un tono leggero ma non superficiale, con metafore e similitudini adatte a un bambino che sta crescendo, Stefano Messina usa la storia di Falcone per spiegare la nascita e l’evolversi della criminalità organizzata, ponendo delicatamente l’accento sui bambini, vittimi innocenti, come Giuseppe Di Matteo, che subirono ritorsioni per le scelte sbagliate di qualcun altro.
Anche il piccolo Giovanni, nella sua piccola comunità scolastica, aveva iniziato a far esperienza di dinamiche di bullismo dalle tinte criminali, e per questo, per il padre, era giunto il momento di far decidere al figlio da che parte stare, mostrandogli il bene e il male.
Messina propone uno spettacolo ben riuscito, coinvolgente e toccante; uno spettacolo didascalico e antologico che mette in luce la ‘banalità del male’, usando un registro linguistico e una retorica espositiva, a tratti comica, così colloquiale e informativa da rendere la narrazione adatta a qualsiasi età e utili a fini didattici pedagogici, sposando perfettamente l’intento dell’omonimo romanzo di Luigi Garlando da cui è tratto.
