
È passata poco più di una settimana da quando lo scorso 24 gennaio ho assistito, presso il Teatro Argentina di Roma, alla seconda replica di due – la prima, come facilmente intuirete, si è svolta il giorno precedente ossia il 23 gennaio – dello spettacolo “L’Anitra selvatica” di Henrik Ibsen, adattato da Maja Zade e Thomas Ostermeier, il quale firma anche la regia.
Lo spettacolo in lingua tedesca – erano presenti i sopratitoli in italiano – è stato ed è recitato dagli attori della Schaubühne Berlin, anche ente produttivo, insieme al Festival di Avignone e al Teatro di Roma – Teatro Nazionale, dello stesso.
Scrivo oggi a distanza di 9 giorni e metto nero su bianco in questo spazio digitale una delle prime emozionanti impressioni che mi hanno attraversato in corso d’opera mentre gli attori e le attrici recitavano su uno dei palchi più prestigiosi d’Italia e mentre una gremita platea seguiva ossequiosamente ma non passivamente le vicende di un gruppo di persone che il loro autore norvegese – quindi lontano nella latitudine – aveva creato nel 1884 e quindi in un segmento ormai molto lontano nel tempo.
Eppure il Teatro fatto come si deve – e in questa circostanza lo era per davvero – annulla le distanze temporali – anche grazie ad un adattamento che porta i fatti e le sue modalità a dinamiche a noi più simili – e financo quelle geografiche perché ti dona la sensazione di stare in un interno – o due, considerate la scrittura e la scenografia – tedesco nonostante il tuo corpo sia comodamente poggiato su una poltrona di una città capitale di uno Stato mediterraneo.
Il lavoro compiuto nel corso di questo allestimento avvicina l’idea di spettacolo dal vivo a quella di un racconto estremamente realistico di stampo cinematografico, facendo leva su una squadra di attori veramente dotata e capace di srotolare con estrema naturalezza e senso di verità una storia che della verità stessa ne fa praticamente un’ossessione.
Ed è qui che veniamo al punto: qual è il valore e la funzione della verità?Thomas Ostermeier, indiscutibilmente tra i Maestri europei e anche mondiali dell’Arte Teatrale, proprio a proposito del suo lavoro su due delle pièces del drammaturgo norvegese – quella oggetto dell’articolo che state leggendo e “Un nemico del Popolo” – afferma come il concetto di “verità” venga trattato da Ibsen nelle due opere in maniera diversa e opposta e come in questo intreccio al quale ho assistito questa faccia un’enorme fatica ad emergere. E come, aggiungo io, sotto le mentite spoglie di una necessità catartica si trasformi letteralmente in questo caso in uno strumento di morte.
“L’Anitra selvatica” ci mostra un intreccio non particolarmente complesso per quanto ricco e sfaccettato, ma comunque di una profondità psicologica che lascia aperte tante riflessioni quante sono le anime di chi voglia veramente prestare ascolto alle storie dei personaggi che animano le vicende narrate.
Sulle scene girevoli di Magda Willi che crea un mondo frutto della somma di due molto differenti tra loro per quanto inesorabilmente intrecciati, gli 8 personaggi in scena ci mostrano un ricco frammento delle loro personalità che abbisognano comunque di un lavoro individuale di completamento di ciascun quadro poiché è evidente, più che in molte altre occasioni, che la persona ferma ad osservare il tutto dall’esterno debba concludere con le proprie personali riflessioni i numerosi viaggi che vede compiere davanti a sé.
Il testo “soffre” di quella introspezione psicologica ibseniana che a primo acchito sembrerebbe penalizzare l’azione in senso stretto eppure ciò che ci si mostra è dinamico e vitale per quanto intriso di profonda sofferenza.
Le 2 h 40′ di spettacolo compreso intervallo scorrono attraversate da una forza intrinseca che non necessità scossoni di sorta per farsi appuntare la qualifica di interessante e tengono incollati ad una serie di rivelazioni che solo ad una prima superficiale analisi possono dirsi affidate esclusivamente al mezzo orale quando invece, per chissà quale ignota magia oltre la perizia di tutte le parti in causa, scuotono anime e corpi sin dalla loro più profonda radice.
Uno spettacolo che onora il luogo deputato ad accoglierlo e l’Arte che l’uomo ha creato per provare a continuare a raccontarsi senza sosta nel tentativo sempre nuovo di auto ersorcizzarsi come genere.
Riuscendoci poi?
Ed eventualmente quante volte e in che modo?
Penso che lo scopriremo solo continuando ad andare a Teatro.
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