“Il mare non ha paese nemmeno lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole”. Così Verga descrive nei Malavoglia l’essenza poetica delle acque: il mare è fatica, pericolo, ma anche universalità, connessione e infinità, evocando da sempre un rapporto intimo tra uomo e natura. Come la terra, il mare offre solitudine, tranquillità, possibilità di viaggio, esplorazione, libertà e avventura. I pesci, più facimente di noi, possono andare dove vogliono, senza catena sociali, esplorando ogni corrente, e dai fondali ci osservano. Cosa osservano? Dove navigano?
A inoltrarsi nei pensieri e nei peregrinaggi degli abitanti marini è lo spettacolo Due pesci di Paolo Roberto Santo, andato in scena al Teatro Belli con Francesco Bonaccorso e Domenico Panarello, in occasione della rassegna Expo.Teatro italiano contemporaneo. Uno spettacolo scenograficamente asciutto che con leggero umorismo e delicata malinconia porta sul palco temi caldi come gli effetti dell’impronta umana sulla natura, la nostalgia, la voglia di libertà e l’amicizia.
Salvatore e Domenico sono due pesci nati e cresciuti nelle acque siciliane, inseparabili fin a quando uno dei due decide di voler allontarsi, viaggiare e conoscere tutto ciò che Messina non ha. Va e viene raccontando all’amico le sue avventure. Esplora territori sempre più lontani, sempre più pericolosi, incontrando pesci diversi da loro, ognuno con la propria storia di vita. Vite segnate da quel profondo isolamento a cui può portare la vastità del mare. L’ultimo viaggio è quello che segna il compagno esploratore, durante il quale capisce fino in fondo il valore degli affetti, dell’importanza di poter chiamare un posto “casa” e del disumano trattamento che gli uomini riservano agli animali.
Lo spettacolo è un continuo dialogo tra due amici che riflettono malinconicamente sui ricordi, sui desideri e sul tedio esistenziale, trasmettendo al pubblico quel mal de vivre tipico del romanzi novecenteschi. Nonostante il velo nostalgico, tuttavia, la storia non finisce con l’essere un vero e proprio dramma grazie a intermezzi umoristici che arricchiscono il racconto.
I due pesci hanno mente, conoscenza e coscienza umanoide, affidando al dialetto gli scambi dialogici con i quali portano avanti le sequenze narrative, e lasciando a una pulita dizione i pensieri più intimi e i loro ragionamenti, tanto da far sembrare la pièce un continuo intreccio di due storie affidate a due coppie diverse di personaggi, creando, specialmente nella prima parte, un alone di confusione nell’interpetazione dei ruoli e malintesi nella comprensione dell’arco narrativo da parte dell’osservatore. Smarrimento dialogico iniziale che si scioglie in toto nelle scene finali dove il significato del testo energe in tutta la sua delicatezza e vivezza di esegesi e pensiero.
I due attori non si muovono in una scenografia marina, hanno solo un baule e una valigetta: il mare è nelle loro parole, nei loro racconti e nei movimenti del loro corpo, è evocato ma non rappresentato, finendo con l’essere un verso e proprio modo di vivere, di essere e di sentire, emozione e non luogo, proprio come Verga lo ha descritto e noi lo percepiamo.
