È l’intima cornice del Teatro Argot Studio di Roma ad accogliere il terzo appuntamento della terza edizione di Green Days – nel tempo che resiste (rassegna under 35 a cura di Dominio Pubblico) con l’emozionante If (sulle possibilità di un incontro), uno spettacolo di e con Gaia Amico e Nicola Lorusso in scena sabato 16 e domenica 17 maggio.
Una rappresentazione che diverge dalla sua idea più “classica” perché i protagonisti sono delle marionette mosse dagli stessi registi, assenti invece i dialoghi sostituiti dalla musica; una scelta difficile, sicuramente azzardata ma che in questo caso si è rivelata vincente: If infatti si è aggiudicato il Premio SCINTILLE 2025 e il Premio Nazionale Giovani Realtà del Teatro. Nel suo estremo minimalismo scenografico ed intimità comunicativa, la drammaturgia si regge con un preciso rigore musicale ed uno schema di sguardi che crea la tensione giusta per tenere viva l’attenzione nei suoi cinquanta minuti. Una parola di apprezzamento anche per le marionette, costruite dalla stessa Gaia Amico, costruite con una dovizia di dettagli.

If così come il titolo stesso suggerisce, si offre a numerose possibili interpretazioni: come ha affermato anche la coppia di registi e attori nell’incontro che ha seguito lo spettacolo, If è uno spazio aperto che invita a “restare”, ad apprezzare e vivere il momento presente e le possibilità che concede. Il punto focale di questo “stare” è una panchina (circondata da fiori bianchi) su cui si svolge tutta l’azione dove, all’inizio dello spettacolo, sono adagiati un bambino marionetta di nome Nino ed una borsa nera su cui campeggia la scritta “If”.
Dal buio della sala, una luce che illumina il bambino permette di scorgere i due manipol-attori (per descriverli con una crasi) che lo animano fino a farlo sembrare un bimbo in carne ed ossa: questo estrae dalla borsa dapprima una locomotiva di un treno poi un fiore bianco che viene simbolicamente “piantato” sul palco, come se fosse un prato verde. La musica che ne accompagna i movimenti è leggera, con il suono di un clarinetto che racchiude la purezza e la leggerezza della tenera età.
Di nuovo il buio che va via via dissolvendosi per illuminare nuovamente quella panchina bianca su cui, adesso, c’è l’anziana signora-marionetta Mirella con un vestito a fiori rossi ed un cardigan giallo: per lei il tema musicale è composto da un clarinetto con degli archi che creano un’atmosfera dolce e delicata ma puntellata da note nostalgiche. Si sporge dalla panchina e coglie un fiore, infilandolo in una delle asole della sua camicetta. Dopo poco sopraggiunge Felice (anche nell’espressione), l’altro personaggio-marionetta che raggiunge la panchina mentre una voce registrata annuncia l’arrivo di treno in transito. Con gesti goffi e un bastone tremolante, si siede con l’estrema fatica che caratterizza gli anziani accanto a Mirella nel silenzio, lo stesso che accompagnerà i minuti successivi in cui i due inizieranno a lanciarsi sguardi fugaci, a tratti inquisitori ma che esprimono curiosità: il pubblico ride ma quel silenzio ha forse il ruolo più importante di tutti ovvero indicare quel tipico silenzio di imbarazzo dei primi appuntamenti. Da qui la narrazione è un continuo scambio di sguardi e gesti goffi che avvicineranno non solo le due marionette, ma i loro stessi “manipolatori” Gaia e Antonio, i quali riescono a scindersi dai loro “alter ego” quando la narrazione lo rende necessario, cambiando continuamente identità e essenza.

I due attori si rivolgono sguardi curiosi, d’intesa, si avvicinano, tentano un timido bacio ma basta un piccolo rumore per riportarli nella realtà. Così come avviene per Mirella ed i suoi discreti approcci con Felice, smorzati da uno sciame di mosche che lei cerca di scansare con movimenti convulsi, quasi rabbiosi, tali da mutare in lievi percosse sul suo corpo, come se volesse ricongiungersi con la sua parte razionale. L’unico gesto che Mirella riuscirà a portare a termine è regalare il fiore bianco a Felice che lui infilerà in una delle asole della sua camicia.
La musica che accompagna tutti questi movimenti – curata da Stefan Röslmair – alterna i due temi principali ovvero uno più delicato e nostalgico e l’altro più allegro, brioso e colorato di Felice che, in un momento della rappresentazione, diventa esso stesso strumento musicale battendosi la mano sulla gamba e grattandosi la testa. Ed è proprio in questo gesto che ha una rivelazione, scoprendo che dietro di lui c’è un’altra persona che ne sta guidando i movimenti; così come scorge c’è una giovane donna che manipola Mirella. Anche lei studia i lineamenti di Antonio e li confronta con i suoi rigidi e spigolosi, segnati dal tempo; gli accarezza il volto, poi fa lo stesso con quello di Gaia e li avvicina sempre di più, fino ad avvicinarli per un bacio che non ci sarà. Qui il concetto di identità viene messo in crisi, c’è una concreta perdita dell’”io” e lo spettatore stesso non sa se ha davanti una proiezione anziana dei due giovani o quattro personaggi diversi.
Nel pieno di questo valzer di sguardi e corteggiamenti a chiasmo, si sente nuovamente la voce registrata della stazione che annuncia l’arrivo del treno: una nube avvolge all’improvviso la panchina e i due personaggi sembrano volare, sospesi nell’aria leggera e trasportati altrove. Cala il buio e, quando torna la luce sul palco, Mirella non c’è più: è rimasto solo il fiore tra le mani di Felice e un’espressione triste sul suo volto. Nel chiedersi cosa ne sia stato della sua compagna, torna in scena anche Nino con il suo tema musicale, tendendo la mano all’anziano per prendergli – anche con fare dispettoso – il fiore che custodiva come un cimelio tra le sue mani; l’unico ricordo che gli è rimasto di quella donna che ha amato per un brevissimo tempo della sua vita.

If (sulle possibilità di un incontro) lascia con numerose incognite e possibili interpretazioni: non sapremo infatti se i veri Felice e Mirella sono i due giovani attori che immaginano il loro futuro, se non compiono alcune scelte, o se sono i due anziani che ricordano il loro passato. L’interpretazione, dal lato di chi vi scrive, vede If come il racconto di una vita dagli occhi stanchi di due anziani che aspettano l’ultimo momento della loro esistenza, rappresentato da un fiore. Mirella, è la vittima designata perché colei che lo coglie, Nino un tristo mietitore pronto ad accogliere la sua anima ma altrettanto pronto a strappare quel fiore dalle mani di Felice perché non è ancora arrivata la sua ora.
Forse, ciò che è più giusto affermare è che questo spettacolo invita davvero a stare nel presente, a cogliere quelle piccole sfaccettature che la vita ci offre da un invito o un incontro inaspettato fino a una scelta fatta istintivamente. Invita a fare quel passo azzardato che tanto si teme e a non precludersi nessuna delle possibilità che l’istante può offrire.
Nell’infinito mondo delle possibilità, l’unica risposta possibile è agire nel presente.
