Stand-up comedy: la rivoluzione culturale del “politicamente scorretto”

Giorgio Montanini al Teatro Miela - Opening Act Francesco Capodaglio © Fabrizio Caperchi Photography / La Nouvelle Vague Magazine

Dal locale a Netflix: la Stand-up comedy sta arginando
tutti i canoni della vecchia e bigotta comicità italiana

Testo Giuseppe Maisto

In Italia, la comicità ha — finalmente — intrapreso il proprio cammino verso un cambio generazionale, che ha più il sapore di una “rivoluzione” che non di un mero passaggio di consegne ad una scena più giovane. Una rivoluzione che ha un nome ed una struttura ben precisa: stand-up comedy. Solo oggi questa forma di comicità, tipicamente anglosassone, sta cominciando ad attecchire nel Belpaese grazie all’ottimo lavoro “divulgativo” di canali come Comedy Central e grazie agli speciali di Netflix che, recentemente, sta cominciando ad investire su comici non anglofoni. È il caso di Edoardo Ferrario, Francesco De Carlo e Saverio Raimondo che fanno parte della New Age di comici italiani (insieme a stand-up comedians come Giorgio Montanini e Filippo Giardina, i primi che hanno coltivato il sogno di portare in Italia un “nuovo” modo di fare comicità) e che hanno visto i propri spettacoli inseriti sulla piattaforma streaming, più famosa al mondo.

Ma perché è così difficile fare stand-up in Italia? Come scrive Stefano Vizio perché «non è facile spiegare che cosa sia, “la stand up comedy”, e in che senso Ferrario, De Carlo e Raimondo facciano una cosa diversa da quella che fa da un paio di decenni Enrico Brignano, per fare un esempio, con successi imparagonabili. O da quella che facevano prima di lui Beppe Grillo, Roberto Benigni, Teo Teocoli e quasi tutti i più grandi e famosi comici italiani». C’è, dunque, un problema culturale di fondo, strettamente legato all’antropologia del fruitore italiano medio abituato ad una comicità edulcorata, che “simpatizza” col pubblico senza mai “responsabilizzarlo” — e soprattutto senza mai correre il rischio di destabilizzarlo! — . Una comicità che si basa su modelli d’intrattenimento empatici che difficilmente trovano in disaccordo lo spettatore, il quale assiste, inerme e passivo, alle magistrali doti imitative e performative del grande mattatore di turno. Una comicità spesso assoggettata alle esigenze televisive (e ai pregiudizi teatrali) che ammettono al massimo personaggi macchiettistici e non un comico che porta sul palco i vizi e le contraddizioni del
suo pubblico senza alcun filtro dato dalla quarta parete.

Ma ora che i classici canali di fruizione stanno spartendo la loro esistenza con le piattaforme streaming (e con il web, soprattutto) ecco che l’arguzia satirica ed irriverente della stand-up trova terreno fertile. Questo per due motivi: il primo, è che sul web o su piattaforme come Netflix si stanno praticamente riformulando da capo gli schemi dell’intrattenimento disincastrandoli da quella patina di arcaicità e perbenismo; il secondo, è che questi canali di fruizioni si rivolgono principalmente ad un pubblico giovane. Un “nuovo” pubblico perfettamente abituato all’irriverenza del linguaggio di uno stand-up comedian, interessato ad una forma di comicità che si caratterizza nell’estremizzare, decostruire, esasperare una certa problematicità sociale, partendo dal “grado zero” della comicità: un microfono, uno sgabello e un essere umano che utilizza la propria vita — e quella degli altri — come immagine dell’inquietudine che si vuole portare in scena.

Il tanto bistrattato politicamente scorretto fatto di temi “scomodi”, efferato cinismo e black humor è una modalità stilistica propria della stand-up comedy, votata a procurare una diversa modalità di catarsi nello spettatore: non più empatica ma straniante e per questo fisiologicamente più critica, più responsabile. Non serve che qualcuno spieghi al pubblico di stand-up comedy che quel linguaggio sfacciato, circoscritto nei “pezzi” comici, non sia rivolto ad offendere; semmai, quel linguaggio è orientato a destabilizzare l’uditore, affinché la sua risata sia il pretesto di un ragionamento critico e non solo un gioco goliardico. Ed è proprio in questo che consiste la rivoluzione della stand-up comedy! «Ormai la rivoluzione culturale dello stand up comedy è iniziata. I diciottenni o ventenni che vengono ai miei spettacoli o che mi invitano nelle assemblee d’istituto in tutta Italia non sanno cos’era Zelig o il Bagaglino. Conoscono me e Louis C.K., non hanno idea di chi sia Brignano o Crozza». Commenta così, in un’intervista per La Stampa, Giorgio Montanini, l’uomo che per primo è riuscito a dare un assaggio della vera stand-up comedy alla televisione pubblica, riportandocene la sua drammatica testimonianza: «La comicità è la forma più anti-televisiva di tutte, non ha una quarta parete. Ogni spettacolo è fatto qui e ora, c’è un rapporto diretto tra il comico e il pubblico, il calore del live serve
per coinvolgere la risata. Se registri un live con il pubblico dal vivo, è tanto attore quanto me perché deve creare l’atmosfera. È come se avessero messo a un concerto di Bollani il pubblico della Prova del Cuoco o a un live di Vasco Rossi i fan di Nilla Pizzi».

In un sistema televisivo caratterizzato principalmente da un’audience attempato, abituato ad una comicità prettamente cabarettistica e reazionaria, si fa fatica ad immaginare uno spazio per la stand-up. Ma se l’industria televisiva comprendesse l’importanza di progettare un piano di rinnovamento dei propri contenuti di intrattenimento allora non potrebbe che rivolgersi a questa nuova generazione di comici e alla “forma zero” di comicità che questi rappresentano. Decontestualizzare un pezzo di stand-up comedy dal piccolo e intimo locale “open mic” in una grande sala di teatro o in uno studio televisivo non significa solo immettere nuova linfa nei condotti dell’audience di programmi televisivi. Significa dare visibilità ad una forma di comicità più complessa, in grado di sistematizzare una dialettica tra spettatore e società, politica, umanità. Significa responsabilizzare il giovane pubblico sul valore dell’utilizzo di un determinato linguaggio, e di come questo cambi a seconda che sia usato su di un palco, con un microfono e uno sgabello o tra i commenti di una foto su Instagram.

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