Marianna Carolina Sale: immagini senza contorni

Un’artista magnetica, metamorfica. In questa piacevole conversazione,
ci apre la sua anima: «Ho tanti occhi sul mondo, e con le immagini
sostituisco le parole dove queste non arrivano».

Testo Paolo Maragoni

Facciamo che adesso vi racconto una storia? Non di fantasia, un fatto reale capitato a me. Tempo fa, era sera, non ricordo di preciso, giravo sui social alla ricerca di vite. Sì, cercavo gente interessante da intervistare per una serie di podcast. Qualcuno che potesse aiutarmi a lanciare un nuovo format, un “NonPodcast”, così l’ho definito. Perciò, parlo con quello, scrivo a quell’altro, penso questa è più intrigante, forse l’altra ha più valore, o magari no, vediamo. Insomma, tra messaggi, e-mail varie, e parecchi appunti, i minuti corrono e negli occhi resta un’immagine.
Una foto. Un viso di donna, ritratto in bianco e nero, occhi grandi, naso greco, bocca perfetta, e sulla guancia un disegno che sa di mutabilità. La visione m’imprigiona, o meglio, mi racconta: si rivela senza vocaboli. Allora, cerco altre foto nello stesso account, e trovo ricchezza. Mi soffermo su un video, anch’esso in bianco e nero, quindici secondi: una donna, o la sua anima, pizzica le corde di un violino mentre l’acqua del mare le vibra sulle ginocchia. E insisto. Trovo mani, corpi, segni, e stracci. E, ancora, alibi, verità, onde, colori, e suoni. Gente, domande, risposte.
Andare, restare, tornare. Qualche giorno dopo, sono rientrato in quelle stanze, su quelle terre, tra quelle onde, perché come dice Paoletti: «La vita è magnetismo. Non devi né spingere, né tirare. Devi attrarre». Avevo scoperto la calamita di Marianna Carolina Sale: la ‘NonFotografa”.

Ciao Marianna, sono felice di aver incontrato la tua arte, e ti ringrazio per la disponibilità. Racconta, ai lettori di Banquo, chi sei e come nasce il tuo percorso artistico. Il mio percorso parte da lontano. Da bambina osservavo mio padre nella piccola e umida cantina di casa, tra le botti di vino, dove sfogava tutta la sua creatività. Lui, da autodidatta, dipingeva, disegnava, faceva sculture. Gli piaceva scrivere testi teatrali, o per la pubblicità, creava opere d’arte in pelle. Ero rapita dalla sua bravura, e delusa dalla mia incapacità di imitarlo. Non riuscivo a disegnare e non capivo perché, tant’è che a scuola studiavo Storia dell’arte, mentre i miei compagni usavano fogli e matita. Mi restava più semplice studiare il libro che disegnare. Una forma di rifiuto inconscia, credo. Questo approccio ha sviluppato la mia forte curiosità, la voglia di ricerca approfondita, di sapere. Sentivo l’urgenza di osservare gli adulti anziché i miei coetanei. L’incontro con la fotografia, però, è stato casuale. In casa abbiamo sempre avuto macchine fotografiche, antiche e moderne, e tutti le usavamo. La cosa che mi attraeva non era l’attrezzo tecnico, ma il risultato. Adoravo seguire lo sviluppo, la stampa, riempire gli album, e vedere la storia che scaturiva: la famiglia, i volti, i paesaggi di ogni singolo album. Quindi, la macchina fotografica ha accompagnato la mia vita, ma la curiosità era rivolta a ciò che produceva, non allo strumento. Poi, mio padre smise di creare, di dipingere, e questo è coinciso con la mia adolescenza. Di riflesso, io non ho voluto più essere fotografata, un rifiuto totale in ogni occasione. Per i miei 18 anni, mi regalarono una piccola macchina digitale, e con questa iniziai a farmi delle foto, quelli
che oggi definiamo selfie, e guardando la mia immagine ho risvegliato la curiosità per me stessa e, di conseguenza, per gli altri. In quel periodo scrivevo, comunicavo i miei pensieri attraverso la scrittura, ma trovavo la cosa banale. Desideravo comunicare in maniera più criptica, lasciando spazio all’immaginazione, a storie col finale aperto. Così ho iniziato a fare autoritratti, autoscatti introspettivi, chiedendo consigli a fotografi esperti. Condividevo le mie foto su Flickr, un sito per fotografi, quando i social ancora non erano il veicolo che sono oggi. Ho creato una rete di amicizie, anche con professionisti importanti, con cui facevamo esperienze di fotografia di gruppo, una sorta di salotti artistici
per scambi di idee. E da lì è partita la mia avventura. Quando ho iniziato a fare sul serio, il mio teatro è stata la strada. Cercavo ritratti, visi di donne, e li fotografavo da vicino. Volevo soggetti interessanti per me, per comunicare attraverso le loro espressioni i miei stati d’animo. Ricercavo volti tormentati, pensierosi, ai quali mi avvicinavo tanto per catturare la minima sfumatura. Le prime foto le ho scattate con una macchina digita le compatta, ma non reflex, e da autodidatta come ero quello che creavo lo sperimentavo. Mi è sempre piaciuto impaginare i miei album, il primo portfolio lo portavo sempre con me, ovunque, e lo mostravo a chiunque per far vedere cosa facevo. Insomma, ero la pierre di me stessa.

Leggo sul tuo profilo: «Fotografo persone. Il rapporto tra fotografo e soggetto è più importante del ritratto». Cosa significa? Che prima di accettare un lavoro devi entrare in simbiosi con il soggetto? Quindi, ti prendi del tempo? Partiamo dal fatto che solitamente mi piace fare una foto insieme al soggetto che dovrò fotografare. Sia come ricordo, che per una questione di vicinanza. Per questo motivo, il mio lavoro è sempre stato legato al tempo. Mi occorre per avvicinarmi alla persona, stabilire un contatto. Ho un mio stile, palesato chiaramente nelle proposte di lavoro: se il soggetto, o cliente, accetta la mia filosofia, significa che ha voglia di mettersi in gioco, e quindi di giocare con me. Cerca me, non qualcuno che lo fotografi.

Ti definisci un’artista in continua metamorfosi. Ti adatti a cosa? Ai tempi, alla vita, al tuo io?
Diciamo che la mia è una metamorfosi dal doppio volto. Dal punto di vista personale, come essere umano intendo, e come artista. Penso che cambiare sia la base per una vita sana. Saper porsi obiettivi, evolvere, e avere ben chiaro il significato di metamorfosi. Cambiare non significa non essere focalizzati su ciò che stiamo facendo, bensì ricercare, studiare strade nuove, magari sperimentali, per affrontare nuovi percorsi, perché la vita cambia di continuo, la società muta, e con essa i clienti. Con loro sono un camaleonte, resto fedele ai miei valori, ma vesto i panni del committente cercando di creare un’esperienza su misura per lui. Qualcosa che potranno conservare nel tempo, non solo una foto
stampata, ma il percorso per arrivare a stamparla.

Fellini considerava la fotografia come una scrittura per mezzo della luce. «Il cinema è immagine e la luce è il fattore fondamentale. La luce è ideologia, sentimento, colore, tono, profondità, racconto. Fa miracoli». Ti chiedo: la luce è quella interiore o solo quella del mondo esterno?
Quella interiore è bene tenerla sempre accesa, viva, preservarla per i momenti di luce e per quelli di buio. E con i miei problemi di salute, che mi condizionano la vita da quando sono nata, posso essere un faro al riguardo. La luce esteriore, prodotta dai fenomeni atmosferici, invece è da studiare, necessariamente. Nessuno può considerarsi fotografo senza conoscere la mutabilità degli agenti atmosferici. Nel corso degli anni ho imparato a usare la luce, i momenti, le ombre. Questo studio favorisce l’adattamento agli imprevisti, per cui una storia che pensavo di
raccontare col sole, mi ritrovo a narrarla con le nuvole, o con la pioggia, ma sempre con la consapevolezza della luce che ho a disposizione. Anche questo fa parte della metamorfosi.

Come scegli i tuoi progetti? Il progetto fotografico nasce dall’idea, dalla mente. L’ispirazione viene dalla vita, dagli esseri umani, dal mondo. La realizzazione, invece, cambia in corso d’opera, e questo mi rende il gioco piacevole. L’intoppo, l’imprevisto, non sono vocaboli che mi fanno paura, semmai il contrario.

Quindi, l’affermazione di Giovanni Gastel: «Dietro una cosa c’è sempre un’altra cosa», rientra nel non temere l’imprevisto? È questo l’effetto metamorfico che cerchi nei tuoi scatti?
Certo, è così. Per me tutto ciò che è imprevedibile diventa affascinante. Gli esseri umani sono imprevedibili, hanno bisogni, tempi, e reazioni diverse. Un servizio fotografico richiede un dispendio di energie non banale, intenso, e per far sì che l’esperienza sia piacevole c’è bisogno che l’energia fluisca: dare e ricevere.

Se guardo i tuoi scatti, vedo giochi di luce, vedo il mare, volti, nudi di donna, vedo natura, e libertà. Quanta malinconia c’è dietro le tue opere? O sono fuori strada?
La malinconia è sempre stata presente, come un’amica. Non l’associo alla tristezza, o alla negatività. Ha un sapore dolce, di poesia, di bellezza. Quando arriva la malinconia che tende al buio, mi faccio un regalo: una passeggiata, la visione di un film, un cibo particolare, un bel libro. Lascio che faccia il suo lavoro, la accolgo, senza lasciarmi sopraffare. Ho costruito la mia forza interiore nel tempo, come un albero da accudire e far crescere.

Nell’opera “Finzioni” di Jorge Luis Borges, l’autore ci chiede: «La vita umana è un sogno o la creazione da parte di un altro essere?» Io ti chiedo: le tue foto cercano i sogni o fissano la realtà delle persone?
Bellissima domanda, che merita un preambolo. Io ho una grande curiosità, come ti ho detto. All’inizio la nascondevo
perché sentivo dire che le persone curiose sono fastidiose, oggi posso dire che sono felice di essere curiosa. È vitale per me, è una spinta forte, mi ha portato nella vita il desiderio di fare tante cose, di provare. E il fatto che io fotografi molte persone, e ognuna di esse è unica e fa cose diverse da tutti gli altri, mi permette di fare domande, di appassionarmi alla loro vita, ai loro mestieri. È come se vivessi la storia dei miei clienti.

Una sorta di Danny Boodman T.D. Lemon Novecento?
Esatto, bravo, è proprio il paragone giusto. Sono attratta dagli esseri umani, ho viaggiato in quattro continenti, e il rispetto per le persone mi porta quasi a vivere la loro vita instaurando un rapporto di conoscenza e fiducia reciproca. Inoltre, il fatto di muovermi e viaggiare sempre con mezzi di trasporto pubblico, perché io non guido automobili, mi aiuta a conoscere sempre più gente. E nel tempo, queste conoscenze sono diventate amicizie, progetti di lavoro, compagni di avventura. Tutto questo è energia, attrazione, conoscenza. È vita! Quindi, sì, le mie foto fissano
la realtà delle persone mentre inseguono i propri sogni.

Festeggi i tuoi primi 15 anni da professionista. Non ti piace definirti fotografa. Potrebbe sembrare incoerente, invece sembri ben focalizzata. Segui la strada, e lasci scorrere i contorni?
Io mi sento più vicina al concetto di artista che a quello di fotografo. L’artista è un mestiere, non un merito, non un sogno, è una professione. La fotografia è un settore dell’arte. Io faccio tante cose per arrivare a creare una foto, partendo dalla ricerca, l’idea, il progetto. Lo studio del soggetto, la simbiosi, e la fusione con esso. Per questo non amo definirmi fotografa. Sento che il mio tempo valga più di questo vocabolo. Ho investito la mia vita sull’arte, ho deciso di stare nel mondo per l’arte, e raccontare con le immagini le storie di chi abita il mondo non significa soltanto fotografare.

Io odio essere fotografato, come odio riascoltare la mia voce registrata. Come mi aiuteresti ad accettare i tuoi scatti? Non è un problema soltanto tuo, anzi. Quando le conosci, le cose la affronti in modo diverso. La voce, per esempio, se non ti piace, puoi lavorarci per modificarla. Allo stesso modo, se pensi di non uscire bene in foto, puoi lavorarci su e apparire un figo stratosferico. Questo può accadere solo avendo la consapevolezza di ciò che stai facendo. Probabilmente, tu non hai mai avuto un’esperienza con un professionista che ti chiede di raccontargli chi sei, prima di dargli la possibilità di farti una foto. Vedrai che la cosa cambia del tutto: viso, espressioni, emozioni. Chi concede
a un altro il privilegio di conoscere la propria vita, figurati se non si predispone con rilassatezza davanti la sua macchina fotografica. Io ringrazio tutte le persone che ho fotografato, che mi hanno dato l’opportunità di vedere il mondo con i loro occhi. Perché è questo che è successo: io non ho solo due occhi, ma tantissimi occhi sul mondo con i quali osservo da svariate prospettive.

Ti rivelo una cosa: adoro i tuoi scatti in bianco e nero, ancor di più i tuoi video in bianco e nero. Per me, sono come leggere un testo. Cosa ti ispira in queste occasioni? Sono i soggetti che mi ispirano. Sono loro che raccontando le proprie storie, le proprie vite, e ciò che desiderano comunicare, alimentano la mia immaginazione. A quel punto il gioco è fatto. Solitamente, i video sono una parentesi, un documentario, rappresentano la realtà di quel momento. Poi, arrivano gli scatti che rappresentano l’espressione della mia arte, la mia chiave di lettura, l’interpretazione della realtà che mi ispira ogni individuo.

Ti piace il cinema? Ti cimenteresti nella regia di un cortometraggio? Mi piacerebbe tantissimo, ci penso spesso. Vorrei entrare nel mondo del cinema, curare la regia, anche recitare. Inizierò un corso di recitazione perché sento il bisogno di aver maggiore consapevolezza del mio corpo, delle mie espressioni. Amo essere fotografata, ed essere fotografata dalle persone che fotografo. Uno dei miei primi progetti richiedeva a degli sconosciuti di fotografarmi, poi chiedevo loro di poterli fotografare. Un’esperienza bellissima che vorrei replicare quanto prima.

Hai un lavoro realizzato al quale ti senti, particolarmente, legata? E uno nel tuo cuore che vorresti realizzare? Non ci sono progetti a cui tengo più di altri, sono tutti importanti allo stesso modo, proprio per le cose che ti ho raccontato finora. Naturalmente, ci sono lavori che hanno segnato una svolta nella mia crescita, e quello realizzato in Spagna con l’artista Claudia Sanguillo è uno di questi: si trattava di fotografare donne nude. Curando anche la direzione artistica del progetto ho capito di avere la vocazione per le foto di nudo. Non si tratta di erotismo o giochi sessuali, ma semplicemente di una questione di libertà. La libertà di un essere umano, che nasce nudo, puro e
vero. Allo stesso modo, non ho un sogno nel cassetto. Credo che il tempo porti con sé le cose giuste da realizzare, e anche questo aspetto è legato, per certi versi, alla metamorfosi.

Fotografi stanze vuote, poi le stesse le riempi con persone. Cosa desideri che il pubblico ci legga? Nelle storie che racconto, mi piace mostrare i luoghi che lo riguardano. Il progetto a cui ti riferisci parla del lockdown, di una persona chiusa in casa, e la stanza vuota è parte del contesto. Uno spazio che in origine era una camera da letto, durante la pandemia si trasforma in ambiente di lavoro. Quindi, gli spazi statici possono cambiare ruolo, sempre a proposito di metamorfosi, e divenire dinamici. Una stanza vuota è sterile, riempita di presenze prende vita, cambia luce e aspetto. Il messaggio è questo, poi ognuno ci legge ciò che sente.

Grazie Carolina, per averci aperto le porte del tuo splendido mondo. Ci hai donato una parte di te, intima e vera, e questo è un privilegio per me. La prima volta che abbiamo parlato, mi ha colpito una tua frase: «Mi piace mettere da parte la tecnica, e l’attrezzatura, per dedicarmi al soggetto». Ora, ho capito cosa intendevi. È un po’ come tradurre i concetti di Gastel e di Fiorito. Il primo affermava: «La fotografia è nata con il digitale. La tecnica devi conoscerla talmente bene da doverla dimenticare. Così i fotografi troveranno la loro unicità». Gianni Fiorito, che segue spesso i dietro le quinte di Paolo Sorrentino, confessa: «La mia fotografia tenta di vedere oltre, di mettere in atto la perenne lotta tra la narrazione che scorre e l’interruzione del tempo. Poi, c’è l’empatia tra i soggetti e il loro rapportarsi con persone e oggetti».
Bene, nelle tue parole ritroviamo in pieno entrambe le filosofie, una particolare ricchezza di valore che va al di là della professione e della semplice produzione di scatti fotografici. Sei una perla di rara bellezza, non vedo l’ora di raccontarti la mia storia.

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