Vi giuro che non sto seguendo l’ordine decrescente della classifica finale nel provare a portare a termine il mio progetto di scrivere un pensiero più o meno articolato su ciascuno dei libri che lo scorso 4 luglio si sono contesi Il Premio Strega in quel di Roma e precisamente dentro gli spazi di Villa Giulia e che, quindi, il fatto che io mi appresti, dopo aver esordito ormai due settimane fa, all’indomani della proclamazione del vincitore, proprio con un pensiero sul trionfatore “L’età Fragile” di Donatella Di Pietrantonio, a tentare una condivisione di un mio pensiero sul secondo classificato, e ossia quell’ “Invernale” di Dario Voltolini, è puramente casuale.
Ed è puramente casuale perché il libro che si è aggiudicato il prestigioso premio e poche righe fa già citato, è stato immediato oggetto di mia banale riflessione solo perché era uno di quelli dei quali nel corso delle mie incursioni letterarie invernali avevo già completato e digerito la lettura, mentre quest’ultimo di Voltolini, edito da La nave di Teseo, ha dovuto avere la precedenza sui molti altri “raccoglitori di parole” in non febbrile attesa su alcuni dei mobili della mia stanza da letto per dei biechi motivi di limiti temporali collegati al più che legittimo e sacrosanto sistema di prestiti con il quale l’organizzazione delle Biblioteche di Roma permette a migliaia di utenti di coltivare la propria passione per la lettura senza, per forza, ogni volta dover fare investimenti che, sommati tra di loro, potrebbero pesare un po’ sui propri bilanci.
E insomma, siamo arrivati fin qui e siamo arrivati a diffondere – del tutto casualmente, ricordiamolo – la seconda riflessione su uno dei libri della sestina finale del “premio alcolico” più famoso d’Italia e che, sempre senza premeditazione, da secondo classificato, segue la prima impressione dedicata al vincitore.
“Invernale” di Dario Voltolini è, secondo me, un buon libro e, in un’ipotetica competizione a due, se io avessi avuto diritto di voto nella competizione, il mio voto sarebbe andato a quest’ultimo piuttosto che a quell’altro (quell’altro di cui non ribadisco il titolo per evitare ripetizioni).
“Invernale” è un libro la cui lettura mi è risultata complicata per via di una scrittura che ritengo viaggi ad un’altezza al momento impervia per un lettore non propriamente dotato quale io ritengo di essere.
Voltolini mi sembra una scrittore dotato, di lessico, più che forbito o ricercato, elevato, la cui qualità di pensiero rende la storia raccontata – quella di un padre (che poi sarebbe il padre delle stesso Voltolini) che inizia il proprio viaggio dentro e attraverso una malattia – allo stesso tempo eterea, al limite dell’ineffabile, e concretamente tragica, alternando la materialità della carne da banco che il genitore macellaio lavora e vende al banco di un mercato della bella città di Torino all’aria rarefatta di costruzioni linguistiche la cui completa ed efficace fruizione sembra sempre rimandata ad una seconda/terza lettura.
Ripeto: sensazione assolutamente personale di un lettore come me che ritiene di essere poco più che sufficiente nelle conoscenza della lingua italiana e che fatica a trovare scorrevolezza tra vocaboli a lui sconosciuti – “andito”, “verzura”, “insufflate” e parecchi altri che adesso non mi sovvengono e che dovrei ri acchiappare con un’apposita nuova consultazione del “testo” – e una voce narrante che mischia magistralmente – poco da aggiungere, MAGISTRALMENTE – il punto di vista del figlio con il report, ovviamente mediato e rielaborato, delle condizioni psicofisiche dell’uomo – sempre il padre di cui sopra – che vive un percorso di cure e riadattamenti quotidiani, senza apparenti speranze e senza apparenti scoramenti, in una linea narrativa che né accelera né rallenta, ma che, altresì, fa di un ritmo bonario, medio, un punto di forza ineludibile, contribuendo essa ad una cheta riflessione sull’esistenza che non ha pretese di spiegazioni o rivelazioni, ma solo di insopportabili annotazioni.
Annotazioni che risultano appunto insostenibili non per la loro natura tragica a prescindere quanto invece per quella normalità mortifera che ci avvolge e non offre mai appigli che ci consentano di riconoscerla in tutta la sua beffarda drammaticità.
A me sembra che Voltolini, nella sua estrema perizia di scrittore per me irraggiungibile, faccia questo e a me sembra che il suo “Invernale” faccia questo e ossia che esista per raccontarci l’enormità della sofferenza che la vita può propinarci e che ci propina non cedendo mai al gusto dell’effetto scenico fine a se stesso, ma, fotografando senza orpelli emotivi la cosa più terribile che esiste: la realtà.
Buona lettura.
