Turandot-Hikikomori: il gelo (digitale) che dà foco

19 Luglio 2024

di Emiliano Metalli

Per i 100 anni dalla morte di Giacomo Puccini il Teatro dell’Opera di Roma propone un originale dittico che impiega lo stesso meraviglioso allestimento scenico, realizzato da Massimiliano e Doriana Fuksas, e il medesimo creative team capitanato da Francesco Micheli: Tosca e Turandot, l’opera “romana” per eccellenza e l’ultima creazione del maestro di Lucca, condividono uno spazio scenico e creativo che è contemporaneità della performance e spettacolo tradizionale al tempo stesso, con le braccia sempre più tese verso un pubblico giovane e desideroso di novità.

In questa Turandot la vicenda è ambientata in una realtà digitale, straniante e a tratti inquietante, ma fantasiosa e senza dubbio vicina all’immaginario delle ultime generazioni: immaginario più virtuale che materico, proprio come si presenta questo allestimento.

L’alter ego della principessa – o forse la sua vera essenza umana – è una giovane performer costantemente presente sulla scena come animatrice digitale di una realtà multidimensionale che si proietta fin sulle rovine delle Terme e dà vita alla vicenda. Ha le sembianze di una giovane orientale, secondo uno stile e una moda oggi assai diffusa. Dalla prima scena si intuisce il suo distacco dal mondo. È probabilmente una Hikikomori: una adolescente che decide di isolarsi dalla vita sociale per lunghi periodi di tempo. Un parallelismo ardito, ma molto calzante fra la dimensione poetica della principessa Turandot e il suo corrispettivo attuale fra i più giovani, che scelgono spesso l’isolamento emotivo di fronte alla complessità della società attuale. Probabilmente Adami, Simoni e lo stesso Puccini non potevano immaginare questa declinazione della “loro” Turandot, ma “l’arte nel suo mistero le diverse bellezze insiem confonde” e per questo la lettura di Micheli è davvero centrata.

Ponte drammaturgico fra realtà e scena è il personaggio di Altoum, “padre” in entrambe le dimensioni, che apre e chiude la vicenda palesando così questa corrispondenza fra le due Turandot.

Delimitata dalla morte di Liù per esigenze drammaturgiche evidenti – il gran finale con il duetto d’amore infatti non avrebbe avuto alcun senso in questa interpretazione – la vicenda rielaborata da Alberto Mattioli si concentra sulle singolarità, escludendo tutto ciò che possa creare distrazione da esse.

In questa solitudine esistenziale esaltata dalla neutralità del bianco della struttura scenografica che può ricordare una “superficie di Riemann”, si manifestano i multiversi cromatici dei video creati da Luca Scarzella, Michele Innocenti e Matteo Castiglioni che citano Matrix o le serie tv orientali, strizzano l’occhio agli effetti speciali di Game of Thrones o dislocano schermate da videochat gaming sulle pareti delle Terme di Caracalla, in alternanza alla tenue dolcezza degli effetti luminosi di Alessandro Carletti ora geometricamente delimitanti ora dolcemente avvolgenti, come nel caso del favoloso rosa-orchidea di Liù.

Il cromatismo e l’elemento peculiare di ogni singolarità caratteriale si ritrovano anche negli eleganti costumi di Giada Masi che sceglie di ricoprire di materiali e colori differenti i personaggi a seconda delle caratteristiche intrinseche, proprio come in un gioco di ruolo on line. Così Liù veste un abito bianco-rosa che cita la tradizione dei Kimono, mentre Ping, Pang e Pong sembrano usciti da un videogioco degli anni ’80, Calaf è rigidamente ricoperto di specchi – narcisista per eccellenza egli vede solo se stesso e la sua vittoria – a differenza di Altoum che alterna panneggi tradizionali ad abiti quotidiani, proprio per la sua funzione precedentemente individuata. Scintillante l’abito-gabbia di Turandot che, a differenza della sua omonima adolescente, è rigidamente inserita in una cascata di gemme trasparenti e luccicanti, di un materiale diverso da quello utilizzato per Calaf, perché la complessità del mondo femminile non permette una lettura così lineare e dicotomica. Il bianco che appartiene a tutte le donne in scena – dal coro delle giovani alle due Turandot – altro non sembra che una delle possibilità di “scrivere” il proprio destino, diversamente da come la società vorrebbe immaginarlo, ma anche la profonda appartenenza all’elemento scenografico: Turandot, e la sua femminilità, dunque, come generatrice della realtà che la circonda.

In questa apoteosi di singoli, l’assenza più evidente sulla scena è quella del coro, focus musicale di tutta la prima parte dell’opera. Tuttavia questa mancanza – forse da rimpiangere sul versante sonoro – è funzionale nell’esaltare ancor più il ruolo del personaggio che “gioca”, appunto, individualmente.

In quest’ottica, allora, persino l’interazione fisica è limitata e il “tocco” è spesso più simbolico che reale, come lasciano intuire alcune posizioni delle mani, delle braccia e le attitudini di rigidità anche in momenti carichi di pathos, come la morte di Liù, trafitta dai gigli e non dal pugnale, ma immobile come un S. Sebastiano.

Molte perplessità correvano in platea, eppure l’impressione è che questa idea di Francesco Micheli e del suo team, pur nei suoi estremi esiti, riesca a cogliere il senso più profondo e, forse, più attuale di questa composizione ormai centenaria, figlia di un secolo che ha visto tanti cambiamenti in tempi brevissimi e, per questo, oggi tanto più distante.

La distanza maggiore dalla tradizione è toccata, però, alla direzione musicale. Donato Renzetti ha scelto di limitare il pathos pucciniano sciogliendolo in una interpretazione più piana, lineare e intima, in cui – forse accordandosi con la visione registica – dare risalto agli interventi dei singoli strumenti più che all’idea massiccia di un’orchestra voluminosa e densa. Ha favorito una dinamica meno spigolosa che all’impennata emotiva preferisce una cameristica dimensione delle arie, in particolare quelle di Liù. Non è un difetto di per sé, ma mette in secondo piano l’emotività di alcuni passaggi tradizionalmente più accesi, come gli inteventi di Turandot o alcuni brani corali. Ha il pregio però di sottolineare, meglio di altre versioni, quegli interventi orchestrali che Puccini sembra aver mutuato direttamente dalla lezione straussiana, come nella suggestiva invocazione alla luna. Il dinamismo riaffiora soltanto nei ritmici e difficili incisi di Ping, Pang e Pong, ma non ha la stessa funzione emotiva che ci si aspetta dal registro acuto della principessa, “altezze” drammaturgiche oltreché drammatiche in cui il compositore condensa il terrore e la disperazione di questa giovane donna.

Turandot è Angela Meade che affronta la parte con professionalità, ma senza eccellenze. A parte la staticità dell’azione che la favorisce ancor più che nell’Ernani del 2022, la vocalità è qui meno in linea con le esigenze del ruolo o, almeno, con la sua tradizione esecutiva. Il registro lirico, che pure è molto bello, non raggiunge l’estasi attesa nelle dinamiche più dolci, mentre il fraseggio pur sicuro e preciso non possiede la necessaria imperiosità e la sfacciata potenza che Turandot dovrebbe dimostrare. Certo è che, come ribadito ogni anno, le esigenze di amplificazione degli spazi aperti possono falsare la realtà acustica. Nel complesso, però, la sua Turandot non è entusiasmante.


Al contrario Maria Grazia Schiavo riesce a ritagliarsi uno spazio musicale, scenico e cromatico in perfetto equilibrio, in particolare nelle tre arie di Liù. Si avvale di una gestualità affine alle esigenze registiche, ma fatta propria e umanizzata dall’interno, e pur modulando il personaggio nel solco della dolcezza e del lirismo più puro, evita tradizionalismi vetusti: i suoi filati illuminano la fragilità della giovane schiava, ma ne contengono la forza d’animo dell’estremo sacrificio.

Magnifico e rilucente come il suo abito è, poi, Luciano Ganci che, pur al debutto nel ruolo, ha già accenti e sonorità maturi e ammirevoli. Se sembra risultare un po’ rigido in qualche passaggio, come pure nella postura scenica probabilmente dovuta alle indicazioni registiche, la generosità del timbro, lo scatto all’acuto, la pienezza degli armonici, la dolcezza di certe frasi e la vibrante intensità della parola lo rendono un Calaf moderno e perfetto.

Difficile separare la performance del trio di ministri Ping (Haris Andrianos), Pong (Marcello Nardis) e Pang (Marco Miglietta) che complessivamente è molto buona: la scena e il costume li mettono in grande difficoltà, considerando l’impegno della partitura, ma nonostante questi limiti i tre riescono a stare correttamente al passo sia con l’azione sia con la musica. Unica pecca è la mancanza di un timbro un poco più brunito per il personaggio di Ping, per contrastare la pungolosità delle voci tenorili degli altri due che, invece, spiccano con le note acute nei pezzi d’assieme, incisivi come accento musicale e attitudine scenica.

Buono il Timur di Alessio Cacciamani, ancora non sufficientemente maturo per rendere appieno la drammaticità di quella vecchiaia, che è invece individuabile, in un grado di consapevolezza e saggezza maggiore, nella gestualità e nel fraseggio dell’Altoum di Piero Giuliacci, tenerissimo padre più che imperatore. Promettente è infine il Mandarino di Mattia Rossi.

Turandot

Musica di Giacomo Puccini

Dramma lirico in tre atti

Libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni

Direttore Donato Renzetti

Regia Francesco Micheli

MAESTRO DEL CORO CIRO VISCO

PROGETTO SCENOGRAFICO MASSIMILIANO E DORIANA FUKSAS

COSTUMI GIADA MASI

VIDEO LUCA SCARZELLA, MICHELE INNOCENTE, MATTEO CASTIGLIONI

MOVIMENTI COREOGRAFICI MATTIA AGATIELLO

LUCI ALESSANDRO CARLETTI

DRAMMATURGIA ALBERTO MATTIOLI

PERSONAGGI E INTERPRETI

TURANDOT ANGELA MEADE / LISE LINDSTROM 6, 8, 10 AGOSTO

CALAF LUCIANO GANCI /BRIAN JAGDE 25, 28 LUGLIO / ARSEN SOGHOMONYAN 10 AGOSTO

LIÚ MARIA GRAZIA SCHIAVO /JULIANA GRIGORYAN 2, 6, 8, 10 AGOSTO

L’IMPERATORE ALTOUM PIERO GIULIACCI

TIMUR ALESSIO CACCIAMANI

PING HARIS ANDRIANOS

PONG MARCELLO NARDIS

PANG MARCO MIGLIETTA

UN MANDARINO MATTIA ROSSI *

PRINCIPE DI PERSIA GIUSEPPE RUGGIERO / GIORDANO MASSARO 25 luglio e 2, 6 e 10 agosto

PRIMA ANCELLA ARTEMISIA REPA / SUSANNA CRISTOFANELLI 25 luglio, 2, 6, 10 agosto

SECONDA ANCELLA MARIKO IIZUKA / LAURA ORLANDI 25 luglio, 2, 6, 10 agosto

* DAL PROGETTO “FABBRICA” YOUNG ARTIST PROGRAM DEL TEATRO DELL’OPERA DI ROMA

ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO DELL’OPERA DI ROMA

CON LA PARTECIPAZIONE DELLA SCUOLA DI CANTO CORALE

NUOVO ALLESTIMENTO TEATRO DELL’OPERA DI ROMA

Foto di Fabrizio Sansoni-Teatro dell’Opera di Roma.

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