Il rumore delle maschere, il silenzio della vita: D’Amico e Pirandello per una “Vita nuda”

24 Ottobre 2026

di Emiliano Metalli

Portare Luigi Pirandello nell’opera lirica significa confrontarsi con una materia teatrale che sembra fatta apposta per la musica: maschere sociali che si incrinano, identità imprigionate nello sguardo degli altri, esistenze sospese tra il grottesco e la tragedia. Il rapporto fra la scrittura pirandelliana e il teatro musicale ha conosciuto diverse declinazioni, tuttavia con La vita nuda, nuova commissione del Teatro dell’Opera di Roma presentata in prima assoluta al Teatro Nazionale, Matteo D’Amico si inserisce in questo filone, già felicemente sperimentato con Sogno (ma forse no), intrecciando in un atto unico due testi emblematici della poetica pirandelliana: La patente e L’uomo dal fiore in bocca. Il libretto è firmato da Sandro Cappelletto, mentre la drammaturgia nasce dalla collaborazione con Cecilia Ligorio, che firma anche la regia.

Compositore romano dalla produzione articolata, D’Amico ha sviluppato nel corso della sua carriera un rapporto privilegiato con la parola letteraria e con la dimensione teatrale, attraversando il repertorio sinfonico, cameristico e vocale senza trascurare le possibilità espressive della scena con risultati di riconosciuta eccellenza. 

Nel 2006 Auden Cabaret, su testi di W.H. Auden, è nella terna dei finalisti al Prix Italia per RAI-RadioTre, mentre nel 2012 Flight from Byzantium debutta alla Royal Festival Hall di Londra sotto la direzione di Vladimir Jurovskij. Attivo nel repertorio operistico fin dal 1990 grazie all’invito di Henze per il Cantiere di Montepulciano, fra i suoi lavori per il teatro musicale figurano titoli assai distanti come Farinelli, la voce perduta, Lavinia fuggita, Dannata epicurea, Patto di sangue e Il viaggio di G. Mastorna, spesso in collaborazione proprio con Cappelletto. 

In questa capacità di mettere in relazione scrittura musicale e materia drammaturgica si colloca La vita nuda, chiamata a dare voce a due figure lontanissime eppure unite da una comune condizione di esclusione per colpa della superstizione o della morte, sviluppando allo stesso tempo una filosofica visione sull’esistenza in chiave universale.

Se Chiàrchiaro decide di trasformare la superstizione collettiva in uno strumento di rivalsa, pretendendo che la sua reputazione venga riconosciuta ufficialmente, e l’uomo dal fiore in bocca lascia emergere l’angoscia di chi sa di avere poco tempo davanti a sé, scoprendo l’intensità struggente dei dettagli più comuni della vita, è però nella commistione dell’universo pirandelliano che si nasconde l’interesse per questa opera. 

In una stazione nuda, come la vita del titolo, resa immobile a causa di un accidente e sospesa in un tempo di passaggio fra notte e giorno, come fra i due mondi de All’uscita, si assiste a un confronto fra anime: uomo e avventore, moglie e marito, le due donne, giudice e accusatore. Singoli personaggi di vicende quotidiane che in parte recuperano le trame pirandelliane, ma in parte rappresentano un compendio di “tipi” umani, con i loro accadimenti e le riflessioni che si intrecciano sulla “Vita degli altri”. Che può anche essere la ragione, in fondo, in un confronto fra due punti di vista. È quindi nella dimensione del duetto – sia perdonato il riferimento alla forma chiusa in una composizione che sembra invece un continuo fluire – che meglio si esprime l’elemento dinamico fra le parti, siano esse accese come nel caso di Chiàrchiaro-D’Andrea o malinconiche come per la coppia Rosinella-moglie. Gli episodi d’assieme, che pure hanno una scrittura vivace e mai intellettualistica, così come i passaggi dialogati che spesso sfociano nel parlato vero e proprio, non raggiungono le vette espressive dei duetti, eccezion fatta per il delicatissimo finale. 

L’orchestra, che Alessandro Cadario guida con sincera partecipazione e tocchi di estrema raffinatezza al fine di lasciar trasparire l’impegno compositivo e coloristico della partitura e la sua relazione con le voci, si inserisce nella dinamica drammatica e riesce a farsi “scena” e dramma. Si addensa sui protagonisti come una nebbia e si dirada, con pochi silenziosi sussurri in alcuni momenti di drammatica intensità, come nella scena di Rosinella. 

La regia di Cecilia Ligorio, forse, punta troppo enfaticamente sul linguaggio melodrammatico. A volte soluzioni più semplici e meno plateali avrebbero potuto raggiungere un risultato migliore. Tuttavia non è un elemento così disturbante, anche grazie alle meravigliose scene di Gregorio Zurla, ricche di dettagli e di trovate ottime per sfruttare al massimo lo spazio non enorme del palco del teatro Nazionale, e all’interessante progetto luci di Fabio Barettin, che trasforma gli ambienti con trovate e inventiva notevoli. Assai pregevoli sono anche i costumi di Vera Pierantoni Giua nella loro accurata e naturalistica linearità. 

Il cast è quanto di meglio si potesse chiedere non solo per qualità vocali e interpretazione, ma soprattutto per incisività espressiva. 

Dalla versatile Annunziata Vestri, alta e bellissima oltreché drammaticamente dolente come una Carmen, alla Rosinella di Maria Grazia Schiavo che sfoggia doti notevoli per colore e controllo dei fiati. 

Splendidamente a fuoco e a suo agio Blagoj Nacoski, che si distingue per brillantezza di timbro e dizione, nei suoi interventi che legano gli altrui episodi, senza apparire mai scenicamente  inopportuno.

Altrettanto centrato il personaggio di Omar Montanari che interiorizza il suo dramma con sottigliezze sceniche ammirevoli, senza mai anelare a una centralità egoistica nelle dinamiche registiche. 

Federico Longhi è un giudice D’Andrea dalla delicatissima umanità, che evita ogni interpretazione prevedibile risultando così originale pur piegandosi allo schema registico generale, contrappuntato con stile da due colleghi inappuntabili nella scena come nell’ardua scrittura musicale: Marcello Nardis e Roberto Abbondanza. 

Punto di fuga di tutto il quadro, però, resta il Rosario Chiàrchiaro che Andrea Concetti tratteggia, a metà strada fra Severus Piton e Renato Zero, senza però scivolare mai nella macchietta. La scrittura musicale lo sostiene in ogni curva della difficile evoluzione emotiva che giunge al culmine quando esce finalmente soddisfatto del suo riconoscimento: la patente. 

Una produzione che meriterebbe più spazio e più attenzione del pubblico, troppo distratto forse per arrivare a comprendere che persino in Italia possiamo dare vita a un teatro musicale contemporaneo di ottimo livello. 

Teatro Nazionale

La vita nuda

Musica di Matteo D’Amico

Opera in un atto liberamente tratta da L’uomo dal fiore in bocca e La patente di Luigi Pirandello

Drammaturgia di Cecilia Ligorio e Sandro Cappelletto
Libretto di Sandro Cappelletto

DIRETTORE Alessandro Cadario

REGIA Cecilia Ligorio

Scene  Gregorio Zurla

Costumi Vera Pierantoni Giua

Luci Fabio Barettin

PERSONAGGI E INTERPRETI

La barista / moglie dell’Uomo dal fiore in bocca Annunziata Vestri

Rosinella, la figlia di Chiàrchiaro / Giovane innamorata Maria Grazia Schiavo

L’uomo dal fiore in bocca Omar Montanari

Avventore / Giudice 1 Blagoj Nacoski

Giudice 2 / Giovane innamorato Marcello Nardis

Giudice 3 Roberto Abbondanza

Giudice D’Andrea Federico Longhi

Rosario Chiàrchiaro Andrea Concetti

Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma

Opera commissionata dal Teatro dell’Opera di Roma

Nuovo allestimento Teatro dell’Opera di Roma

Prima esecuzione assoluta

Foto di Fabrizio Sansoni-Teatro dell’Opera di Roma

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