Ci sono spettacoli che partono a freddo e hanno bisogno di qualche minuto per riscaldare il motore. Voyeurs di Luigi Amendola, in scena al Teatrosophia di Roma con la regia e drammaturgia musicale di Mauro Toscanelli, appartiene a questa categoria. Un motore diesel che nei primi minuti borbotta ma che via via trova il proprio ritmo non mollandolo più. Vale la pena sottolinearlo poiché questo tipo di progressione dice qualcosa del testo e della sua messa in scena, costruiti per accumulo. Figure che si incrociano, si parlano addosso, si sfiorano ma che restano chiuse ciascuna nel proprio mondo; finché la somma di quelle chiusure non produce un esito che nessuno ha voluto ma che tutti hanno reso possibile. Amendola ha scritto questo testo negli anni Novanta, e la constatazione più scomoda da fare riguarda quanto poco sia invecchiato.
Voyeurs: una galleria di maschere
Il merito maggiore della regia di Toscanelli sta in una qualità poco appariscente, e per questo ancora più difficile da ottenere, ovvero la capacità di tenere gli attori ancorati alla narrazione. Un testo del genere, fatto di situazioni che scivolano continuamente verso l’assurdo, offrirebbe a chi lo interpreta mille occasioni di istrionismo assolutamente fuori luogo, ma in Voyeurs nessuno le coglie. Le figure che affollano il piccolo palco funzionano come vere e proprie maschere e sono macchiette dichiarate, ridotte ciascuna al proprio unico tratto. La scelta è deliberata e proprio per questo funziona poiché, a furia di coincidere con la propria funzione, quelle figure perdono per strada ogni spessore umano… O lo rappresentano appieno?
L’inumanità, o la troppa umanità, che le attraversa diviene così il vero contenuto della galleria, e la regia ha il merito di bloccarle a quel grado di stilizzazione senza lasciarle scivolare verso la caricatura compiaciuta. Le sfaccettature dell’uomo che Amendola descrive non si limitano all’individualismo che si può attribuire alla società contemporanea; l’indifferenza che attraversa il testo ha una radice più antica e meno consolatoria, e riguarda la difficoltà di riconoscere l’altro come qualcosa di diverso da uno spettacolo a cui assistere. Da qui il titolo, che vale per i personaggi in scena tanto quanto per chi li guarda dalla platea, e che a un certo punto della serata smette di essere una comoda metafora sui tempi che corrono.
Il Fantastico miserabile e la Morte
Una menzione particolare spetta alla figura del domatore, per le capacità attoriali di Massimo Napoli e ancora di più per la funzione che riveste. L’uomo sembra arrivare da una fiaba fuori dal tempo e fuori dal mondo, e proprio questa estraneità gli permette di introdurre in scena un elemento fantastico, cioè la Morte personificata da Valentina Rancini. A primo impatto l’innesto appare poco organico, quasi un corpo estraneo nella drammaturgia; sul finale si rivela, invece, una sorta di Deus ex machina rovesciato che invece di sciogliere la situazione, condanna. Morte metaforica per i protagonisti e per chi guarda, morte fisica per il povero suicida.
Sul versante opposto la figura del clochard, interpretato da Fabio Fantozzi, evita con eleganza una trappola in cui è molto facile cadere. Niente uomo di strada che dalla propria miseria vede più lontano degli altri, niente saggezza degli ultimi. Anche lui è un miserabile come tutti gli altri, solamente più ubriaco, e il fatto che certe sue battute suonino lucide non lo promuove a oracolo.
Voyeurs: una domanda tra pregi (molti) e difetti
Voyeurs non è uno spettacolo perfetto. I difetti ci sono, seppur piccoli e non invadenti. Il disegno delle luci non è dei migliori, e in questo pesa probabilmente anche lo spazio ridotto del Teatrosophia, che lascia poco margine di manovra a chi deve scolpire sette presenza in pochi metri quadri. Altro piccolo difetto è la musica e il suo utilizzo. Affidata alla stessa mano che firma la regia, essa risulta scollata dal contesto arrivando addosso alle scene invece di lavorarci dentro, e in uno spettacolo che si dichiara anche drammaturgia musicale è il rilievo che dispiace maggiormente muovere.
Resta il fatto che Voyeurs si lascia godere con semplicità, lasciando sulle labbra degli astanti un sorriso spesso amaro e sempre significativo. Il testo di Amendola non è Shakespeare e non vuole esserlo, e, cosa fondamentale, la regia di Toscanelli ne è consapevole e non tenta di elevare il testo a forma d’arte suprema. Le interpretazioni sono ottime, la regia tiene, e il finale arriva dove deve lasciando una domanda finale: è più coraggioso chi va incontro alla morte o chi muore ogni giorno nella mediocrità, nell’ipocrisia e nel dolore? Per una piccola sala come quella di via della Vetrina è una questione che vale il viaggio.
